| American Beauty: un esordio fulminante
Intervista a Sam Mendes |
Lei ha rinunciato a numerose sceneggiature prima di girare American Beauty perché ha affermato che voleva esordire sul grande schermo con una storia straordinaria, ebbene, American Beauty è sicuramente una storia straordinaria, cosa l'ha colpito di più quando ha letto la sceneggiatura? |
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| Sono diversi i motivi che mi hanno convinto ad accettare la sceneggiatura, per dirne alcuni principali, la capacità di esprimere un senso di solitudine, di mistero, d'amore, un finale inatteso, e una rappresentazione particolare dei valori americani, insomma si potrebbe dire che siano cinque film in uno. |
| Vorrei capire se lei raccontando questa realtà abbia concepito una quotidianità diffusa anche al di fuori dell'America oppure sia una rappresentazione di un caso patologico singolare ed estremo? |
| Sicuramente questo film non si è prefisso di insegnare una lezione, non ha un intento morale, ognuno nella visione del film farà un'esperienza personale, da parte mia ho voluto narrare una storia cercando di astenermi da qualsiasi giudizio sui personaggi, evitando di tracciare una linea di confine tra buoni e cattivi. Ogni spettatore dovrà cercare di relazionarsi ai personaggi, io, ripeto, ho voluto semplicemente raccontare una storia. |
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| Invece per quanto riguarda la caratterizzazione del vicino "paramilitare" ha incontrato qualche difficoltà? Come si è posto in relazione a questo personaggio? |
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Il film non è un evento a carattere sociologico ma essenzialmente una storia, il regista ha il compito di prendere un sassolino, lucidarlo il più possibile, e gettarlo nello stagno e poi tutti i cerchi concentrici che si formeranno dovranno vivere a prescindere da lui. Non è nell'intento del film approfondire il tema della crescita dei gruppi di estrema destra negli Usa. In realtà nella scena in cui si mostra il piatto con il simbolo nazista, solo superficialmente può essere visto un lato socio-politico; in realtà invece è un segnale di affetto che lega il padre ed il figlio, una sequenza molto tenera, anche se certamente non può nascondersi l'avvicinamento del padre a quell'ideale politico. Infine tutti gli elementi sociologici presenti, come la detenzione di armi, la presenza di omosessuali, i legami sentimentali fra persone con marcate differenze di età, sono strettamente funzionali alla storia. Questi elementi presi da soli non funzionerebbero. |
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Sembra che negli ultimi anni parte del cinema americano stia lottando contro la sindrome del politicamente corretto, qui abbiamo Kevin Spacey, in Fight Club troviamo Edward Norton, insomma, un tentativo di ribellione contro una società castrante? |
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Il mio film cerca di raccontare quanto sia difficile vivere una vita normale e al contempo straordinaria. Pur essendo un film completamente diverso da Fight Club, ci sono dei punti in comune fra il personaggio di Edward Norton e Kevin Spacey, entrambi infatti sono comuni e speciali allo stesso tempo. Nel nostro caso Spacey è l'uomo comune per eccellenza. |
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| Si ispira ad un genere e a un periodo specifico nella rappresentazione cinematografica? |
| Io amo gli anni '70 ed i film che amo di più si collocano fra il 1968 ed il 1975. Dal punto di vista stilistico questa è sicuramente il periodo a cui mi ispiro anche se non c'è un regista in particolare al quale faccio riferimento. Certo i film di Robert Altman mi hanno aiutato per la narrazione, poi ci sono Kubrick, Scorsese, Coppola. Di sicuro non sono della mtv generation. |
| Ma è vero che lei ha firmato un contratto con la Dreamworks per altri film? E come è arrivato questo film alla corte di Steven Spielberg? |
| No. Non ho un contratto che mi leghi alla Dreamworks per altri film. Questo mi negherebbe la possibilità di sfruttare altre occasioni future altrettanto buone come per questo film. Con la Dreamworks ho semplicemente una clausola di prima opzione, questo vuol dire che qualsiasi progetto mi venga proposto devo farlo visionare a loro ma senza concedergli il diritto di esclusiva. In ogni caso il rapporto con la Dreamworks per questo film è stato ottimo, ho avuto tutta la libertà che richiedevo, una esperienza positiva insomma. Mi ritengo fortunato soprattutto perché mi sono ritrovato a gestire un film come se fosse un vero e proprio film indipendente. Nessuna intromissione nella regia e nella sceneggiatura. Spero che questo si ripeta in futuro. |
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Per finire, non è stato troppo duro nel dipingere la figura di Kevin Spacey? Non risulta un po' troppo patetico? |
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Non è solo patetico, è anche una persona giusta, vulnerabile, con attimi di follia, ma che arriverà ad uno stato di grazia dopo lo sforzo fatto per comprendere la sua vita. Cerca di redimersi, fino a trasformarsi in una sorta di antieroe alla fine della storia. |
| Gianluca Paoletti |