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CALANDO IL SIPARIO: OTOUTO DI YOJI YAMADA CHIUDE LA SESSANTESIMA BERLINALE
Il toccante e complesso film di Yoji Yamada, Otouto (About her brother) chiude tra gli applausi l'edizione del sessantenario della Berlinale. Yoji Yamada chiude anche, con Tsutomo Abe, il programma di Forum con Kyoto story, un omaggio sentito al cinema nipponico, poetico e commovente nella sua classicità
Negli ultimi tre giorni le temperature non hanno fatto che scendere. La neve piano piano ha iniziato a ritirarsi, il ghiaccio a sciogliersi, dando luogo a enormi pozze su cui tante piccole lastre di ghiaccio ancora galleggiano. La neve, che prima scendeva forte ad ammantare tutta Berlino, ora si è tramutata in pioggia sottile. Infine è il sole ad illuminare l'ultimo giorno della sessantesima Berlinale. Negli uffici e nella sala stampa, nei cinema e negli shop ufficiali si inizia a smantellare tutto: i poster vengono staccati, i tavoli di riferimento delle sezioni collaterali vengono svuotati di tutti i pressbook, nei cinema le locandine dei film della Berlinale vengono sostituiti con quelli che andranno nella sale, i ticket counter chiudono uno dopo l'altro.
È in questo clima che il festival si conclude e tocca a Yoji Yamada, maestro del cinema nipponico a far calare il sipario sulla kermesse, dando le ultime mandate all'edizione del sessantenario.
Il film di chiusura del Festival, Otouto (About her brother) è una delicata parabola sugli affetti, riflessione profonda sull'indissolubilità dei legami familiari. Otouto in giapponese vuol dire fratello minore, ed è proprio Tetsuro, il fratello minore della madre di Koharu, il protagonista del film di Yamada. Dopo che Koharu perse il padre quand'era ancora piccola, fu proprio Tetsuro a prendersi cura di lei, quando la madre, spesso fuori per il lavoro, non poteva farlo. Ma Tetsuro è in realtà un grosso bambinone, ex attore dedito perennemente aglis scherzi, ingenuo, spontaneo, una adolescente mai diventato adulto ("Ma quando vidi che io crescevo e lui rimase uguale, allora non mi divertivo più con lui", sentenzia Koharu a inizio film). Pasticcione e amante del bere, Tetsuro viene ben presto emarginato da tutta la famiglia, fino a quando non fa la sua ricomparsa al matrimonio della nipote, combinando nuovamente degli immancabili pasticci.
Il film di Yamada racconta ed esplora con profonda delicatezza l'animo fragile di Tetsuro, la sua fondamentale bontà, spingendosi a toccare le corde dell'universalità del legame d'affetto: Testuro ne combina di tutti i colori, rovina il matrimonio della nipote, trova una ragazza, ma le chiede in prestito una grossa somma di denaro, la perde al gioco e sparisce, costringendo la sorella a pagare per lui il debito, eppure la sorella gli rimarrà sempre accanto, nonostante tutto. Nel clima di odio che il resto della famiglia gli riserva, l'unico che infondo aveva capito Testuro è il padre di Koharu che quando questa nacque, volle che fosse proprio Testuro a darle il nome. Il gesto del padre, fu il gesto che fece riscoprire alla sorella il concetto più profondo di affetto e di legame, spogliandolo di tutti le rigidità formali che la società impone nel rapporto, a maggior ragione in una cultura come quella giapponese, dove il gesto formale ha una importanza fondamentale. Testuro è fuori dal mondo , proprio perché la società ha deciso quali sono i limiti delle età, i codici di comportamento, cosa si può tollerare e cosa no; la società decide cos'è normalità e Testuro ne è stato messo ai margini. Essere nominati è il rpimo gesto sociale - e anche umano - che il neo -uomo venuto al mondo subisce: il nome determina l'identità, la posizione all'interno di un luogo sociale, l'appartenza alla società stessa; nominare è allora ciò che è sempre stato negato a Testuro, la possibilità di far parte di quella società che lo aveva messo ai confini della società stessa: questo gesto spazza via tutte quelle regole sociali, oltrepassando la mera e rigida formalità toccando il nucleo dell'umanità, del rapporto, dell'affetto familiare.
