TRADIMENTO SAGGI COPERTINA

WESTERN METROPOLITANO

"E così si sono salvati tutti e due dalle delizie della civiltà..."
(Ombre Rosse, 1939, Jon Ford)

Con queste parole, pronunciate da Josiah Boone (Thomas Mitchell), Ringo Kid (John Wayne) e Dallas (Claire Trevor), lasciano insieme la cittadina di Lordsburg. Inconsapevoli, forse, di aver dato vita magicamente ad uno dei western movie più autentici ed epici mai girati, ma ben coscienti e lungimiranti nell'allontanarsi definitivamente da una civitas che già mostrava i segni malati della propria esistenza. Vivere ed amarsi lontano dalla puzza di sbirro (sceriffo) e dall'opinione pubblica stagnante ("signore della lega della moralità"), distanti da imboscate e galoppi sfrenati di quella civiltà "polverosa" che avrebbe partorito più tardi i "guerrieri" metropolitani di Walter Hill.

"Il West è diventato il riflesso della cattiva coscienza dell'America"
(Sam Peckinpah)

È curioso come il genere western, anche nella sua veste metropolitana, sia stato il riflesso delle tendenze sociologiche dell'epoca. Dalla caccia all'indiano di Abraham Polonski (Ucciderò Willie Kid), alla condanna dell'ipocrisia e dell'emarginazione di John Ford (Ombre Rosse), dall' idealismo "politico" di Richard Brooks (I Professionisti) alla parabola di Arthur Penn (Il piccolo grande uomo). Insomma, il western visto come un genere che ama gli scontri della contemporaneità, che scopre e smaschera i passi falsi dell'uomo civilizzato. Un continuo interrogarsi che ha portato spesso ad una inversione costante di ruoli ed icone; se prima si esultava ad ogni indiano messo a tappeto dai colpi di pistola di Ringo Kid e compagni, più tardi si incomincerà a capire e difendere anche le ragioni di Toro Seduto. Cowboy ed indiani come allegoria e metafora del presente storico. Per questo mi piace pensare a John Carpenter e Walter Hill come ai più degni seguaci di questo filone. Registi che hanno re-inventato, ri-modellato, rigenerato un cinema combattivo e mai domo, caratterizzando sapientemente la figura dell'eroe/ antieroe all'interno della società moderna, ora con ironia, ora con toni politico-polemici. Sempre coerenti e senza guardare mai in faccia a nessuno. Un nuovo western: il western metropolitano.

" Non vedo l'ora di lasciare questo posto di merda"
(capitano del Distretto 13, John Carpenter)

" Guarda che posto di merda, ed abbiamo combattuto tutta la notte per tornarci. Bisognerebbe andarsene per sempre."
.(Swan, I guerrieri della notte, Walter Hill)

