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IL CASTELLO: KAFKA E IL POTERE SECONDO HANEKE

IL CASTELLO: KAFKA E IL POTERE SECONDO HANEKE

Un paese sconosciuto, cittadini schivi, un lavoro impraticabile, presenze impalpabili, problemi irrisolvibili. E scartoffie, una marea di scartoffie. Questo è Il Castello, opera di Michael Haneke del 1997 tratta dall'omonimo romanzo di Franz Kafka. K. è un agrimensore venuto da luoghi lontani, che ha ricevuto un incarico lavorativo dal Conte del Castello del paese. Fra mille (e nessun) impedimenti, K. tenterà invano di iniziare il proprio lavoro senza successo.

Di rado la poetica di un autore si era trovata così in sintonia con quella di un altro; raro un passaggio dal romanzo al film così fedele. Ma Haneke ha in sé il germe di Kafka, i due parlano la stessa lingua, e ciò spiega i perché di tanta armonia poetica. Il Conte del Castello incarna il Potere, un potere arroccato nella difesa del suo status quo, che nonostante i suoi possibili errori riesce a saturare di sensi di colpa chiunque gli si relazioni. Lo stesso potere burocratico dei tribunali de Il Processo, o lo stesso potere genitoriale che in Kafka è rappresentato dalla figura paterna. Padre e potere. Walter Benjamin, nel suo celebre saggio su Kafka, osservava:

«Molti indizi fanno ritenere che il mondo dei funzionari e quello dei padri sia - per Kafka - lo stesso. La somiglianza non va a loro onore. [...] Ma così anche il padre [come i funzionari] nelle strane famiglie di Kafka, vive del figlio, pesa su di lui come un enorme parassita. Egli non consuma solo la sua forza, ma il suo diritto di esistere. Il padre, che è il giudice, è insieme l'accusatore»1.

E come non poter essere accusatore se si è il Potere? Il Conte del Castello è quel potere invisibile, proprio della burocrazia kafkiana, che è in tutti i luoghi e in nessuno di questi. Può contare su una capillarità di consensi e di sue emanazioni che gli permettono di non palesarsi. La burocrazia, per Kafka, non è quel mezzo che permette ai cittadini di arrivare/soddisfare ai propri scopi come dovrebbe essere. La burocrazia funge da ostacolo per il raggiungimento di questi, come delle barriere architettoniche. K. è un agrimensore. L'agrimensore è colui il quale segna e delimita i perimetri delle proprietà. Nel caso specifico, K. avrebbe dovuto misurare il perimetro del Castello. E qui viene in nostro aiuto Goethe, con il suo Le affinità elettive: misurare il perimetro di un'abitazione significa possederla, riconoscerla sua. Di più: nel caso del Castello significherebbe non sono conoscere il Potere, ma limitarlo. K., misurandone il perimetro, potrebbe dire fin dove il potere può spingersi, fin dove gli è permesso d'agire; ovvero stabilirne i campi del lecito e dell'illecito. Ed è esattamente per questo motivo che a K. non sarà possibile compiere il proprio lavoro. Il Potere non ammette che gli sia imposto un campo d'azione che, necessariamente, limiti l'infinità delle sue azioni, del suo controllo. Ma non può farlo alla luce del sole, sarebbe una leggerezza. E allora, nei secoli, ha perfezionato un sistema d'azione e di repressione per i propri fini, rappresentato dalla burocrazia che tutti giudica e tutti ritiene colpevoli. Il compito della burocrazia è quello di creare uno spazio incolmabile e inaccessibile fra l'uomo e il Potere, aldilà della coscienza che i burocrati abbiano di ciò. E il tutto è composto da vacuità, da leggi e norme non scritte o introvabili. Il mare di scartoffie che quasi seppellisce il burocrate che vuole mostrare all'agrimensore il perché del rifiuto del Conte ai suoi servigi è un muro oscuro. Esisterà davvero la legge che il burocrate cerca per mostrarla a K.? Il Conte dunque non riconosce K. come l'agrimensore richiesto, ponendolo in uno stato di assenza, di non-presenza, colpevole. K. non esiste e deve giustificare la sua presenza in dei modi che non conosce. Si appella a tutti i burocrati e faccendieri del paese, ma l'esito rimane lo stesso, costringendolo ad una sudditanza psicologica nei confronti di chi ha il potere di (ri)conoscerlo.

Il terreno in cui Haneke si è sempre mosso lo pone in una sintonia molto fertile con un grande della letteratura mondiale come Kafka. Entrambi infatti affondano la loro estetica sulla non-presenza, sulla rimozione. Nel caso de Il Castello ad essere rimossa è la logicità. Tutto avviene in maniera non logica (ma non illogica!). Ogni cosa avviene per motivi oscuri. Non c'è un vero perché dietro al rifiuto del Conte, come non c'è un vero perché circa la diffidenza e l'indisponenza che gli abitanti del paese riservano a K.. E Haneke ha sempre lavorato su questa presenza-assenza. Tutto il suo cinema è costellato di dubbi irrisolti, di logicità mancante. Vi è forse un perché che motivi la follia omicida dei ragazzi di Funny Games o del giovane di 71 frammenti di una cronologia del caso? Vi è forse una logica nelle azioni di Benny in Benny's video? Assolutamente no. O meglio: la soluzione è a un passo da noi, forse si riesce addirittura ad intuirla, ma è sempre fuori campo. È sempre in un altrove non specificato. Una volontà di sapere che si rivela infeconda e castrante.

