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I PEZZI MANCANTI: QUESTIONI DI ETICA CINEMATOGRAFICA ALLA BERLINALE

Presentato in "Panorama" The Unfinished film, della regista israeliana Yael Hersonsky, che nella sua imperfezione apre questioni capitali sulla costituzione del cinema. In "Berlinale Special" Soldini annoia con Cosa voglio di più. Favorito per la vittoria, ma ugualmente noioso, il russo How I ended this summer di Alexej Popogrebski

I PEZZI MANCANTI: QUESTIONI DI ETICA CINEMATOGRAFICA ALLA BERLINALE

Con la Berlinale in dirittura di arrivo e la competizione che sembra essere in bonaccia qualitativa, vogliamo dedicare l'apertura del pezzo, per una volta, ad un film della sezione Panorama, che, intendiamoci, non è certo un "knock out film", ma apre a nostro avviso tematiche fondamentali riguardo la forma e l'etica cinematografica, e non solo per il suo portato contenutistico. Trattasi nello specifico di Shtikat Haarchion (The unfinished film) della giovane regista israeliana Yael Hersonski, film documentario che cerca di ricostruire nella sua (quasi - e lo vedremo tra poco perchè) interezza un film comunque rimasto incompiuto, girato dai nazisti nel ghetto Varsavia in piena guerra mondiale, con l'intento, come è accaduto anche in altre occasioni, di sfatare "le dicerie" riguardo le condizioni degli ebrei nei territori del Reich.

Nel ricostruire il film, Hersonski, divide in "blocchi" le scene, commentandole o intoducendole dal fuori campo e intermezzandole con la ricostruzione di una vera intervista al cameraman del film, nonchè alla reazione di una spettatrice, una delle sopravvissute del ghetto e che visse quegli avvenimenti, alla visione del film.
Se dopo Auschwitz, ogni poesia è una atto di barbarie, come diceva Adorno, è anche vero che le immagine sono immagini, e in quanto tali hanno un portato  intimamente testimoniale e che il cinema, aminnistrandole, tirandole fuori dal mare magnum del anithing goes, del tutto ha senso, ha il dovere etico di mostrare, ridando valore a quell'immagine.
Così come un pennarello rosso - ci riferiamo esplicitamente al bellissimo documentario Respite di Harum Farocki - il cinema deve intervenire indicando, sottolineando, questo portato: e in effetti nelle intenzioni e in parte anche nella pratica filmica, il film della Hersonski, mette in moto proprio questo meccanismo, vedasi l'utilizzo del rallenti su (solo alcune) immagini, per lo più primi piani di visi dellla gente del ghetto che guarda in macchina. Sottolineare quello sguardo con il rallenti vuol dire sottolienare il richiamo al dovere testimoniale insito in quegli occhi che guardano la telecamera, invocando nel più profondo del loro intimo la testimonianza.
Il vero problema del film è forse l'estremo - ma comprensibile - coinvolgimento emotivo della regista: tagliando alcune scene - "troppo crude", "sarebbe stata pornografia", "i sopravvissuti non avrebbero voluto rivederlo", "sarebbe stato come umiliarli due volte" si giustifica la regista - e insistendo sul taglio emotivo - la scena dove la sopravvissuta non vuole vedere è in fondo, paradossalmente, il simbolo del film - la Hersonki finisce per mettere tra lei e il cinema il filtro dell'emozione, che le impedisce di poter portare al termine che pure lei si era preposta: le immagine devono essere vista, il cinema deve far vedere le immagini: esse lo sono, malgardo tutto e bisogna farci i conti.

Sul fronte italiano è Silvio Soldini a tentare di tenere alto il nostro vessillo cinematografico nella sezione Berlinale Special. Ma Cosa voglio di più, risulta essere il solito piattume all'italiana, l'ennesimo tenativo fallito di esaminare l'incomunicabilità della coppia mediante dell'iperclassico uso del tradimento e del triangolo. A mancare oltre quei pochi guizzi registici che pure contraddistinguevano il precedente film di Soldini, Giorni e nuvole, è essenzialmente il nucleo contenutistico del film: personaggi monodimensionali e alquanto scontati (nonostante in un primo tempo ci si illuda del contrario, Battiston ha sempre lo stesso ruolo: sfigato e ingenuo al limite del ridicolo) che si agitano su un teatro spoglio e vuoto, anonimo, estenuante nel suo dipanarsi, soffermandosi sui dettagli più inutili soprattutto considerando il fatto che poi Soldini andrà a tagliare tutta la parte di pathos che si aspetterebbe, laddove la bomba ad orologeria del tradimento dovrebbe esplodere; e invece dal descrittivismo ossessivo di questa neocoppia e delle coppie si passa senza colpo ferire alla riconciliazione dei due amanti a Marocco, nella scena prima lasciatisi a parolacce e spintoni. La crisi di coppia alla fine non è che sfiorata e la tragedia tagliata di netto, sotto, il nulla, ancora una volta, la fa da padrone.

Ugualmente estenuante e noioso - ma si vocifera probabile Orso d'oro -, risulta essere il russo How I ended this summer di Alexej Popogrebski, dramma psicologico ai limiti del mondo. La solitudine, la convivenza forzata, la natura, il giovane e il vecchio, la difficoltà di adattamento sono i temi che si intravedono tra le pieghe del film - qualcuno suggerisce di intravederci nel fondo anche il rapporto omosessuale: ai posteri l'ardua sentenza. Nonostante la ricchezza di temi, il film è di difficile comprensione, sia a livello di trama-sceneggiatura, sia a livello contenutistico. Qual è il vero rapporto tra i due? Il vecchio vuole davvero uccidere il giovane? Il giovane è davvero così stupido da compiere azioni al limite del paradossale, come buttarsi nell'artico e asciugarsi sul generatore di isotopi radioattivi?
Vorrebbe essere forse essere la natura il comprimario, il terzo escluso che nel suo silenzio rivendica una supremazia che l'uomo ha sempre reputato essere sua? Popogrebski ci viene in aiuto dichiarando:" Questa è fondamentalmente la storia due uomini che hanno due concezioni diverse (e incompatibili) dello spazio e del tempo"; tradotto, il solito rapporto tra il giovane incosciente e inesperto che quando si trova veramente in difficoltà non fa che subire, in uno scontato contrappasso, queste sue caratteristiche e il vecchio saggio, severo e apparentemente tendenzialmente omicida, che però è un maestro capace di perdonare il giovane nonostante tutto (e vi assicuriamo che il giovane ne compie di belle grosse), il tutto sullo sfondo della natura selvaggia del circolo polare artico, la solitudine forzata, al monotonia del lavoro (ahinoi propinataci per un'ora netta di film sulle due di running totale). In ogni caso rimane a noi più intensa,l'idea come tante altre volte in questa Berlinale, di non essere arrivati a nulla, nonché di aver aggiunto nulla alla nostra vita.

 

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