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The mov(i)e |
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Cinema e viaggio, uomini spazi movimenti, esigenza primitiva e profonda. Il desiderio del viaggio, l'ossessione del vedere ciò che non si può vedere, è presente nelle primissime pellicole della neonata arte ("Panorama des rives du Nil" 1896 di E. Promio); d'altronde sono proprio i documentari turistici, i phantom ride, i primissimi "blockbuster". Il cinema vede davanti a sé spazi illimitati e, alla ricerca di una sua strada, consapevole di essere arte in fieri, pone nel viaggio e nelle sue strutture fondamentali il proprio destino. La sua non è una scelta facile: viaggiare è (ri)mettersi in discussione, trasfigurare se stessi e i propri personaggi. | ||
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Partenza "La
marcia vesto il west è la nostra odissea" |
| Per trasfigurarsi i personaggi hanno bisogno di spazi e movimenti, devono necessariamente vincolarsi ad essi: il mito della frontiera ha bisogno di eroi fordiani che la attraversino e l'aiutino a ritrovare l'ordine perduto(Ombre rosse, 1939) e la famiglia Joad deve sognare la California per poter viaggiare e riscattarsi dall'ingiustizia e dalla miseria (Furore, 1940). | ![]() |
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A piedi o a cavallo, in diligenza o in treno l'importante è spostarsi, anche se per fini differenti: il moto (a luogo) di conquista di Buffalo Bill, del generale Custer e di Wild Bill Hickock (La conquista del West di C. DeMille, 1936), l'integrazione nazionale, anche se contraddittoria, del costruttore di ferrovie David Brandon (Cavallo d'acciaio di J. Ford, 1924) la ricerca della giustizia di Eddie accusato di omicidio (Sono innocente di F. Lang, 1938). |
| Il viaggio è epocale, risolutivo, si conclude spesso con un malinconico happy end; ma i tempi stanno per cambiare. "Qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda" (L'uomo che uccise Liberty Valance di J. Ford, 1962 ) ma per essere leggenda bisogna essere morti. | ![]() |
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Transito "Dove andiamo?"
"Non lo so, ma dobbiamo andare" |
| All'ascesa segue, necessariamente, una caduta; l'epopea del viaggio si sgretola, il paesaggio frana sotto i piedi dei personaggi. Le prime avvisaglie si hanno con Solo sotto le stelle di A. Miller 1962, remake de L'uomo senza paura di K. Vidor, 1955: Douglas è un cow-boy in fuga da jeep ed elicotteri, in cerca della sua libertà; si ritroverà a cavalcare su un'autostrada, a celebrare i funerali del western e dell'arrivo provvidenziale della cavalleria. |
| Non
rimane che la strada, si DEVE partire alla ricerca della purezza perduta;
il viaggio inizia ma non ha inizio ne un fine, è ribellione musica droga
libertà e paura (Easy Rider di D. Hopper, 1969), è fuga
da una presenza oscura e minacciosa: il progressismo tecnologico (Duel
di S. Spielberg, 1971), le istituzioni (Vanishing Point
di R.Sarafian, 1971, Sugarland Express di S. Spielberg,1974), il conformismo |
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(Cinque pezzi facili di B. Rafaelson, 1970). L'arrivo è traumatico e non porta ad alcuna trasformazione o trasfigurazione; il nichilismo nomade dei giovani costretti a sanguinare porta, tuttavia, alla consapevolezza di una coscienza collettiva, coscienza che sarà (definitivamente?) distrutta dalla guerra vietnamita (Apocalipse Now di F.F. Coppola, 1979 e Il cacciatore di M. Cimino, 1978 ). |
| Per altri il viaggio non è solo accessorio drammatico ma condizione permanente, puro stato esistenziale: diviene percorso rivelatore dell'impossibilità di penetrare l'essenza delle cose (Alice nelle città di W. Wenders, 1973) e di sublimare la propria vita nell'arte (Falso movimento di W. Wenders, 1974), un mezzo per cogliere la vita in frammenti casuali (Nel corso del tempo di W. Wenders, 1975). Gli eroi wendersiani hanno il viaggio nel sangue e non serve alcun pretesto per metterli sulla strada: viaggiando estendono la loro percettività sensoriale arricchendosi interiormente e intensificando la loro esperienza senza vivere un'esperienza liberatoria ma percorrendo un itinerario lungo e sofferto. | ![]() |
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Arrivo "So Mary climb
in, it's a town full of loser and I'm pulling here to win"
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L'arrivo
è pieno di malinconia, esperienze, ricordi, come se il viaggio fosse solo un pretesto per parlare d'altro: di confronti fra culture diverse (Bagdad cafè di P. Adlon, 1987) di generazioni (Marrakech Express di G. Salvatores, 1989) di orgoglio femminista (Thelma & Louise di R. Scott, 1991) dell'adolescenza (Stand by me di B. Reiner, 1986) della confusione d'identità (Strade perdute di D. Lynch, 1996). |
| La macchina ha avuto il sopravvento, viaggiare è ancora un atto di ribellione ma privo di quella sorta di coscienza unificatrice; gli eroi della strada sono soli, anziani a cavallo di un tagliaerbe (Una storia vera di D. Lynch, 1999) o ragazze dagli enormi pollici, utili per l'autostop e rimediare passaggi persino dagli aerei (Cowgirl-il nuovo sesso di Gus van Sant, 1993) indimenticabile, poi, la storia; di un giovane senegalese | ![]() |
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che per evitare
di perdere il biglietto della lotteria lo incolla alla porta di casa;
vincerà ma dovrà attraversare chilometri e chilometri con la pesante
porta sulla spalla per ritirare il premio e per restituirci l'autentica
e innocente emozione del viaggio (Il franco di D.D. Mambety,
1993). Già, perché il viaggio come spostamento fisico sta tramontando:
rimane il suo mito, i viaggi virtuali sono più comodi e veloci. |