Un popolo chiamato il POPOLO DEGLI UOMINI
Bebeagua, sacerdote dei sioux, sognò che esseri mai visti tessevano un'immensa
ragnatela intorno al suo popolo. Si svegliò sapendo che così sarebbe stato,
e disse ai suoi: "quando quella razza straniera avrà ultimato la sua ragnatela,
ci chiuderanno in case grigie e quadrate, su terre sterili, e in quelle case
moriremo di fame."
(Native American Testimony, Peter Nabokov,
1978)
Inutile
dire che i fatti hanno mostrato con crudele evidenza come Bebeagua avesse
visto giusto. Popoli fieri nati nelle sterminate praterie di tutto il continente
americano, abituati a considerare se stessi come parte integrante della terra,
a rispettare ogni cosa anche la più infima come elemento del grande cerchio
dell'universo, i cui valori erano l'onore, la dignità, il coraggio, un giorno
si trovarono davanti un'orda di pallidi barbari armati fino al collo di lance
tonanti e di etnocentrismo superstizioso, che proprio come ragni cominciarono
a espandere la propria tela, uccidendoli come mosche.
La ragnatela è completa, il cerchio è diventato quadrato, le "californie selve"
oggi si chiamano Hollywoodland. Dopo avergli sottratto lo spazio e la storia,
altri barbari, al grido di "l'America agli Americani", gli sottrarranno anche
la dignità, dipingendoli come efferati selvaggi.
Nel western
classico, cinema americano per eccellenza, portatore dei valori dell'epopea
pioneristica, del trionfo della civiltà sulla natura selvaggia, gli indiani
rappresentano spesso l'ostacolo, da abbattere, al raggiungimento della pacifica
vita che i poveri pionieri pure si meriterebbero, dopo aver attraversato un
intero continente. Sono centauri urlanti che sbucano dalla polvere del deserto
per sterminare senza pietà vecchi e bambini, rapire donne e scotennare quanti
più bianchi possibile. Sono Ombre Rosse
che minacciano la sicurezza di un mondo in costruzione. Fino al fatidico 1970,
anno in cui non solo il genere western, ma tutto il cinema hollywoodiano,
sarà scosso nelle sue fondamenta, solo raramente affiorano perle di rispetto
e consapevolezza storica, sempre grazie a qualche outsider del west. In primo
luogo i cacciatori delle montagne, uomini solitari che hanno imparato a conoscere
la cultura indigena, a distinguere le tribù bellicose da quelle pacifiche,
ad apprezzarne la semplicità del modo di vivere e di adeguarsi ad una terra
inospitale.
In
Il grande cielo (1952)di Howard Hawks, la principessa indiana
da merce di scambio si fa esempio di dignità, degna di rispetto e perfino
di amore e di rinuncia alla civiltà da parte del giovane protagonista, che
impara a non odiare più un intero popolo solo sulla base di una frottola raccontatagli
per dare un alone di avventura alla morte di suo fratello; mentre gli indiani
cattivi, che attaccano la spedizione dei venditori di pelli, si scoprono essere
istigati dalla compagnia delle pellicce. È già un attacco, anche se molto
velato, alla superficialità di giudizio che spesso aveva caratterizzato una
mitologia troppo poco onesta. Se nel '51 Delmer Daves aveva realizzato il
commosso e commovente affresco di Broken Harrow (L'amante
indiana), ad un livello molto più sottile e profondo una ventata di
verità, e soprattutto di giustizia, scuoteva la apparente convenzionalità
di Il massacro di Fort Apache (1948) di John Ford. In questo
capolavoro di classicità, e di finezza psicologica (dote che il western di
solito tralascia per il suo stesso statuto di epica), che ad un occhio disattento
potrebbe sembrare un film militare e militarista, serpeggia il demone dell'ambiguità.
Certo
è un film sull'onore militare, sull'ambizione di un uomo deluso nelle sue
aspettative, che ottusamente cerca la gloria a tutti i costi, non esitando
a sacrificare la vita dei suoi uomini. Ma gli unici veri eroi sono gli Apache
e il capitano York, che si rispettano a vicenda e onorano la propria parola,
mentre per il tracotante colonnello la parola data agli indiani non vale,
in quanto essi sono selvaggi. L'ignoranza, la superbia dell'uomo che
viene dall'est (ha chiamato sua figlia Philadelphia), porta alla distruzione,
e il finale riconciliante in cui gli verrà postumamente riconosciuta la gloria
militare ha tutto il sapore del finto happy end alla Sirk, risulta splendidamente
beffardo.
E ambiguo: perché il colonnello si presenta come la mela bacata nel cesto
buono, visto che siamo nel 1948 e la guerra mondiale è appena finita, ma per
lo stesso motivo viene il dubbio che sia lì a rappresentare l'intero sistema
di potere, insieme all'inviato da Washington, simbolo della corruzione e della
malafede della sedicente civiltà. York, l'uomo giusto, che conosce e ammira
la civiltà Apache esprime qualcosa di molto attuale, facendoci finalmente
comprendere le ragioni degli indiani, nonché indurci sottilmente ad un confronto
tra due concetti dell'essere capo:
"Cochise,
il grande capo si era impegnato a far rimanere gli Apache in questi territori
e promise di mantenere la pace. E così fu. Finchè Mitchell fu mandato qui
da una cricca di politicanti: il più sporco e bacato gruppo politico che sia
mai esistito. E cominciò: whisky invece di coperte, donne corrotte, bimbi
malati e uomini trasformati in bestie ubriache. Allora Cochise ha fatto quello
che qualsiasi capo avrebbe fatto: ha chiamato le sue tribù e ha invaso nuove
terre."