Così nella lunga e commovente sequenza finale, la lunga agonia di Testuro verso la morte (negli anni ha contratto diverse malattie, ora incurabili), affiora sempre più questa universalità profonda, questa permanenza, questa indissolubilità del rapporto (simboleggiata dal nastro rosa che lega la sorella e il fratello) che quando tocca il suo apice (Testuro sta morendo, ma accanto a sé la sorella, la nipote,venuta in fretta e furia, gli amici dell'ospedale) necessita di essere fermata (cine)fotograficamente, affinché diventi ricordo materiale di un momento autentico, a differenza di tutte le foto cerimoniali che vengono scattate ad esempio, ad un matrimonio. Koharu è appena arrivata, Testuro non può più vedere, ma sentire: allora con sforzo sovraumano con la mano fa il segno della vittoria (che rievoca una foto di anni prima fatta con la nipote ancora piccola, vista in apertura del film, che tra l'altro zoomava sul quel gesto): in quel momento un dottore della clinica dice: "Hai visto Testuro? Tutte le persone che ti vogliono bene sono qui, attorno a te, è necessario fare una foto ricordo", quindi con il cellulare scatta una foto nel più improbabile dei momenti, distruggendo il concetto stesso di foto ricordo, quel tipo di foto che deve testimoniare un momento divertente, piacevole, indimenticabile. Ebbene è proprio in questo apparente negare il cocnetto di foto-ricordo che Yamada riqualifica il concetto stesso di immagine, legandolo all'autenticità del legame affettivo, della memoria, della testimonianza. È nel massimo momento di dolore, che il legame autentico, il massimo dell'affetto riemerge, accedendo all'universalità e all'incorruttibilità e tocca all'immagine fermarla nell'autentico, testimoniarla.
Ma Yamada non ha ancora finito. Dopo qualche tempo, Koharu, già da tempo divorziata, si risposa. Assistiamo allora alla replica spiccicata della sequenza iniziale del film: tutto si ripete, ora sull'armadio ci sono due fotografie (il padre e Testuro) invece di una, la nonna paterna è ancora viva, ma molto invecchiata, si muove in carrozzella e ha dei vuoti di memoria, cosicché continuando il riproporsi della scena iniziale, la nonna chiede: "Ma avete invitato anche quel bizzarro zio, Testuro?", al che, nell'imbarazzo madre e figlia danno corda, nel pianto, alal nonna dicendo di non averlo fatto, ma la nonna, diversamente da quanto detto nella prima sequenza, sostiene che è un peccato non averlo fatto, un ragazzo sì pasticcione, ma simpatico, gentile, etc.
È proprio in questo fallire della memoria umana, che la memoria cinematografica, esplicata nel replicare l'inizio (ovvero l'archè), diviene archivio della testimonianza, universalizzando l'immagine, ridando lei quel valore perduto nella bulimia di immagini che investe il mondo quotidianamente.
Il film di chiusura del Festival, Otouto (About her brother) è una delicata parabola sugli affetti, riflessione profonda sull'indissolubilità dei legami familiari. Otouto in giapponese vuol dire fratello minore, ed è proprio Tetsuro, il fratello minore della madre di Koharu, il protagonista del film di Yamada. Dopo che Koharu perse il padre quand'era ancora piccola, fu proprio Tetsuro a prendersi cura di lei, quando la madre, spesso fuori per il lavoro, non poteva farlo. Ma Tetsuro è in realtà un grosso bambinone, ex attore dedito perennemente aglis scherzi, ingenuo, spontaneo, una adolescente mai diventato adulto ("Ma quando vidi che io crescevo e lui rimase uguale, allora non mi divertivo più con lui", sentenzia Koharu a inizio film). Pasticcione e amante del bere, Tetsuro viene ben presto emarginato da tutta la famiglia, fino a quando non fa la sua ricomparsa al matrimonio della nipote, combinando nuovamente degli immancabili pasticci.
Il film di Yamada racconta ed esplora con profonda delicatezza l'animo fragile di Tetsuro, la sua fondamentale bontà, spingendosi a toccare le corde dell'universalità del legame d'affetto: Testuro ne combina di tutti i colori, rovina il matrimonio della nipote, trova una ragazza, ma le chiede in prestito una grossa somma di denaro, la perde al gioco e sparisce, costringendo la sorella a pagare per lui il debito, eppure la sorella gli rimarrà sempre accanto, nonostante tutto. Nel clima di odio che il resto della famiglia gli riserva, l'unico che infondo aveva capito Testuro è il padre di Koharu che quando questa nacque, volle che fosse proprio Testuro a darle il nome. Il gesto del padre, fu il gesto che fece riscoprire alla sorella il concetto più profondo di affetto e di legame, spogliandolo di tutti le rigidità formali che la società impone nel rapporto, a maggior ragione in una cultura come quella giapponese, dove il gesto formale ha una importanza fondamentale. Testuro è fuori dal mondo , proprio perché la società ha deciso quali sono i limiti delle età, i codici di comportamento, cosa si può tollerare e cosa no; la società decide cos'è normalità e Testuro ne è stato messo ai margini. Essere nominati è il rpimo gesto sociale - e anche umano - che il neo -uomo venuto al mondo subisce: il nome determina l'identità, la posizione all'interno di un luogo sociale, l'appartenza alla società stessa; nominare è allora ciò che è sempre stato negato a Testuro, la possibilità di far parte di quella società che lo aveva messo ai confini della società stessa: questo gesto spazza via tutte quelle regole sociali, oltrepassando la mera e rigida formalità toccando il nucleo dell'umanità, del rapporto, dell'affetto familiare.
