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BANKSY E IL CINEMA, UN ESORDIO PROMETTENTE
Arrivati al giro di boa, tocca a Banksy, il misterioso street artist famoso in tutto il mondo, a traghettare - con successo - la berlinale verso al sua seconda parte con Exit through the gift shop (fuori concorso). Delusione invece per il restauro di un film quasi inedito di Fassbinder, Welt am Draht
Berlinale, giorno quinto: arrivato al suo giro di boa, il festival affida nientemeno che a Banksy, uno dei più importanti street artist del mondo, il compito di traghettare la kermesse verso la sua seconda parte. Il film d Banksy, la cui presenza non è stata rivelata fino all'ultimo, Exit through the gift shop, ha mandato in visibilio i fan del misterioso artista (la sua identità rimane tutt'ora sconosciuta) e le attese per il suo passaggio al cinema, altissime, non sono state deluse. Prima di tutto, chi è Banksy? Probabilmente abbiamo visto tutti una sua opera, senza sapere magari che l'autore fosse lui. Comparve all'improvviso e subito fece scalpore: Banksy è stato il primo a costringere l'opinione pubblica a mettere in crisi le solide posizioni che volevano fuori dall'arte e come vandaliche cose come i grafiti, gli stencil, ecc.
Ma fu con le opere da lui eseguite lungo il freddo e grigio muro in Palestina, piccoli ma straordianri inni alla libertà , che Banksy entra definitavemente nell'alveo dell'arte: esposizioni, quotazioni all'asta da capogiro. La forza di Banksy è tutta in quell'amministrazione basilare dell'immagine, attraverso cui la semplice e comune immagine, priva di qualsiasi effettivo valore, perchè sommersa da miliardi di altre immagini simili, torna ad essere scandalo, torna a dare da pensare, nel contempo svuotando e desacrilizzando l'immagine di partenza.
Questo processo è proprio ciò che Banksy mette all'opera nel suo primo film: Exit through the gift shop, dove quello che, inizialmente, pare essere un documentario su di lui, è in realtà un documentario sul suo documentarista Thierry, alias Mr. Brainwash, compulsivo della macchina da presa prima, documentarista poi, quindi street artist di successo. Thierry fin da piccolo non fa altro che riprendere, in continuazione, qualsiasi cosa gli capiti a tiro; non esce mai senza la macchina da presa: accumula così negli anni migliaia e migliaia di tapes non catalogati, filmati e mai più rivisti, disposti alla rinfusa Da questo materiale, composto di centinaia di migliaia di ore riguardanti gli street artist - compreso Bansky - Thieery tenterà di tirare fuori un film di 90 minuti intitolato Life remote control (The movie) che però non è altro, come dice Banksy "un trailer novanta minuti". Sarà per fermare la sua carriera di "filmaker" che Banksy gli consiglierà di buttarsi sulla street art, traendone poi, nella sua mediocrità - un grandissimo successo ("è un fenomeno antropologico e sociologico" dira uno Shepard, uno degli street artist).
Banksy fa allora, quello che Thierry non è riuscito a fare: gran parte di Exit through the gift shop è infatti montaggio del materiale dellos stesso Thierry, ma stavolta - ed è qui la capitale differenza - è un montaggio cinematografico. Banksy trasforma in cinema, quello che prima era solo una massa informe di immagini alla rinfusa, un continuo flusso bulimico di immagini: ecco il vero merito del film. Al di là della struttura documentaria utilizzata, classica (biopic inframmezzato di interviste e testimonianze) è questo ribalatamento da immagine a cinema, che al contempo desacralizza ad essere il centro, la proposta positiva del film di Banksy: un meccanismo che è ben restituito dall'ironica scena finale. Thierry, all'apice del successo commerciale, scirve su un vecchio muro con l abomboletta la frase "life is beautiful", il titolo della sua personale: una volta finito e uscito di schermo un buldozer abbatte il muro, chiudendo il film.
Banksy si impadronisce allora del cinema, come si impadronisce della strada, portando avanti quel suo lavoro di amministrazione dell'immagine che è la vera forza dell'arte di Banksy, il msiterioso artista.
Desta invece più perplessita il il restauro di un lungo film televisivo di Fassbinder, Welt am Draht, divisio in due peisodi per una lunghezza totale di circa tre ore e quasi mai visto al cinema dall'anno di realizzazione, il 1973. Oltre al restauro, che pare aver in un certo senso peggiorato il film, visto l'incredibile intensità del "rumore" presente, ad essere discutibile è proprio la scelta del film. Per motivi storici tutto deve essere restaurato, per evitare che anche film minori di registi famosi vengano perduti per la sola colpa di essere "minori"; ma è difficile poter difendere questo polpettone delirante di tre ore, tra l'altro presentato in pompa magna, come un Meisterwerk, un capolavoro, e fatto uscire contemporaneamente in dvd edizione speciale. Narrazione piatta e diluita al limite dell'irritazione, dialoghi esliranti, personaggi non credibili, movimenti di macchina continui ed estenuanti, effetti speciali da film di serie z. Quello che poteva essere un interessante film sul concetto di realtà virtuali incastrate in un processo di regresso all'infinito, rendendo isntabile il concetto stesso di realtà è invece un lungo, lunghissimo ed estenuante viaggio nelle banalità e nel ridicolo, la cui principale colpa è quella di essere esclusivamente un film figlio del suo tempo, degli anni 70, di apaprtenere solo ad una decade e di essere un cinema vecchio (in quegli anni, già nascena il nuovo cinema americano), fine a se stesso, relegato al recinto stroico di una decade e quindi incapace di resistere all'infierire impietoso del tempo.



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