TRADIMENTO SAGGI COPERTINA


FORD E LEONE TRA MODERNITÀ E CLASSICISMO
C'era una volta "Sentieri "

C'è una scena -bellissima- di Sentieri selvaggi che forse rappresenta il punto di contatto più emblematico tra il cinema di John Ford e quello di Sergio Leone, i due autori più rappresentativi e simbolici del cinema western nella sua dimensione storica. È la sequenza sommessa, immersa in un onirico tramonto, che fa da prologo all'attacco degli indiani alla casa della famiglia di Aaron, fratello dell'eroe Ethan Edwards (John Wayne), con conseguente strage degli innocenti e rapimento della piccola Debbie, motore propulsivo di tutto il dramma. Aaron torna a casa alla sera, stanco, con due secchi d'acqua in mano. Fuori gli uccelli si alzano stranamente in volo con gran schiamazzo, come spaventati da una improvvisa presenza. Il cane abbaia. Aaron si guarda intorno, scruta preoccupato l'orizzonte. Un clima di sinistra e irrealistica quiete circonda l'abitazione. Entriamo nella casa, insieme ad Aaron. La famiglia si sta preparando per la cena, la giovane Lucy sta apparecchiando la tavola. Martha, una premurosa madre, è visibilmente preoccupata, ma fa finta di nulla. Anche Aaron lo è, imbraccia il fucile ed esce fuori in cortile per controllare, con la scusa di cercare qualche gallina prataiola. Sembra che ci sia qualcosa che non va, aleggia una invisibile minaccia che si respira nell'aria, nel rosso pastello del tramonto, e tutti i personaggi, tranne Lucy, sembrano percepirla anche se fanno di tutto per mascherarla, come nel tentativo disperato di proteggere una fittizia pace domestica. Lucy fa per accendere un lume, ma Martha glielo impedisce di scatto con un gesto isterico che tradisce il suo lacerante nervosismo. Dal fondo della valle si percepisce ora il bagliore accecante di un segnale luminoso. Sono gli indiani, stanno per attaccare. Lucy finalmente capisce, e con una raggelante carrellata in avanti su di lei vediamo in primo piano il suo volto deformato da un urlo di allucinato terrore.

Probabilmente mai nella storia del cinema il senso i una minaccia incombente è stato rappresentato con tanta profonda e toccante intimità. Sergio Leone, in quella sua mastodontica parola definitiva sul cinema western che è C'era una volta il West, epilogo espressivo dell'esperienza italiana e nello stesso tempo ritorno alle origini del western classico, attua un remake lucidamente filologico di questa sequenza. È il secondo incipit del film, lo smisurato brano audiovisivo della durata di ben nove minuti che mostra la strage della famiglia McBain, con presentazione finale di Henry Fonda come maschera suprema del cattivo cinematografico. La magistrale sequenza, probabilmente la vetta più alta dell'intero film insieme al mortuario duello finale, è concepita e strutturata con una progressione drammaturgica fedelmente ricalcata sul modello di quella fordiana.

Anche qui una famiglia che si appresta per un banchetto, con la giovane Maureen intenta ad apparecchiare la tavola. Anche qui un padre che va a prendere l'acqua, gli uccelli che si alzano in volo, un sinistro sibilo del vento che sembra voler mettere al corrente i personaggi del pericolo imminente. E poi uno sparo assordante che lacera la quiete come una pugnalata, il corpo di Maureen che cade a terra in un campo lunghissimo, il dettaglio sulle labbra di McBain mentre grida inorridito il nome della figlia morta, di nuovo un campo lungo mentre corre verso di lei per cercare di salvarla, venendo colpito a sua volta dal piombo e rovinando nella polvere.E poi l'indimenticabile carrellata in soggettiva del bambino che esce dalla casa e scopre, insieme all'occhio dello spettatore, l'orrore conclusivo della famiglia massacrata, nello stesso istante in cui prorompe "come una sentenza" la prima terrificante nota del tema di Morricone. Dalle nuvole di polvere che danzano sul terreno il loro balletto di morte, escono lentamente allo scoperto gli uomini di Frank, gli autori del massacro, mentre i loro spolverini vengono agitati dal vento.

