COPERTINA
IL REALISMO DELLA METAFORA: MONTE HELLMAN

Una parola nuova nel campo del western

Esiste un piccolo dimenticato regista che verso la metà degli anni sessanta realizzò due western a bassissimo costo girati contemporaneamente per risparmiare, con una piccola troupe che utilizzava in parte gli stessi attori e le stesse ambientazioni e caratterizzati da una mentalità produttiva e distributiva appartenenti al mondo del B-movie. Proveniva, come molti registi e attori della sua generazione, dalla bottega di Roger Corman, regista-produttore-mecenate che produsse i due western facendovi recitare un giovane promettente attore all’epoca sconosciuto anche autore di entrambe le sceneggiature, Jack Nicholson. Siamo nel 1966 e i film si intitolano La sparatoria (The Shooting) e Le colline blu (Ride in the Wirlwind), il regista è Monte Hellman, autore non prolifico e molto riservato che in seguito darà altre opere di anomalo fascino come il road-movie  Strada a doppia corsia (Two-Lane Blacktop) e l’horror introspettivo Iguana. Nonostante la rilevanza produttiva quasi insignificante e l’uscita in sordina nei cinema, i due film si sono col tempo ritagliati uno spazio di assoluto valore assurgendo a piccoli ma rinomati cult-movie, soprattutto La sparatoria, caratterizzato da un clima onirico e un’atmosfera surreale molto più vicina a un episodio di Ai confini della realtà che al western classico. Ma il valore di questi due film non si esaurisce nella stramberia narrativa o nel gusto archeologico della presenza di un imberbe Jack Nicholson, in quanto rappresentano entrambi, e su versanti opposti, una autentica parola nuova nel campo del western, una reinvenzione del genere talmente radicale ed estrema che non solo non conosce predecessori, ma addirittura non ha avuto epigoni. Rimasti dei tentativi isolati nella storia del genere, i film di Hellman non si rifanno a nessuna tradizione codificata, ma anzi fanno dell’abbattimento dei codici la loro principale cifra stilistica. In un periodo in cui il western stava conoscendo una nuova fase di inaspettata vitalità grazie alla rivoluzione modernista di Leone e al decadentismo crepuscolare di Peckinpah, Hellman si dimostra nel suo piccolo fuori da ogni possibile coro, classico e moderno al tempo stesso, in maniera intima e sincera.

Il fatalismo consapevole

Ne La sparatoria si assiste a un lungo, ossessivo, estenuante percorso nel cuore del deserto: una donna ha assoldato una guida e un amico di questi per condurla attraverso il deserto, alla ricerca di un misterioso uomo da uccidere per vendicare la morte del padre e del fratello. La donna si fa anche accompagnare da un killer (un Jack Nicholson già ghignante) che tiene sotto scacco i due uomini costringendoli a continuare il viaggio nonostante le condizioni impervie e i rapporti sempre più conflittuali tra i personaggi. Nel surreale finale, il gruppo riesce finalmente a raggiungere l’uomo da uccidere: si scopre, in una serie di raggelanti inquadrature al rallentatore, che questi non è altro che il fratello gemello della guida. In Le colline blu viene descritta la storia di tre pacifici mandriani che, scambiati per sbaglio per dei fuorilegge, vengono braccati e assediati dallo sceriffo e i suoi uomini. Costretti per sopravvivere a prendere come ostaggio una famiglia di onesti contadini e a rifugiarsi nella loro abitazione, sono destinati a rimanere vittime di un pregiudizio inquisitorio che li fa sanguinari capri espiatori di una collettività ottusa e bisognosa di una qualsivoglia giustizia. Nei film di Hellman i personaggi sono schiavi di un ferreo e rigoroso determinismo: il destino ha già scelto per loro, e li rende consapevoli pedine di un disegno più ampio e imperscrutabile. Se ne La sparatoria i personaggi sono costretti a percorrere il loro suicida cammino spinti da una indecifrabile esigenza interiore che si concretizza in una preveggenza di quello che sta per accadere, ne Le colline blu è lo stritolante meccanismo sociale di un paesino puritano e bigotto a determinare sin da subito l’irreversibile dinamica di morte che travolge i tre uomini, protagonisti di un universo primitivo freddamente rigoroso nei destini individuali e costringente nelle opportunità di vita (la descrizione del modus vivendi all’interno della famiglia di contadini è in questo senso molto significativa). I due film si contrappongono quindi in questa differenza di fondo sostanziale: ne La sparatoria è un enigma esistenziale, una ricerca spirituale, un sottofondo metaforico e allegorico a sancire l’ordine deterministico, ne Le colline blu è al contrario il contesto terrigeno e materiale delle forme di relazione della vita sociale. Surrealista il primo, brutalmente realista il secondo, entrambi mettono in scena dei personaggi consapevoli del proprio destino e fatalisticamente intenzionati a percorrerlo.

