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AMABILI RESTI

di Peter Jackson

Sceneggiatura: Fran Walsh, Philippa Boyens, Peter Jackson, dal romanzo omonimo di Alice Sebold
Fotografia: Andrew Lesnie, ASC, ACS
Montaggio: Jabez Olssen
Scenografia: Naomi Shohan
Costumi: Nancy Steiner
Musiche: Brian Eno
Interpreti: Saoirse Ronan, Mark Wahlberg, Stanley Tucci, Rachel Weisz, Susan Sarandon, Rose McIver
Produzione: Dreamworks Pictures, Wingnut Films, Key Creatives
Nazionalità ed anno: USA/Gran Bretagna, Nuova Zelanda, 2009
Durata: 135'
Data di uscita: 12 febbraio 2010      
       
Titolo originale: The Lovely Bones
Sito ufficiale       
Sito italiano

AMABILI RESTI
2 e mezzo

“Il ragazzo è intelligente ma non si applica”, la frase sempiternamente pronunciata nei secoli identica a se stessa da maestri e professori ai genitori di centinaia di allievi, potrebbe essere tranquillamente rigirata al povero Peter “Cartolina” Jackson, ormai da anni in balìa di se stesso e della sua megalomania visiva. Così, dopo quel che è stato picco e baratro del regista neozelandese, ovvero la tanto blasonata trilogia de Il signore degli anelli, c’è stata solo una infilata di album di cartoline dalla Nuova Zelanda, scintillanti e patinate inquadrature di foreste vergini, montagne innevate, vulcani in eruzione, mari sterminati a cui, con Amabili resti, si aggiunge un mieloso mondo dell’aldilà, nientemeno che un miscuglio di tutte le cose appena enunciate.


Ma il vero peccato capitale, anzi, la vera mancanza di Amabili resti è la svogliatezza narrativa – in parte probabilmente dovuta al materiale di partenza, per il resto dovuta ad una sceneggiatura ingarbugliata e confusa, spesso mero pretesto al servizio dell’ onanistico e megalomane immaginario jacksoniano, privando di senso quella che poteva essere una indagine da un punto di vista originale sull’elaborazione del lutto e l’adolescenza (anche solo la psicosi di cui è affetto l’assassino avrebbe meritato più attenzione, per non parlare, al contrario, dellinserimento di scene e personaggi di cui si fa fatica a trovare il senso, come la sensitiva e la scena dove la Sarandon si dedica ad un remake trash di Mrs Doubtfire).
E sì che qua e là affiora il talento innato di Jackson, che con la macchina da presa c’ha sempre saputo fare, sia dal punto meramente tecnico sia dal punto di vista visivo, anche senza l’aiuto di spazi immensi da stupore assicurato e effetti digitali di tutti i tipi: anzi Jackson dà il meglio di sé proprio quando si muove in ambienti piccoli, familiari, ristretti, claustrofobici: basti pensare ai primi film splatter, dei veri gioielli di satira e ironia, o anche solo al fulminante inizio di King Kong dove con poche pennellate filmiche Jackson dipinge una New York anni ’30 praticamente perfetta; e così anche in The Lovely Bones, dove in quella che è indubbiamente la scena migliore del film, dove la sorella della protagonista si intrufola nella casa dell’omicida in cerca di prove –tra l’altro un vero e proprio topos del genere – il regista dimostra di saper gestire con grande maestria la tensione, senza rinunciare a qualche venatura ironica (vedasi il “giochino” che intrattiene su un altro clichè, quello dello stipo lasciato aperto); o ancora quel gioco di sguardi e di proporzioni attraverso le finestre della casa da bambole tra  il vicino e il poliziotto; insomma, nel film si nascondono gli “amabili resti” cinematografici di Peter Jackson, piccole pietre preziose che, come per gli studenti a cui di solito si riferisce la frase citata in apertura, sono croce e delizia dello spettatore e del cinefilo, per cui il talento di base di un autore diventa motivo di irritazione e rabbia verso un regista, che se solo tornasse alle cose piccole (sia di storie sia di effetti, sia di ambienti) potrebbe dimostrare una volta per tutte di essere un grande autore e non solo un enfant prodige bagnato dalla pioggia di Oscar e presto dimenticato. Nel frattempo, ci dovremo accontentare di ricevere le sue cartoline: “Saluti dalla Nuova Zelanda”.

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