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GLI ULTIMI FUOCHI DEL FESTIVAL: SADOMASOCHISMO, LUTTO E EVASIONE

Ultimi titoli in concorso per la Berlinale 60: The killer inside me di Michael Winterbottom, En Familie di Pernille Fisher Christensen e Rompecabezas di Natalia Smirnoff. La bocca del lupo di Pietro Marcello vince il prestigioso Caligari Filmpreisz per la sezione Forum

GLI ULTIMI FUOCHI DEL FESTIVAL: SADOMASOCHISMO, LUTTO E EVASIONE

Penultimo giorno della Berlinale numero 60: ma nonostante il clima di chiusura, la sezione concorso continua a sfornare film e tira fuori il primo vincitore della kermesse. A sorpresa, il Caligari Flimpreisz , premio al film più innovativo e sperimentale viene assegnato, proprio ad un italiano, La bocca del lupo, già vincitore a Torino e appena uscito in sala in Italia. Non possiamo che essere contenti di questa vittoria, considerando soprattutto l'importanza del premio.Ultimi film in Tornando al concorso, ad attirare più di tutti l'attenzione è il contesatissimo film di Michael Winterbottom, The Killer inside me, che al Sundance Film Festival è stato sommerso dai fischi e dalle conseguenti lacrime di Jessica Alba, che infatti a Berlino non si è vista.


Impossibile non dare torto ai mugugni, anche se le reazioni devono essere state piuttosto esagerate, al pubblico del Sundance. Il film, infatti, è pieno di stranezze narrative (per non dire veri e propri bloopers) che provocano più di una perplessità perfino allo spettatore più distratto.
Winterbottom (già un orso d'oro e un orso d'argento), pare con The Killer inside me, perdere la bussola cinematografica: la storia di Lou, sceriffo sadomaso e assassino "a tempo perso", infatte pare sospesa nel nulla, senza alcuna pretesa di satira sociale (chissà perchè ci viene in mente Taxi driver), ma debole anche sotto il punto di vista di d'indagine esistenziale e psicologica. Il film, infatti sembra focalizzarsi unicamente, sulla parte thriller, che però è senz'altro la parte più debole del film: scontato e prevedibile, senza il minimo di suspance,  basato tutto su un colpo di scena finale, per sostenere il quale si finisce per arrampicarsi più e più volte sugli specchi (tutti sospettano di lui, ma alla fine gli basta che Lou dica, "non è vero" e tutti cambiano idea, cosa tra l'altro in contraddizione proprio con al scena finale). La povera Jessica Alba è un giocattolo sessuale sadomaso - così come la Hudson -, più che un'attrice e Affleck è a dir poco irritante con la sua spocchia di uomo al sicuro. Registicamente piatto, a parte l'artificio - inverosimile e ingiustificato - della scena finale, narrativamente poco giustificato e sconnesso, The killer inside me appare più come una debole prova di forza cinematografica, inseguendo, senza mai raggiungerli, i fratelli Coen de Non è una paese per vecchi.
Più interessante, ma per gran parte del film poco soddisfacente è il danese En Familie, di Pernille Fisher Christensen.  Storia di una padre, ultimo di una lunga serie di panettieri tanto famosi da essere rifornitori della regina di Danimarca, e della sua famiglia, dei suoi figli (tra prima e seconda moglie tutte le età vengono coperte), all'indomani della scoperta di quest'ultimo di avere un tumore al cervello incurabile: la notizia sconvolgere la vita dell'intera famiglia. A mancare in questo dramma familiare è forse proprio la coralità che il titolo suggerirebbe. Le voci, dacchè così numerose, in realtà si limitano a due: il padre e la primogenita, quasi rendendo puro contorno gli altri componenti della famiglia. Ecco che il film si riduce ad uno scontro di problemi, visioni del mondo, opportunità: la primogenita deve decidere se andarsene a New York per il lavoro della sua vita, per il quale ha anche dovuto abortire o restare per prendere in mano l'azienda famigliare. È uno scontro silenzioso quello tra padre e figlia che avviene ai piedi del letto di morte, in silenzio, mentre si prepara e lava il corpo del defunto. Alla fine non resta che la catarsi del sesso, elaborazione del lutto e scioglimento di tutte le tensioni.

In ultimo Rompecabezas (Puzzle), esordio dell'argentina Natalia Smirnoff. Quello che sulla carta poteva essere l'Over the top della Ravensburger (e nel film la nota marca di puzzle è onnipresente: quasi ci si aspettava il triangolino blu all'angolo dello schermo), in realtà lascia cadere, tagliando di netto, ogni sequenza che possa incentrarsi sui temi classici dei film competitivi, come il momento di difficoltà, il personaggio cattivo e sicuro di vincere, lo sforzo finale contro tutto e  tutti, etc etc. E  Rompecabezas vi rinuncia in luogo di un approfondimento maggiore - ma a nostro avviso ancora non sufficiente -  della crisi familiare che investe la protagonista (interpretata da una delle rivelazioni del festival, Maria Onetto): il puzzle, al competizione, diventa allora evasione dalla profonda incomunicabilità familiare che mina  moglie e marito, moglie e figli; un'evasione segreta perché non compresa né dal marito (il quale distruggerà uno dei suoi puzzle, trovando la moglie ancora sveglia alle tre del mattino) né dai figli, l'ultima occasione per usicire dalla routine quotidiana dettata dall'indifferenza (nella sequenza iniziale Maria è costretta a fare tutto da solo nel giorno del suo compleanno, perfino portarsi la torta in sala per spegnere el candeline che nell'emozione del gioco, del rompicapo si dissolve in un'avventura, nel senso antonianano del termine. Ma una volta conclusa l'avventura tutto deve tornare alla normalità: vinto il premio Maria è di fronte a una scelta, continuare o restare: la sequenza dei titoli di coda darà una risposta, nel silenzio di una giornata di sole (o no?).

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