L’isolamento e il minimalismo

Lo scenario western, all’interno di questo discorso, risulta essere un mero pretesto narrativo, un contesto aspro e brullo che ha la funzione di isolare i personaggi all’interno di un’ambientazione senza uscita. Tutti i film di Hellman sono drammi con pochi personaggi schiavi di un contesto che li isola dal resto del mondo (si veda anche Iguana, che si svolge interamente sulle spiagge di una piccola isola sperduta nell’oceano). Come in Polanski, o in Romero, interessano ad Hellman i rapporti conflittuali che si innescano tra gli uomini quando sono costretti alla coatta convivenza in un luogo chiuso per un lungo lasso di tempo. È in queste situazioni estreme che la vera natura umana può esprimersi in maniera scevra dalle convenzioni sociali. Ecco quindi che l’accecante deserto de La sparatoria, luogo aperto per eccellenza, si rivela in realtà uno spazio chiuso e claustrofobico che fa da sfondo al crudele kammerspiel di matrice elisabettiana. Anche ne Le colline blu si assiste a personaggi prigionieri di un contesto che non solo li isola, ma impedisce loro la fuga e la salvezza. È un cinema dominato da panorami scarni e opprimenti, quello di Hellman, in cui i codici del western sono spesso ignorati a favore di una aderenza al genere che risulta essere niente altro che una grossa metafora di un discorso più ampio e universale di natura umanistica ed esistenziale. Il western infatti, oltre alla sua essenziale funzionalità scenografica, permette al regista anche un altro discorso di natura narrativa: permette di raccontare le passioni primarie degli uomini, i conflitti interpersonali che in un’epoca dominata dalla legge dell’homo homini lupus possono venire più scopertamente alla luce.

Il realismo dell’antieroismo

Non ci sono eroi nei western di Hellman, né cattivi a tutto tondo. Ma non c'è nemmeno la facile retorica dell’antieroismo tipica di un Eastwood, né il cinismo compiaciuto degli spaghetti-western. Ci sono uomini veri ritratti in maniera ordinaria, personaggi sfumati e realistici che si trovano a combattere o con un assurdo metafisico ed esistenzialista (La sparatoria) o con l’assurdo del quotidiano (Le colline blu). La messa in scena riflette questa concezione austera di cinema: stile arido, spoglio, secco, essenziale. Movimenti di macchina quasi inesistenti, fotografia ai limiti dello squallore, montaggio sicuro e brutale, commenti musicali appena accennati. Gli artifici retorici del western classico sono del tutto spazzati via; la storia non è piegata alle esigenze di un discorso morale come in molti classici del ventennio precedente, non ci sono intenzioni agiografiche né annacquati drammi sentimentali, è assente l’epica del self-made-man portatore dei valori dell’americanità o viceversa l’esibizione forzata di un antieroismo votato alla sconfitta e alla disillusione. Tutto questo si riflette nello stile rigoroso e semplice che spazza via ogni artificio retorico, sia stilistico che narrativo, e si pone con uno sguardo asettico e freddamente oggettivo. Con un budget ridotto all’osso e sfruttando gli insegnamenti produttivi di Roger Corman, Hellman consegna alla storia del cinema questi anti-western tra i più realistici e quotidiani mai realizzati, del tutto atipici e privi di qualsivoglia spettacolarità che si trovano molto più vicini all'entomologia polanskiana piuttosto che allo spirito della frontiera. Piacciono ad Hellman le situazioni claustrofobiche ed estreme, non è infatti un caso che il suo nome compaia tra i crediti produttivi de Le Iene.

Gabriele Albanesi

MONTE HELLMAN - Filmografia essenziale

Stati Uniti, 1932

1966 Le colline blu (Ride in the Wirlwind)
1966 La sparatoria (The Shooting)
1971 Strada a doppia corsia (Two-Lane Blacktop)
1974 Cockfighter/Born to Kill
1978 Amore, piombo e furore (China 9, Liberty 37)
1979 Avalanche Express (idem)
1988 Iguana (idem)
1989 Silent Night, Deadly Night III