Un impossibile ritorno al classicismo

C'era una volta il West è, abbiamo detto, il film in cui Leone riconosce il suo debito e il suo legame di (in)diretta filiazione dal western di John Ford, ed è quindi il film del ritorno alle origini, dello stemperamento dei toni cinici e amorali della trilogia del dollaro verso una dimensione più etica e riflessiva, è il film della riflessione elegiaca, di un ripiegamento su un impossibile classicismo, dell'omaggio cinefilo, ma nello stesso tempo è il film di Leone più calato in un contesto storico ben determinato che non è più, come nei film precedenti, una mera cornice contestuale che fa da sfondo a duelli e regolamenti di conti immersi in un clima astratto e atemporale, ma assurge a spazio simbolico dotato di una fortissima pregnanza che investe di senso ogni aspetto del film, la narrazione, i personaggi, il loro ruolo come maschere del mito. In C'era una volta il West viene meno il ghigno ironico della trilogia, la compiaciuta violenza, l'amoralità delle azioni e dei personaggi, il ritmo incalzante e sconvolgente. Si crea spazio per una riflessione sul Tempo e sulla Storia che è il vero motore stilistico del film: il ritmo assume qui una cadenza iper-dilatata ai limiti della realisticità, i personaggi si muovono come zombi in una città di fantasmi, il senso di morte e di appartenenza a un passato ormai tramontato investe l'intero apparato stilistico del film, canto di morte del western tout-court. È in quest'ottica che Leone reintroduce consapevolmente all'interno delle proprie strutture narrative e visuali il senso della classicità appartenente a Ford, dissacrato e stravolto nei primi western e portato quasi in processione, come una divinità, nell'ultimo C'era una volta il West. È forse anche in questo ossimoro legato a un impossibile ritorno alle origini, al western che fu, che si può interpretare il senso di un titolo mai così esplicito e dichiaratamente programmatico -quasi didascalico- per un autore. Gli omaggi e i riferimenti sono chiaramente scoperti: l'uso della Monument Valley, scenario fordiano per eccellenza (fu Ford il primo regista a sfruttarla scenograficamente in Ombre rosse), la rilettura irriverente ma al tempo stesso rispettosa del "buon" Henry Fonda, protagonista di alcuni film fordiani come Furore o Il massacro di Fort Apache ma soprattutto indimenticabile Wyatt Earp in Sfida infernale, o la presenza invadente, debordante, massiccia di una Claudia Cardinale come emblema della femminilità e del matriarcato, una femminilità sempre presente nei western di Ford, spesso ruotanti su siparietti sentimentali, ma mai affrontata in precedenza dall'universo misogino e prettamente maschilista di Leone. Fino all'omaggio esplicito nel ricalcare nei minimi dettagli, deformandola però con il suo tipico stile dilatato e iperrealista, un'intera sequenza tra le più belle di Sentieri selvaggi.