Cambia la cornice, ma la sostanza rimane immutata. Si lasciano i fumosi saloon ed i viaggi con le diligenze per ritrovarsi catapultati in luoghi altrettanto deserti ed anarchici. I campi lunghi su strade "infuocate" ed in preda al degrado prendono il posto delle ampie panoramiche sulle distese del West; grattacieli invece di montagne, metropolitane impazzite attraversano quartieri "occupati", un mosaico di violenza multietnica e senza freno. Atmosfere quasi surreali accompagnano ora i nostri protagonisti: lo sguardo di ghiaccio di Clint Eastwood nei film di Don Siegel, l'iperviolenza fai da te del giustiziere Charles Bronson, i colpi implacabili e duri di William Friedkin (Il braccio violento della legge, Vivere e morire a Los Angeles) . Registi che ci immergono in spazi sconfinati e, apparentemente, senza regole; posti di "merda" dai quali è terribilmente difficile uscire e dove la pacifica e rassicurante distinzione fra buoni e cattivi non ha più alcun senso. Ancora una volta la Grande Mela, la polis per antonomasia, diviene parte integrante dello svolgimento narrativo. Walter Hill, dopo il western-rock di Strade di fuoco, ci regala uno dei film manifesto più eclatanti e di effetto mai ricordati:I guerrieri della notte. Il vero cinema. Molti hanno sottolineato il carattere iperrealista, come se fosse un film più vicino alla fantascienza che non ad un noir metropolitano. Ma è la paura che li ha fatti parlare. L'unica cosa che si avvicina alla fantascienza sono le inquadrature magistrali di un autore che ha consegnato ai posteri un'opera che è entrata da subito nell'immaginario cinematografico collettivo. Le carrellate sul popolo della notte, la presentazione delle gang, i campi ed i controcampi che accompagnano la fuga dei "guerrieri" verso Coney Island, una fuga lunga 50 miglia (la metropoli!), stazioni metropolitane come campi di battaglia e allo stesso tempo come uniche vie di salvezza: nessun permesso e nessun invito per vedere/vivere questo spettacolo. Ognuno entra a suo rischio e pericolo. Basta fermarsi a pensare un attimo per riuscire a capire come a spaventare non sia la violenza rappresentata ( nessun spargimento di sangue eclatante o gratuito), ma l'illuminante e rivoluzionario discorso di Cyrus rivolto alle gang riunite: " Io vi dico che il futuro è nostro, se voi riuscite a contarvi...", " 60000 soldati contro 20000 elmetti...", " …perché la città è nostra e noi la vogliamo!!". Se questa per voi è ancora fantascienza, non vi resta altro che aspettare il tramonto e chiudervi in casa. Dalle distese soleggiate dei western classici, gli scontri si spostano nei sobborghi tenebrosi di periferia. Accanto ai combattenti di Walter Hill, infatti, John Carpenter ripropone in Assault on Precint 13 (Distretto 13) il vecchio schema classico dell'assalto degli indiani al fortino dei cowboy.
Un asserragliamento che ricorda forse la sequenza iniziale di Vampires dove Carpenter in un territorio desertico del Nuovo Messico sembra non aver dimenticato per nulla i codici del western che ritroviamo in pieno in Distretto 13.Questo sì, un film violento (l'uccisione iniziale di sei malviventi ed il colpo a freddo ad una bambina), ma giocato in ogni caso sul campo del non-visto e non-udito. Ambientato in una Los Angeles allo sbando, il protagonista Napoleone Wilson (parente strettissimo di Jena -"Snake" in lingua originale- Plissken) deve fare i conti con una realtà invisibile. Colpi al silenziatore che partono dal nulla, ombre pronte a materializzarsi all improvviso, un'atmosfera agghiacciante che provoca una angoscia infinita, ed un tempo della suspense propria del grande J. Carpenter. Un cinema fatto di attese ed accelerazioni improvvise, anche qui alla ricerca di una improbabile via d'uscita. Occorrono determinazione e coraggio, uomini veri pronti a scontrarsi ed affrontare qualsiasi insidia di un mondo buio e senza regole. Saremo all'altezza o cominceremo a piangere?

"Se sono brusco con voi, è perchè il tempo è importante. Io penso svelto, parlo svelto e ho bisogno che voi altri facciate in fretta, se volete uscirne fuori. Per cui, per favore, pulite questa cazzo di macchina."
(Wolf in "Pulp Fiction", Quentin Tarantino)

Forzando leggermente gli schemi, potremmo trovare tracce di western pseudo-metropolitano anche in pellicole più recenti. Infatti, mentre da una parte El Mariachi e Desperado di Robert Rodriguez tendono più al fumetto, dall'altra le ambientazioni sui generis dei fratelli Coen (Arizona Junior, Blood Simple, Fargo) ci offrono dei noir bizzarri e dinamici che dipingono a meraviglia il dramma (in forma di farsa) della provincia americana. Immerso in paesaggi senza tempo, invece, troviamo il west "acido" e sporco di Jim Jarmusch (Dead man), esempio originale e raffinatissimo di poetico smarrimento interiore, e la polverosa cittadina dell'Arizona di Oliver Stone (U-Turn). Il western metropolitano come cinema di confine, di lotta assidua per sé e contro gli altri, visioni di eroi inafferrabili (Travis Bickle in Taxi driver) e di battaglie estreme ancora da scoprire (Fight Club di David Fincher).

Gianluca Paoletti


Filmografia essenziale

1939 Ombre Rosse di John Ford
1966
I professionisti di Richard Brooks
1969
Ucciderò Willie Kid di Abraham Polonski
1969
Il piccolo grande uomo di Arthur Penn
1971
Il braccio violento della legge di William Friedkin
1976
Distretto 13 - Le brigate della morte di John Carpenter
1976
Taxi driver di Martin Scorsese
1979
I guerrieri della notte di Walter Hill
1982
48 ore di Walter Hill
1984
Strade di fuoco di Walter Hill
1985
Blood Simple di Joel Coen
1986
Vivere e morire a Los Angeles di William Friedkin
1987
Arizona Junior di Joel Coen
1992
El Mariachi di Robert Rodriguez
1994
Pulp Fiction di Quentin Tarantino
1996
Ancora vivo di Walter Hill
1996
Dead man di Jim Jarmusch
1996
Desperado di Robert Rodriguez
1996
Fargo di Joel Coen
1997
U-Turn di Oliver Stone
1998
Vampires John Carpenter
1999
Ghost Dog di Jim Jarmusch
1999
Fight Club di David Fincher