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DISTANZE INCOLMABILI E FILM SENZA COSCIENZA
Presentati in concorso Na putu del bosniaco Žbanić, già Orso d'oro nel 2006 e il controverso Jud Süss - Film Ohne Gewissen di Oskar Roehler. Panoroma mette a segno due centri con il ceco Kawasaki's rose di Jan Hřebejk e il tedesco Barriere di Andreas Kleinert
A meno di due giorni dalle premiazioni, gli autori in concorso che potrebbero dire la loro sono ancora molti. Tra questi c'è sicuramente Jasmila Žbanić che, dopo aver vinto un Orso d'oro con Grbavica nel 2006, ci riprova con Na putu (On the Path), interessante, ma, lo diciamo subito, non del tutto riuscito film sulla rottura di un rapporto tra due persone. Un film sulla distanza dunque, una distanza che si accresce sempre più fino alla rottura definitiva. "Na putu!" urla Amar a Luna, hostess in partenza, dal balcone dell'aereoporto; Ehi laggiù, sulla pista!, la pista d'atterraggio è quel luogo dove solo chi è in partenza può stare e dove neanche il più classico dei saluti, di quelli con treno in partenza e rincorsa - come prendeva in giro L'aereo più pazzo del mondo - può realizzarsi.
Un territorio off limits, irraggiungibile, che crea distanza: neanche l'utimo saluto è permesso. Così Luna deve negarsi anche questo: la distanza tra Amar, neoconvertito all'islamismo ortodosso e Luna, di vedute ben diverse - diciamo, più europee - è così grande da rivelarsi incolmabile, proprio perchè non transitabile, come la pista dell'aereoporto.
Di stile tipicamente slavo (somiglianze di fondo si vedono anche con opere di altre paesi dell'est non ultimo quel Francesca che da noi destò così scandalo: e anche lì la metafora "motoria" - in Francesca era il pulmann - fornisce gran parte del senso al film), Na putu è un costruirsi di quadri, perlopiù di piani di medi e totali, riservando al primo piano e al dettaglio il necessario, che trova nel punto centrale del film la svolta, il tourning point dove tutto si ribalta e l'unione diviene disunione dando vita alla discrepanza.
Rispetto a Francesca, però, il film ha il merito di non fossilizzarsi sulla metafora, che rimane solo un accenno, una battuta tra l'altre incorniciata in una sequenza simbolo/chiave (richiamata poi nel finale), ma pur nelle suo oneste intenzioni, a mancare è forse una vera profondità e immersioni nei temi. La conversione come cambiamento radicale di una persona, punto che avrebbe meritato la maggiore attenzione, sembra nel film un qualcosa di automatico, di socntato, perfino di dovuto, svilendo quello che di fondo è un tema fondamentale, nel caso di Na putu perfino inaggirabile, tanto andrebbe a scavare sull complessa realtà europea, che i cineasti dell'est spesso più di altri colgono a fondo.
Questo rimanere in superfice su un tema decisivo, non impedisce, però, a Na putu di tratteggiare un'ottima allegoria della distanza. La scena simbolo da cui il titolo del film, ritorna nel finale: Luna si volta, ma dalla torretta della'ereporto non c'è più nessuno a cercare di colmare quella distanza, che pure era incolmabile per definizione, raggiungibile solo da un grido, "Na putu!", il filo flebile, ma indistruttibile della spernza, l'ultimo legame, il più profondo, che unisce i distanti anche senza avvicinarli.
Luna voltandosi un ultima volta chiama la speranza a sè: ma dal di là dell pista le risponde solo il silenzio.
A interpretare la parte, immancabile, dello scandalo da Festival, tocca invece al modesto e raffazzonato Jud Süss - Film Ohne Gewissen, del regista Oskar Roehler, a noi noto per l'algido Le particelle elementari. Paradossalmente, Roehler, finisce per scaldarsi troppo con Jud Süss, andando incontro all'inevitale pasticaccio brutto.
A destare scandalo, piuttosto che la solita polemiccuccia finto patriottica italiana - in una sequenza viene citata una critica di Antonioni uscita all'epoca della presentazione del film del titolo, Jud Süss, in cui Antonioni loda l'impianto formale, o meglio il film in quanto film, come tutti noi giudichiamo oggi Leni Riefenstahl, per esempio; giudizio subito scambiato dagli italiani come un insulto alla memoria del maestro, come se fosse un nazista. A destare scandolo è invece tutto ilresto: il film è costruito malamente, senza equilibri in fretta e in furia, semplicemente giusttaponendo pezzi a caso per arrivare in qualche modo alla fine; per non parlare di come vengono descritti i nazisti, delle specie di freak capeggiati da un Goebbels pulcinella, sempre ad urlare e preoccupatissimo di intonare ogni frase, rafforzandola con vistose gesticolazioni e buffe espressioni.