I tre volti di John Wayne

Nel film L'uomo che uccise Liberty Valance, il western di Ford preferito da Leone, si assiste a quello che è lo stadio finale di una autentica progressiva mutazione del ruolo dell'eroe nei film di Ford. Inizialmente era il Ringo/John Wayne di Ombre rosse (1939), film prototipo del western classico iniziatore di soluzioni registiche, narrative, scenografiche in seguito destinate a diventare canoniche. Il John Wayne di Ombre rosse è un personaggio senza macchia e senza paura, il classico eroe buono che salva un esuberante campionario di varia umanità chiuso in una diligenza (piccolo specchio del microcosmo sociale) dai ripetuti attacchi degli indiani pellerossa. È un eroe che deve scontare una pena, e che per tutto il film cercherà una propria redenzione nel gesto estremo di salvataggio che attua nei confronti dei propri compagni di sventura. Nello stesso tempo è mosso da un insaziabile desiderio di vendetta nei confronti di alcuni malviventi che gli hanno ucciso il padre e il fratello e che, al proprio ritorno nella cittadinanza, potrà finalmente assassinare. Come si vede sono presenti tutti i grandi temi del western classico: l'eroismo, il sacrificio di sé, l'incarnazione dei valori dell'americanità, la lotta per un mondo moralmente migliore, la vendetta e il regolamento di conti finale come derivazione del genere da una matrice tipicamente omerica. In Sentieri selvaggi (1956) assistiamo a una sconcertante mutazione del personaggio dell'eroe incarnato come prima da un John Wayne qui più invecchiato. Il cambiamento è radicale. Ethan Edwards è un personaggio ossessivo, razzista, sanguinario, in cui non v'è più traccia né dell'ingenuo eroismo di Ringo né del suo galante sentimentalismo. Il nuovo John Wayne è un perdente, destinato a un futuro di solitudine, sconfitto dal tempo e dalla storia. Un fantasma che si aggira per la Monument Valley di un tempo mosso unicamente dalla maniacale ossessione di ritrovare la piccola Debbie rapita dagli indiani, salvo poi desiderare di ucciderla quando l'ha finalmente raggiunta: scopriamo insieme ad Ethan che Debbie è ormai diventata in tutto e per tutto un'indiana, figlia della loro cultura ed educata secondo i loro precetti. Sarà solo un finale e inaspettato moto di pietà a far sì che il sanguinario e razzista Wayne non adempia ai propri propositi omicidi. L'eroe buono e vincitore di Ombre rosse sembra quindi un ricordo del passato, e il western comincia ad assumere i toni decadenti e crepuscolari che poi affioreranno pienamente a partire dagli anni sessanta come una tendenza generalizzante che dura ancora oggi. Ma è solo in L'uomo che uccise Liberty Valance (1962) che il discorso di Ford sull'eroe assume i tratti della piena consapevolezza teorica, tant'è che il film, fondamentale soprattutto per il suo valore contenutistico, può essere accostato per similarità tematica all'analoga teorizzazione filosofica effettuata da Leone in C'era una volta il West. In Liberty Valance assistiamo a uno sdoppiamento dell'eroe: da una parte il moderno James Stewart, incarnazione della Legge, del Sociale, dei valori della Collettività e del nuovo che avanza. In una parola, del Progresso, esattamente come la Jill di C'era una volta il West rappresenta il futuro di una nazione che vede morire i propri simulacri del passato. Contrapposto a James Stewart, come doppio speculare, abbiamo un vecchio e attempato John Wayne molto più vicino al Ringo di Ombre rosse che all'Ethan di Sentieri selvaggi, tanto che può essere visto come lo stesso identico personaggio invecchiato dal peso degli anni. Rappresenta, in una simbologia piuttosto esplicita che fa da fulcro all'intero film, un eroe ormai spento, appartenente a un codice morale e civile che sta progressivamente scomparendo sotto i suoi stessi occhi, spazzato via dai valori imposti da una società in via di burocratizzazione e di civilizzazione di cui si fa promotore e paladino l'effeminato James Stewart, un avvocato che crede nella legge (quindi nel nuovo) che non sa sparare e pensa di poter combattere i criminali utilizzando i libri di diritto. La storia gli darà ragione, e vedrà farsi da parte il preistorico John Wayne che, in un amareggiato finale, rinuncerà spontaneamente anche al possesso della donna, l'unica soddisfazione che poteva rimanergli, in quello che è un definitivo e consapevole ritiro dalle scene. Il West non ha più bisogno di eroi, sembra suggerire l'anziano e sempre più pessimista Ford.

