QUANDO GLI UOMINI AVEVANO LE PISTOLE: LO SPAGHETTI WESTERN
I - Per un pugno di lire, ovvero: tutti dentro.
1964: Per
un pugno di dollari.
Difficile sapere cosa portò un gruppo di cinematografari romani a riunirsi
per ricreare il west nei colli di Manziana (Lazio). Forse il caso, più probabilmente
gli scherzi della Storia. Il tempo, piano piano, sta facendo chiarezza. Non
si trattava di decostruire il mito, rileggere la storia, o cambiare le regole
di un genere cinematografico dall'interno.Si
trattava di reinventare il cinema, iniziare un processo che non ha ancora
terminato il suo ciclo: il cinema post-moderno. Fare cinema fuori dalla storia
e dal sociale, estremizzare ogni elemento, dalla violenza al fragore degli
spari, dal montaggio alle dilatazioni temporali.
Erano mestieranti. Qualcuno li chiamava anche "desperados". Venivano dal cinema
mitologico o di cappa e spada, e avevano lavorato con le troupe americane
che giravano i loro kolossal a Cinecittà.

Ma come nacque tutto
ciò? Dal mestiere di un regista (Sergio Leone) che aveva fatto più di trenta
aiuto-regie (la maggior parte nel cinema neo-realista), e sapeva, più di tutti,
dove il cinema stava andando, giungendo con lo sguardo fin troppo lontano
(in un'intervista del '74 già preconizzava la crisi del cinema italiano, dando
la colpa, giustamente, agli intellettuali e ai distributori). Ma nacque anche
dal fatto che il cinema di genere (da noi sempre considerato di serie B) era
allora un campo ideale per sperimentare nuovi linguaggi, senza l'obbligo chiudersi
in un eremo autoreferenziale e pseudo-autoriale come accade oggi. E poi, l'amalgama
degli elementi che, per magica armonia, si compongono in un quadro perfetto
e devastante: la musica di Morricone, la fotografia di Delli Colli, le scenografie
di Simi…
Ma quello che importava
era che una porta si era aperta. E tutti ci si buttarono dentro: cinicamente,
per sfruttare fino all'ultima lira la miniera d'oro che, per qualche anno
(il genere, compreso i suoi epigoni, si esaurirà definitivamente alla fine
degli anni '70) dette da mangiare a un esercito di cinematografari disposti
a tutto.
II - Gli altri ragazzi del mucchio.
Leone era il re, era
colui che effettivamente cambiò la storia del cinema. Ma dietro di lui c'era
un esercito di imitatori. Chi erano costoro? La maggior parte di essi rimasero
nell'ombra, non raggiunsero mai la benché minima notorietà (cosa che, tra
l'altro, non doveva interessargli). Altri si distinsero per un mestiere fuori
dalla norma, imparato in anni di dura gavetta (per sopravvivere in quei set
bisognava avere la scorza dura) e in decine di aiuto-regie.
A parte qualche esperimento d'autore fatto più per divertimento che per convinzione
(Requiescant e Un fiume di dollari di Lizzani,
il primo con un cameo di Pasolini; I lunghi giorni della vendetta,
di Vancini, che si firma Stan Vance; o i due western di Damiani, il politico,
e ottimo, Quien sabe?, e il poco riuscito Un genio, due
compari, un pollo, prodotto da Leone), e qualche mestierante che si
avvicinò al genere per caso (Bava diresse gli interessanti, dal punto di vista
formale La strada per Fort Alamo e Roy Colt e Winchester
Jack, mentre Fulci il tardo [1978] Sella d'argento),
ecco chi si distinse nel mucchio.
(A
destra Sergio Corbucci con Sergio Leone)
Sergio Corbucci.
Il n. 2, inferiore solo all'altro Sergio, Leone. I suoi western sono sofisticati,
tecnicamente validissimi, ancora non rivalutati pienamente. Alcuni ebbero
un inaspettato successo planetario.
Django,
per esempio, che lanciò la "star" Franco Nero (film eccessivamente violento,
innovativo per il suo estremo barocchismo formale e il suo stile delirante)
ebbe una risonanza mondiale (celebre l'aneddoto che racconta come Pasolini,
in Africa per girare Appunti
per un'Orestiade africana,
veniva chiamato dai ragazzini del luogo, che lo sapevano italiano, "Django").