Siamo di fronte ad un nazismo bourlesque, difficile da prendere seriamente anche se la cosa fosse voluta per accentuarne la loro ridicolezza, quasi genetica. Ma ogni satira prende sul serio i suoi bersagli, cosa che Roeheler non fa, cadendo, proprio in quello che vorrebbe condannare (ma anche il giudizio del regista risulta confuso), la mera propaganda.
Proprio a proposito di questo la prima cosa non essere chiara è dove effettivamente il regista voglia andare a parare: è un film che condanna i film propaganda anche se di qualità artistica innegabile? O al contrario "inneggia" alla propaganda, proprio perchè anche questa può essere atistica? E qual'è il giudizio sul popvero attore protagonista, che finisce per essere il povero parafulmine di tutte le dita puntate dal regista, togliendo responsabilità ai veri colpevoli (il regista, Goebbels, nazisti assortiti)?
Che dire poi dell'approssimazione storica? Gli ebrei appena liberati vengono descritti come teppisti, barboni parassiti, dediti alal vendetta: chi conoscesse un minimo di storia e di storia della shoa, ma anche qualcosa degli ebrei stessi, non li avrebbe mai rappresentati così. Qualsiasi cosa volesse dire il regista, sia essa la riflessione metacinemtografica o quella storica, entrambi paiono vaghi fantasmi in un mare magnum quasi indecifrabile, scomposto, al limite del kitsch (la scena della finestra basti a esemplificarne la portata), finendo per essere una summa di traiettorie impazziete senza direzione precisa che immancabilmente non giungono mai a destinazione, eliminandosi tra di loro facendo, in accordo con il sottotitolo di Jud Süss, un film senza coscienza.
Per concludere, due bei film presentati nella sezione Panorama.
Kawasaki's Rose, del regista ceco Jan Hřebejk è una complessa indagine sulls toria cecoslovacca attraverso un intricato via vai di testimonianze (il pretetsto di aprtenza è un documentario sul protagonista, insigne psicologo della mente dal dubbio passato, realizzato in occasione della sua vittoria del premio per la memoria); questa indagine si intreccia sul solco dell'ancora più intricata situazione familiare, con padri che non sono padri, tradimenti,e sili, bugie, segreti.
Nonostante il regista voglia inserire troppa carne al fuoco (la sottostoria di tradimento poteva benissimo essere evitata, tanto che viene dimenticata anche filmicamente) e i tre sottofinali narrativamente inutili, il film è una interessante riflessione sul concetto di memoia e sulla possibilità del perdono e del perdonarsi (in questo caso il discorso/confessione finale di Pavel è emblematico) con accenti che ricordano Le vite degli altri di Von Donnersmarck.
Infine Barriere del regista tedesco Andreas Kleinert, film sul teatro che è teatro esso stesso e, contempornaemente anche un teatro guardato dall'occhio del cinema (Timo, il vero innescatore dell'azione della vicenda, spia le prove dalla cabina di proiezione o dai sipari che chiudono l'entrata), un complesso dipanarsi di situazioni lungio i sette giorni per l'audizione per l'Amelto: prove, litigi, imbrogli di giorno, sesso, alcholl, tradimenti, storie, dissolutezze varie di notte. L'Amleto sembra così riproporsi: c'è del marcio in Germania e Amleto - Timo che in una scena ne prova pure il costiume ("dovrai crescerci dentro", gli dice il regista), istigato dal padre cacciatore e maschilista, dovrà fare giustizia, non potendo reggere il tradimento. Quel colpo di fucile di finale è quasi catartico: il cervo - in una metafora che per assonanza ricorda Il cacciatore di Cimino, è abbattuto, è un trofeo e non potra essere di nessun altro.
Ma la vita continua: la parte di Ofelia viene rimpiazzata e il ragazzo "passa al lato oscuro". Personaggi complessi nella loro iniziale stereotipicità e un ottima impalcatura formale - ma girato in un bianco e nero non sempre fatto ad hoc, rendono Barriere (lo steccato che divide la preda dal cacciatore) un film ben più di semplicemente godibile, ma un crogiuolo di riflessioni da approfondire a visione ultimata.



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