Il buono, il brutto, il cattivo

E di eroi non ve ne sono mai stati nei western cinici e amorali di Sergio Leone, autore che ha fatto piazza pulita di ogni stereotipo e ha letteralmente reinventato il genere dalle fondamenta. Il protagonista dei suoi film è uno straniero senza nome che viene dal nulla e nel nulla ritorna, senza passato né futuro, il cui codice morale è improntato a un cinico arrivismo che fa della ricerca del denaro il suo fine ultimo. Uccide senza pietà e senza rimorsi, parla pochissimo con un filo di voce inespressivo, non è galante con le donne e spara volentieri alle spalle. Un eroe che non si differenzia in nulla dai cattivi, le distinzioni morali sono annullate, il senso della storia anche. Nei primi due film (Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più) non vi è alcun riferimento o coordinata storica precisa, tanto che sembra di trovarsi in una terra senza tempo e senza storia in cui l'unico elemento dominante è la violenza di tutti contro tutti. Leone mette in scena un western astratto, iperrealista, dagli accenti vagamente surreali e fumettistici, perennemente sopra le righe. I western di Leone vivono di un indecifrabile ossimoro: da una parte l'autenticità esasperata nei costumi, nelle scenografie, nel fragore degli spari, nell'effetto di una pallottola sul corpo umano, nella sporcizia e nel sudore dei numerosi caratteristi, tutto è improntato a un maniacale realismo della ricostruzione anche piuttosto innovativo per i tempi. Dall'altra viene continuamente messo in scena un instancabile processo di decostruzione dell'effetto di realtà attraverso una rappresentazione dichiaratamente iperbolica e portata all'eccesso: i film debordano di situazioni impossibili e assurde, l'infallibilità dei pistoleri è spinta oltre le soglie dell'umano, i dialoghi sono rarefatti in pochissime battute concepite apposta per stagliarsi nella memoria dello spettatore, il clima perennemente apocalittico e cimiteriale è a dir poco stravagante. I western di Leone fanno dell'iperbole la loro principale connotazione stilistica, della distruzione sfrontata del classicismo il loro maggiore punto di forza. Stilisticamente Leone è stato probabilmente, insieme al suo discepolo Dario Argento, il regista italiano che più è riuscito a cambiare il modo di fare cinema non solo in Italia, ma nel mondo, influenzando non solo le strutture del genere di appartenenza, ma del cinema tout-court. L'influenza di Leone è stata talmente forte e impressionante che la sua eredità può essere riscontrata in numerosi generi e sottogeneri: per rimanere in Italia, il suo stile eccessivo e manierista ha dato vita al filone del poliziottesco (i cui principali esponenti provengono tutti dalla gavetta nel western leoniano), al thriller argentiano, e indirettamente al filone comico-demenziale di Bud Spencer e Terence Hill. Autori acclamati e fondamentali come Tarantino, Rodriguez, Woo, Carpenter, Hill, Eastwood, De la Iglesia, Miller e molti altri devono a Leone gran parte della propria ispirazione e formazione di cineasti, e riconoscono apertamente il debito. Il cosiddetto "mexican stand off", ovvero il regolamento di conti finale in cui tutti sparano contro tutti, riveste nel cinema pulpizzato contemporaneo una suggestione talmente forte e inflazionata che risulta necessario interrogarsi sulle sue più dirette origini.

Il duello nel cinema western

Sin dalle sue origini il western, padre di tutti i generi (del film poliziesco, del war-movie, di buona parte della science fiction) assimila immediatamente le strutture narrative proprie del mito per eccellenza, quello omerico. Il cinema si consuma in sala tramite un rito collettivo -esattamente come un tempo si tramandavano nell'oralità i miti omerici- è la catena di montaggio dell'immaginario collettivo, mezzo espressivo per antonomasia della società di massa, divulgatore delle strutture narrative della letteratura popolare e creatore di un senso generalizzato di collettiva appartenenza. Sfruttando il nuovo mezzo espressivo (il cinema) per raccontare la storia recente americana non ancora del tutto conclusa e in parte ancora sotto gli occhi dei cineasti del periodo, l'epopea del West, si reintroduce in maniera probabilmente inconscia, all'interno di questa grande macchina popolare, il Mito per antonomasia dell'immaginario occidentale, ovvero quello dell'Iliade e dell'Odissea.