K. e il potere hanno un rapporto amoroso. Per quanto univoco (K. è attratto dal Potere che però si guarda bene dal ricambiare tale interesse) il rapporto esiste. K. e il Potere si punzecchiano. Il Castello è sempre presente nella mente di K., il quale lo rincorre, tenta di sedurlo con le proprie capacità, lo rigetta e poi rifugge. Un tira e molla tipico del corteggiamento. Michel Foucault ebbe a scrivere circa la sessualità e il potere:

«Il potere funziona come un meccanismo di richiamo, attira, estrae le stranezze sulle quali veglia. Il piacere si trasmette al potere che lo insegue; il potere fissa il piacere che ha appena stanato. [...] Piacere di esercitare un potere che interroga, sorveglia, fa la posta, spia, fruga, palpa, porta alla luce; e dall'altro, piacere che si accende per dover sfuggire a questo potere, sottrarvisi, ingannarlo o travisarlo. [...] Mai un numero maggiore di centri di potere; mai maggior attenzione manifesta e prolissa; mai contatti e legami circolari più numerosi; mai più focolai in cui si accendono, per disseminarsi più lontano l'intensità dei piaceri e l'ostinazione dei poteri»2.

La potenza sessuale del Potere è pari alle sue forme di controllo. La burocrazia è ovunque, esaltando la virilità nerboruta del Potere di cui è emanazione. La fascinazione è dunque altissima, anche per K.. Egli è da sempre in sintonia con il Potere (ha per compito quello di definirlo, circoscrivendo il perimetro del Castello) ed è totalmente assoggettato e sopraffatto da esso. Ma questa assoggettazione infeconda, non riconosciuta dal Potere, destina K. ad una lotta con il potere sessuale travagliata. Non potendo amare il Potere, K. è costretto ad amare altrove. Troverà nel paese una giovane donna poco graziosa (impossibile essere belle tanto quanto il Potere) con la quale instaurerà un rapporto di convivenza estremamente problematico. I due, innanzitutto, vivono fuori dalla legge, in quanto non sono sposati. Nonostante i due lo desiderino, non riusciranno mai a convolare a nozze. Sono e devono restare fuori dalla legge per essere ricattabili da essa. I loro rapporti sessuali, inoltre, sono "anormali", fuori anch'essi dalla legge naturale (borghese): i loro atti sessuali non partono mai da una seduzione o da un romantico avvicinamento, sono sempre brutali e animaleschi. Il loro piacere si realizza sempre in luoghi non consoni all'atto sessuale: dietro ad un bancone di un'osteria o in una classe elementare. Ed il potere è informato di ciò e li stana: nell'osteria gli aiutanti di K. (che poi lo denunceranno, rivelandosi collusi con il Conte) spiano la coppia per tutta la notte. Nella classe elementare il maestro (ingranaggio della burocrazia) li ammonisce per i loro atteggiamenti, arrivando a licenziare K. dalla sua mansione di bidello - essere licenziato significa per K. lasciare anche quel briciolo di riconoscimento statale che gli è stato concesso. Ed ogni volta che K. tenta di intavolare con la fidanzata una relazione canonica la situazione precipita puntualmente fra lacrime e incomprensione. Il sesso, se non si vuole scontrare con la legge (naturale, ecclesiastica o civile che sia), è sempre castrante. K. non può amare la fidanzata fuori dal matrimonio, ed il potere è lì per impedirglielo. K. sarà anche protagonista di un adulterio platonico con la figlia del calzolaio del paese. L'infedeltà è un'ulteriore violazione delle norme, ovvero un attacco ad esse. Fra i due vi sono solo dei timidi ammiccamenti, ma tanto basta: più una cosa è segreta e più è facilmente isolabile, e di questa pseudo relazione ne è a conoscenza tutto il paese in breve tempo, costringendo K. a tornare sui suoi passi. Ogni relazione - matrimonio, convivenza o adulterio - è luogo di potere perché da questo è regolata, ed anche qui K. deve necessariamente rinunciare, ritrovandosi di nuovo insoddisfatto e di nuovo castrato.

La stessa impossibilità di godimento che Haneke è solito indagare nella sua filmografia e che ne Il Castello viene esplicitata in maniera unica rispetto al suo cammino artistico. La stessa castrazione che il regista austriaco ha riproposto sotto forma di "fuori campo" in molte altre sue opere. In tutti quegli altrove insondabili che relegavano lo spettatore in una dimensione fruitiva passiva. Quei fuori campo semantici non spiegati. Le stesse assenze che relegano l'omicidio di Benny's video fuori dall'inquadratura amatoriale, lo stesso altrove che rende invisibile il filo che farà cadere da cavallo il dottore ne Il nastro bianco, o lo stesso altrove in cui risiede l'ipotetico molestatore di Niente da nascondere. Esattamente come avviene per il Castello, citato ma che mai appare in scena. Perché se l'immagine è potenza, è piacere; allora l'assenza di questa è sudditanza e impotenza, desiderio recondito di un amplesso negato.

 

Note:
1 Walter Benjamin, Angelus Novus, pp. 275-305, Einaudi, Trento, 2008
2 Michel Foucault, La volontà di sapere - Storia della sessualità 1, pp. 19-48, Feltrinelli, Milano, 2008

 

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