"Ha
rotto il trattato?"
chiede stupito(?) il colonnello;
"Piuttosto
che rimanere qui a vedere la distruzione della sua gente."
E ambiguo: perché
il colonnello si presenta come la mela bacata nel cesto buono, visto che siamo
nel 1948 e la guerra mondiale è appena finita, ma per lo stesso motivo viene
il dubbio che sia lì a rappresentare l'intero sistema di potere, insieme all'inviato
da Washington, simbolo della corruzione e della malafede della sedicente civiltà.
York, l'uomo giusto, che conosce e ammira la civiltà Apache esprime qualcosa
di molto attuale, facendoci finalmente comprendere le ragioni degli indiani,
nonché indurci sottilmente ad un confronto tra due concetti dell'essere capo:
Questa corrente, più
o meno sotterranea, sgorgherà con tutta la sua pressione travolgente nel 1970,
quando lo schermo ci restituirà l'immagine insolita, quasi grottesca dal nostro
viziato punto di vista, di Richard Harris, evidente esemplare di maschio anglosassone,
che grida disperato: "Io sono un uomo come voi!"
Un uomo chiamato cavallo
di Elliot Silverstein, malgrado l'accurato zelo etnografico in cui rischia
di soffocare, abbonda di ingenuità, ma quasi contemporaneamente a Soldato
Blu di Ralph Nelson e Piccolo
Grande Uomo
di Arthur Penn, sposta il punto di vista dal lato opposto dello specchio,
dove il diverso siamo noi.
Little
Big Man,
l'unico bianco sopravvissuto a Little Big Horn, candidamente si pone nel mezzo,
passando da una parte all'altra, per raccontare a un ignaro intervistatore-
spettatore, che pretende di ascoltare quello che crede di sapere già, "la
storia del Popolo degli Uomini, ai quali fu promessa una terra su cui vivere
in pace, una terra tutta loro fino a che l'erba cresce, il vento soffia e
il cielo è blu."
Dal suo punto di vista privilegiato tutto si colora di ironia: la sua epopea di colono passa attraverso tutti gli stereotipi del genere capovolgendoli e smitizzandoli uno ad uno, mentre il popolo Cheyenne, viene guardato con un misto di ironia e tenerezza, che li libera della patina da museo etnografico, per renderli finalmente uomini. In questo film i bianchi sono matti, ridicoli, codardi, "sono creature strane, ai bianchi non è stato detto qual è il centro del mondo" come dice il grande capo indiano.Gli eroici soldati sono orgogliosi, non si sa come, di vincere con fucili e cannoni contro villaggi inermi di donne e bambini e uomini che hanno il concetto che il vero sconfitto sia quello umiliato, non necessariamente morto. Il loro mitico generale è una maschera, un personaggio da fumetto, nell'aspetto come nelle strategie da manuale, afflitto da manie di protagonismo e delirio di onnipotenza, tanto da pretendere di fare a meno del buon senso. Custer è un contrario, come Orso Giovane, ma mentre nella cultura cheyenne il contrario ha un suo posto e una sua giustificazione, nell'esercito la sua follia lo porta a capovolgere due volte il senso delle sue azioni, dando in mano al suo nemico l'arma della verità.
"Il
popolo degli uomini è convinto che ogni cosa sia viva, non solo gli uomini
e gli animali ma anche l'acqua, la terra, le pietre" per
loro
"tutto
è immutabile, in eterno, l'uomo bianco invece crede che tutto sia mortale:
le pietre,la terra, gli animali, anche gli uomini, anche quelli del suo popolo
e più una cosa è viva più i bianchi fanno di tutto per distruggerla: È
QUESTA LA DIFFERENZA!"

Questo è quello che si vede nello specchio guardando con gli occhi di un vecchio saggio che da quando ha perso la vista vede ancora più lontano, e con grande lucidità, senza lasciare spazio a facili entusiasmi e mitologie consolatorie conclude:
"morire è l'unica cosa che si può fare con l'uomo bianco: si può disprezzarlo come una creatura inferiore, ma bisogna ammettere che non puoi liberarti di lui. Il numero dei bianchi cresce… oggi abbiamo vinto, ma non vinceremo domani. Presto cammineremo su una strada che conduce nel nulla."
Filmografia essenziale
1948 Il massacro
di Fort Apache di John Ford
1950 Il passo del diavolo Anthony Mann
1951 L'amante indiana di Delmer Daves
1952 Il grande cielo di Howard Hawks
1953 L'ultimo apache di Robert Aldrich
1962 Geronimo di Arnold Laven
1970 Un uomo chiamato cavallo di Elliott Silverstein
1970 Soldato blu di Ralph Nelson
1970 Il piccolo grande uomo di Arthur Penn
1972 Corvo rosso non avrai il mio scalpo di Sydney Pollack
1975 Indians di Richard T. Heffron
1990 Balla coi lupi di Kevin Costner
1992 Cuore di tuono di Michael Apted
1992 L'ultimo dei Mohicani di Michael Mann
1993 Geronimo di Robert Young
1994 Geronimo di Walter Hill
1999 Grey Owl di Richard Attenborough