Sergio Leone ne aveva piena consapevolezza, e nei suoi film accentua in misura estrema la derivazione omerica del genere. Gli sceriffi e i pistoleri del Far West sono gli Achille e gli Agamennone del passato, e il fulcro narrativo principale dei suoi film verte su trame di vendetta, di fantasmi provenienti dal passato, di spietati regolamenti di conti che culminano inevitabilmente, catarticamente, nel duello finale. Ma il duello finale è una marca narrativa del western tout-court sin dalle origini. Celeberrimo il duello del capostipite Ombre rosse, con il giovane e già leggendario John Wayne che si catapulta per terra facendo fuoco in uno scontro mortale che paradossalmente non viene consumato sullo schermo. Emblematico anche il duello del crepuscolare L'uomo che uccise Liberty Valance, in cui la reale dinamica dei fatti non è esattamente quella che ci viene mostrata. Servirà un flashback a posteriori che mostrerà lo stesso duello da un secondo punto di vista a chiarire i meriti e le colpe. Ma sarà Sergio Leone a fare del duello il momento culminante, esteticamente riassuntivo, del cinema western. È nello spazio (sempre circolare) e nel tempo (sempre più dilatato) del duello che lo stile barocco di Leone trova il suo più prezioso sfogo. Ne Il buono, il brutto, il cattivo assistiamo a un lunghissimo "triello" scomposto e frammentato da un montaggio sempre più frenetico che, di pari passo con l'incedere marziale della musica di Morricone, disegna una inarrivabile costruzione di suspense. Una sequenza di cinema purissimo che sarebbe piaciuta ad Hitchcock, in cui il senso snervante di una prolungata attesa è interamente costruito dalla musica e dal montaggio.
In C'era una volta il West ci troviamo di fronte al duello per antonomasia, al tentativo ultimo e definitivo, come definitivo e magistralmente riassuntivo è l'intero film, di mettere in scena il duello nei suoi tratti più peculiari e distintivi. Sostituendo alla scomposizione del montaggio l'uso iper-dilatato dei movimenti di macchina e dei lentissimi zoom in avanti e all'indietro sui volti e sugli occhi dei personaggi, Leone osa interrompe il coito del duello inserendovi all'interno un raccapricciante flashback che svela allo spettatore i mai chiariti perché narrativi e le motivazioni dei personaggi, e quindi il senso stesso del duello e del film. Uno strabiliante virtuosismo all'interno del virtuosismo, una nuova stravolgente reinvenzione della narrazione classica e delle sue cristallizzate figure retoriche.

Gabriele Albanesi

 

JOHN FORD
- Filmografia essenziale

1924 Il cavallo d'acciaio (The Iron Horse)
1936
Maria di Scozia (Mary of Scotland)
1937
Uragano (The Hurricane)
1939
Ombre rosse (Stagecoach)
1940
Furore (The Grapes of Wrath)
1940
Viaggio senza fine (The Long Voyage Home)
1941
La via del tabacco (Tobacco Road)
1941
Com'era verde la mia valle (Wow Green was my Valley)
1945 I sacrificati (They Were Expendable)
1946 Sfida infernale (My Darling Clementine)
1947 La croce di fuoco (The Fugitive)
1948 Il massacro di Fort Apache (Fort Apache)
1949 I cavalieri del nord-ovest (She Wore a Yellow Ribbon)
1950 Rio Bravo (Rio Grande)
1950 La carovana dei Mormoni (Wagonmaster)
1952 Un uomo tranquillo (The Quiet Man)
1953 Il sole splende alto (The Sun Shines Bright)
1953 Mogambo (Mogambo)
1955 La lunga linea grigia (The Long Grey Line)
1956 Sentieri selvaggi (The Searchers)
1957 Storie irlandesi (The Rising of the Moon)
1957 Le ali delle aquile (The Wings of Eagles)
1958 Korea (Korea)
1958 L'ultimo urrà (The Last Hurrah)
1959 Soldati a cavallo (The Horse Soldiers)
1960 I dannati e gli eroi (Sergeant Rutledge)
1961 Cavalcarono insieme (Two Rode Together)
1962 L'uomo che uccise Liberty Valance (The Man who Shoot Liberty Valance)
1962 La conquista del west (How the West was won)
1963 I tre della croce del sud (Donovan's Reef)
1964 Il grande sentiero (Cheyenne Autumn)
1965 Missione in Manciuria (Seven Women)
1965 Il magnifico irlandese (Young Cassidy)

SERGIO LEONE
- Filmografia

1959 Gli ultimi giorni di Pompei (non accreditato)
1961 Il colosso di Rodi
1964 Per un pugno di dollari
1965 Per qualche dollaro in più
1966 Il buono, il brutto, il cattivo
1968 C'era una volta il West
1972 Giù la testa
1984 C'era una volta in America