Vamos a matar companeros è un film che per ritmo, inventiva e disinvoltura
è ancora oggi ineguagliato nel panorama del nostro cinema.
Il grande silenzio
è un film originalissimo, con Trintignant nel ruolo di un pistolero muto,
un'insolita ambientazione sulla neve, Kinski magnifico bounty killer, e un'atmosfera
di tragedia che si respira dall'inizio alla fine…
Corbucci è stato un mestierante unico nel panorama del nostro cinema, un regista
popolare che ha saputo affrontare, con grande disinvoltura e professionalità,
tutti i generi cinematografici.
Duccio Tessari. I suoi western sono i più burleschi, era colui che prendeva meno sul serio il genere. Inventò il personaggio di Ringo ispirandosi all'Odissea, lanciando Giuliano Gemma. Poi molti western dal tono faceto e oggi un po' datati, ma sempre con un certo garbo e uno stile disinvolto. Fu uno dei primi collaboratori di Leone, e partecipò alla sceneggiatura di Per un pugno di dollari.
Enzo G. Castellari. Cresciuto sui set cinematografici (figlio di Marino Girolami, l'inventore del poliziesco all'italiana). Ex boxer. I suoi western sono violenti, pieni di ritmo, girati con mestiere impeccabile (Keoma, Cipolla Colt, Vado…l'ammazzo e torno). Darà il meglio, in seguito, nei polizieschi.
Giuseppe Colizzi. L'inventore della coppia Spencer-Hill, quando ancora non si pensava di sfruttarli come talenti burleschi e parrocchiali (Dio perdona io no, I quattro dell'ave Maria). Sottovalutatissimo, aveva un grande senso dell'immagine. La collina degli stivali rimane memorabile (dove Bud Spencer e Terence Hill erano affiancati da Woody Strode). Uno dei più consapevoli e colti. Morirà prematuramente nel 1980.
Sergio
Sollima. Un altro
gigante di quei formidabili anni. I suoi western erano i più colti e impegnati,
girati con cognizione di causa. Era uno che ci credeva. Memorabile la trilogia
di Chuchillo, personaggio preso all'epoca come simbolo della contestazione
giovanile, interpretato da un Tomas Milian al massimo dello splendore: Corri
uomo corri, La resa dei conti, Faccia a faccia. Quest'ultimo una pietra miliare,
western politico e psicanalitico, riuscita commistione tra compromesso col
genere e discorso d'autore. Poi Sollima dirigerà dei polizieschi ad alto budget
e con dei cast internazionali (Revolver con Oliver Reed, Città violenta con
Charles Bronson). Avrà la sua consacrazione mondiale coi film di Sandokan.
Giulio Petroni: abilissimo confezionatore di western di successo. Ha diretto Orson Welles in coppia con Milian nell'ottimo Tepepa, è saputo passare con scioltezza ai toni burleschi col primo episodio del dittico di Provvidenza. Finita la moda dei western , si è completamente smarrito.
Michele Lupo: nasce coi film mitologici. Passa al western mantenendo il disincanto e l'ironia tipici dei pepla. Ha al suo attivo la prima parodia (Per un pugno nell'occhio, con Franchi e Ingrassia), il memorabile Amico, stammi lontano almeno un palmo e il crepuscolare, e bellissimo, California. Finirà la sua carriera con i film di Bud Spencer senza Terence Hill (Lo chiamavano Bulldozer, Bomber, Uno sceriffo poco extra e molto terrestre).
III - Quanti figli snaturati! Ovvero: fine di una storia.
"Nel momento in cui un titolo come Se incontri Sartana digli che è un uomo morto viene storpiato dal pubblico e diventa Se incontri Sartana digli che è uno stronzo, significa che l'autore è stato smascherato e che il genere ha perso di credibilità". Così parlava Sergio Leone all'inizio dei '70. I suoi epigoni, tranne qualche rarissima eccezione, li considerava tutti figli snaturati.
Nel 1971 Lo chiamavano Trinità ottiene un successo a dir poco eclatante. Il
film, diretto da Enzo Barboni, sarebbe dovuto essere, nelle intenzioni dell'autore,
un normalissimo spaghetti western, con l'unica peculiarità di essere un po'
sopra le righe, leggermente bizzarro. Ma il pubblico, davanti alle avventure
della coppia Spencer-Hill, dal cazzotto facile ma dal cuore ten