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MAGIA, MALINCONIA, STORIA E MEMORIA NEI CAPOLAVORI DI SYLVAIN CHOMET E WAKAMATSU KOJI
La Berlinale trova i suoi primi capolavori: Caterpillar di Wakamatsu Koji (in concorso) e The illusionist (Berlinale special), film d'animazione di Sylvain Chomet ispirato ad una novella di Jacques Tati
Dopo il freddo, il gelo e la neve dei primi giorni ecco fare breccia tra le nuvole il primo spiraglio di sole a Berlino. Analogamente anche in sala arrivano i primi grandi film, dopo tante prove riuscite a metà. Il concorso trovo il suo (al momento) film più bello nel durissimo Caterpillar, di Wakamatsu Koji, mentre lo splendido e malinconico The illusionist, di Sylvain Chomet, riscalda gli animi degli spettatori della sezione Berlinale special. Chomet aveva già incantato le platee con il suo primo film, Appuntamento a Belville, e con The illusionist torna nuovamente a segno, girando un film estremamente maliconico, impietoso, ma aperto alla speranza, che al contempo è anche uno straordinario omaggio ad uno dei personaggi e registi più importanti della cinematografia mondiale, ovvero Jacques Tati.
Ispirato proprio ad una novella del maestro francese, il film di Chomet brilla proprio nel perseguimento della non facile strada del confronto con Tati e la sua poetica così frammentata e complessa, cogliendo al contempo il nocciolo dell'immaginario di Tati e non essendone però asservito e assoggettato, ma trovando invece la sua via che scorcia sull'omaggio e focalizza fino nell'intimo dell'esistenza umana, attraverso una narrazione frammentata, un continuo incontrasi e reincontrarsi casuale di vite sullo sfondo della città di Edimburgo; protagonisti sono gli illusionisti, i ventriloqui, i clown: costruttori di sogni, alla ricerca dell'impossibile, utopisti che dietro la maschera sorridente costretti ad indossare davanti al pubblico, più di tutti soffrono la tragicità quotidiana dell'esistenza, più di ogni altro sensibili al cinismo del mondo e della società, proprio perchè come quest'ultimo portatori di una maschera: essi sanno che l'apparente perfezione che il mondo ogni giorno attarverso le pubblicità, la tecnologia, i governi vorrebbe trasmettere nient'altro è che l'illusione, chi meglio dei creatori di illusioni possono saperlo. Eppure si affannano a combattere, per portare un po' di magia del mondo, fino a quando questi, o la sua immagine artificiale, non prendono il sopravvento. "La magia non esiste", lascerà scritto il protagonista Taticheff (personaggio ricalcato su Tati) alla sua giovane compagna di viaggio e come spesso cercava invano di ripeterle, lost in translation di una lingua incomprensibile (che in realtà è gaelico): i loro giochi, i loro pupazzi, il loro cappelli magici verranno messi nella vetrina di un robivecchi, venduti a gratis e i loro conigli liberati. Come dice lo stesso Chomet: "La magia non esiste, ma esistono i momenti magici".
Così la stanza buia, illuminata dalle luci delle macchine che passano veloci sulle strade, animano le ombre, gli oggetti appaiono diversi e le pagine dei un libro mosse dal vento sembrano librarsi nell'aria. Fa breccia la speranza, il nuovo cominciamento dell'esistenza: essa vive in una figlia (per l'appunto Taticheff, la figlia di Tati a cui è dedicato il film), nell'ennesimo viaggio in treno verso nuove terre, nell'avviarsi d'una giovane coppia appena formata verso la loro nuova vita, in senso contrario ai grigi ombrelli della folla (come in un celebra dipinto di Munch), infine una lucciola attraverso lo schermo, ultima luce rimasta dopo che una ad una le luci delle case e dei negozi, degli oggetti di una esistenza illusoria, si spengono, come in un cinema a fine spettacolo.
La magia non esiste, ma esiste il cinema, esiste l'animazione: il cinema è magia, illusione magica, attraverso il cinema può perfino prendere vita un incontro impossibile (quello tra Taticheff e Tati: nel cinema dove viene proiettato Mon Oncle): e se il cinema è magia, allora il cinema è vita. In fondo non è forse questo che il maliconico vagare di Tati in un mondo tecnologico che non gli apparteneva e che non capiva, che trovava disumanizzante voleva dirci?
Non meno poetico, pur nella sua estrema durezza, è Caterpillar di Wakamatsu Koji. I temi che più stanno a cuore al regista giapponese (l'inutilità della guerra, la dignità e la stupidità umana, la tragedia delle seconda guerra mondiale per i giapponesi) si intrecciano nel forte messaggio pacifista di Caterpillar, un vero e proprio pugno nello stomaco sotto forma di pellicola cinematografica. Il caterpillar del titolo si riferisce alla canzone patriottica cantata alla partenza dei volontari per il fronte durante la seconda guerra mondiale: come un Caterpillar i soldati giapponesi devono andare avanti e spianare la strada da qualsiasi difficoltà ad ogni costo e per quanto grande sia. Il protagonista della storia, tornato dal fronte senza più gli arti, quasi incapace di parlare e di sentire, sfigurato in viso, ma insignito di tre medaglie dall'imperatore in persona e venerato dal villaggio e dal giappone intero come un dio della guerra vivente, simboleggia, in una cruda quanto potente metafora, l'inutilità dell'orgoglio che imprigiona la mentalità del popolo giapponese, vero e proprio responsabile della tragedia nipponica della seconda guerra mondiale. Le medaglie, le foto dell'imperatore e dell'imperatrice, la pagina del giornale che lo celebra come un eroe: attorno a questi tre elementi, ripresi, quasi compulsivamente e in maniera ossessiva, innumerovoli volte da Koji durante il film. Esse simboleggiano le prigioni entro cui il Giappone intero è intrappolato, ma sono anche l'unico appiglio vitale per il protagonista- così come pr il Giappone stesso: la loro distruzione non può che condurre al suicidio. Il complesso rapporto che intercorre tra il protagonista e la moglie, che troverà il suo momento di pathos e catartico nell'(im)possibilità di confessione da parte del marito di uno stupro durante la guerra che sarà poi la vera ragione per cui è stato ridotto in questo modo, corre parallelo con la storia del Giappone. Inserti documentari incorniciano e scansionano le vicende della storia e della Storia, in continuo doppio rimandarsi allegorico, in cui l'una completa l'altra. L'unico sorriso che compare sul volto del protagonista è la falsa speranza di un Giappone che di fronte a poche vittorie si illude di vincere la guerra, il rifiuto alla confessione equivale al rifiuto del Giappone di guardare in faccia alla realtà, il suicido finale equivale alle bombe H sganciate su Hiroshima e Nagasaki e alla resa finale, in una equazione tra morte e disonore che non può non sfociare in un seppuku. Risuonano di nuovo le note della canzone: "come un Caterpillar, spiani strade e fiumi...". Non c'è altro commento che il perentorio elenco dei numeri delle vittime, che si susseguono impietosi e cinici nel silenzio di uno schermo nero.


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