Così nella lunga e commovente sequenza finale, la lunga agonia di Testuro verso la morte (negli anni ha contratto diverse malattie, ora incurabili), affiora sempre più questa universalità profonda, questa permanenza, questa indissolubilità del rapporto (simboleggiata dal nastro rosa che lega la sorella e il fratello) che quando tocca il suo apice (Testuro sta morendo, ma accanto a sé la sorella, la nipote,venuta in fretta e furia, gli amici dell'ospedale) necessita di essere fermata (cine)fotograficamente, affinché diventi ricordo materiale di un momento autentico, a differenza di tutte le foto cerimoniali che vengono scattate ad esempio, ad un matrimonio. Koharu è appena arrivata, Testuro non può più vedere, ma sentire: allora con sforzo sovraumano con la mano fa il segno della vittoria (che rievoca una foto di anni prima fatta con la nipote ancora piccola, vista in apertura del film, che tra l'altro zoomava sul quel gesto): in quel momento un dottore della clinica dice: "Hai visto Testuro? Tutte le persone che ti vogliono bene sono qui, attorno a te, è necessario fare una foto ricordo", quindi con il cellulare scatta una foto nel più improbabile dei momenti, distruggendo il concetto stesso di foto ricordo, quel tipo di foto che deve testimoniare un momento divertente, piacevole, indimenticabile. Ebbene è proprio in questo apparente negare il cocnetto di foto-ricordo che Yamada riqualifica il concetto stesso di immagine, legandolo all'autenticità del legame affettivo, della memoria, della testimonianza. È nel massimo momento di dolore, che il legame autentico, il massimo dell'affetto riemerge, accedendo all'universalità e all'incorruttibilità e tocca all'immagine fermarla nell'autentico, testimoniarla.
Ma Yamada non ha ancora finito. Dopo qualche tempo, Koharu, già da tempo divorziata, si risposa. Assistiamo allora alla replica spiccicata della sequenza iniziale del film: tutto si ripete, ora sull'armadio ci sono due fotografie (il padre e Testuro) invece di una, la nonna paterna è ancora viva, ma molto invecchiata, si muove in carrozzella e ha dei vuoti di memoria, cosicché continuando il riproporsi della scena iniziale, la nonna chiede: "Ma avete invitato anche quel bizzarro zio, Testuro?", al che, nell'imbarazzo madre e figlia danno corda, nel pianto, alal nonna dicendo di non averlo fatto, ma la nonna, diversamente da quanto detto nella prima sequenza, sostiene che è un peccato non averlo fatto, un ragazzo sì pasticcione, ma simpatico, gentile, etc.
È proprio in questo fallire della memoria umana, che la memoria cinematografica, esplicata nel replicare l'inizio (ovvero l'archè), diviene archivio della testimonianza, universalizzando l'immagine, ridando lei quel valore perduto nella bulimia di immagini che investe il mondo quotidianamente.
Ugualmente poetico e commovente nella sua limpida classicità e Kyoto story, film di chiusura di Forum, ad opera dello stesso Yamada e di Tsutomo Abe, film omaggio alla Hollywood d'oriente (qui furono prodotti, tra gli altri, due dei più grandi capolavori del cinema nipponico, I racconti della luna pallida d'agosto di Kenji Mizoguchi e Rashomon di Akira Kurosawa) e ai nuovi cineasti della scuola di arti visuali di Kyito. Il film, che narra la delicata storia di un triangolo che è anche metafora della scelta di vita (andare e cambiare vita con il professore di cinese antico e rimanere con lo scanzonato aspirante comico, ereditando l'azienda di Tofu di questo ultimo? L'avventura o la quotidianità?) risente moltissimo dell'influenza dei grandi maestri, soprattutto di Ozu, per quanto concerne la costruzione dello spazio interno dell'inquadratura e di Mizoguchi e Kurosawa per quanto concerne l'intimità e l'universalità dei temi trattati, facendo di Kyoto story una moderna variante del classico monogatari (racconto) nipponico, che è anche un pretesto per raccontare una città attraverso una storia esemplificativa di questa ultima (Kyoto tra passato e futuro, tradizione e rinnovamento, nostalgia e voglia di ricominciare), grazie anche alle piccole interviste alle persone/personaggi del luogo, inseriti qua e là durante la storia finzionale.
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