Menu principale

Login utente

Commenti recenti

Argomenti del forum attivi

Scambia informazioni

Syndicate content

THE GERMS: IL CERCHIO E LA SPIRALE

What we do is secret è il titolo del mockumentary di Rodger Grossman del 2007, inedito in Italia: vita morte e miracoli dei Germs, storica band punk hardcore che visse e morì il tempo di un LP, assieme al suo frontman Darby Crash

THE GERMS: IL CERCHIO E LA SPIRALE

Quella dei Germs è una storia di cerchi. Il cerchio, figura retorica dalle numerose interpretazioni, che nel caso dei Germs sta ad indicare l'eterno inizio. La vita ci porta a compiere delle azioni, a intraprendere delle strade, ma ci può anche obbligare a tornare al punto di partenza e ricominciare infinite volte, come obbliga un cerchio. La frustrazione di dover iniziare nuovamente, come nulla fosse accaduto. Vittorie, sconfitte, amori, errori e delusioni; e la consapevolezza che a nulla sono serviti.

"Sbagliando si insegna", diceva Carmelo Bene, ma è necessario progredire, avanzare, e far tesoro dei propri errori se si vuole insegnare, ovvero creare una distanza fra il "prima" e il "dopo". Ma per Darby Crash, frontman e ispiratore del gruppo punk-hardcore dei Germs, questo obiettivo è irrealizzabile. Lui non crede nella linearità della vita, crede invece nella circolarità di questa; nel suo eterno reiniziare e mai (r)innovarsi. Crede che possano esistere più di un cerchio, crede nella diversificazione e nella pluralità delle strade, ma è cosciente che ognuna di esse è destinata - e obbligata - a piegarsi e iniziare nuovamente su sé stessa. La frustrazione, va da sé, è altissima, ma non è vissuta passivamente. Darby è pienamente consapevole dell'esistenza circolare della sua vita, del suo destino, e non vuole sottrarsi ad essa. Ne è così consapevole che alla circolarità della sua esistenza, dei suoi infiniti inizi, ha voluto dedicare la copertina del loro primo - e ultimo - album. (GI), questo il nome del long playing della band californiana, ha infatti come copertina un cerchio blu su sfondo nero. Minimalista, semplice e di impatto, come la loro musica.

Formatisi nel 1977 a Los Angeles, i Germs sono stati il gruppo più importante della storia del punk hardcore - aldilà dei meriti artistici delle loro canzoni - poiché inventarono un genere musicale sconosciuto sino ad allora. Il punk in Inghilterra stava spopolando fra la generazione "no-future" dei Sex Pistols, fatta di sesso, droga e nichilismo; ma anche di letture politiche della condizione umana. Ai Germs non interessava niente di tutto ciò. Avevano una storia da raccontare ed una sola: la loro. Nessuna lettura politica o sociale della vita; in ballo c'era esclusivamente la loro esistenza, fatta di solitudine, di sete di svecchiamento e di incomunicabilità con la società che li circondava. E questa incomunicabilità generazionale riuscirono a sublimarla come mai prima di allora si era pensato di fare: canzoni urlate, dai testi incomprensibili ed ermetici, quasi lirici. Il punk londinese gridava "No future", ai Germs il futuro non interessava affatto. A Londra il nichilismo faceva i conti con una nuova generazione di ragazzi che si faceva carico della tragedia che l'assenza di prospettive comportava, ma così facendo indirettamente gridavano la loro sete di rivalsa. Ai Germs tutto questo non importava, e non per menefreghismo, ma perché erano coscienti che nulla sarebbe andato come avrebbero voluto, come qualcuno - dall'altra parte dell'oceano - sperava implicitamente. Darby Crash sapeva che la loro era una generazione immobile, impossibilitata dal potere a progredire. Avrebbe girato su sé stessa in eterno, come fa un cerchio, nella vana speranza di spezzarsi e divenire una linea retta, che mai si guarda indietro e mai ritorna suoi propri passi. Emancipazione, evoluzione. Darby sapeva che così non poteva essere, ma questa sua lungimiranza la pagò cara.

Non stiamo parlando di populismo, di vacue e vane lamentele rispetto ad una società che non ci comprende. Stiamo parlando della chiara percezione che nella propria vita non si combinerà mai nulla; costretti e forzati a girare sulle proprie solite azioni, suoi soliti pensieri, sulle solite dinamiche. Routine. Ma il fardello era troppo grande, insostenibile per un ragazzo di 20 anni come Darby. Così giovane e perfettamente consapevole di non avere prospettive. La sola possibile era quella di un piano quinquennale, unico lasso di tempo in cui le cose possono progredire prima di ripiegarsi su loro stesse e tragicamente iniziare di nuovo. E Allora Derby si prese questi 5 anni - i suoi ultimi 5 anni - e li investì nel progetto Germs: una band fatta da un cantautore tremendamente ispirato e magnificamente avanguardista, un chitarrista amico di una vita, e una bassista e un batterista incontrati per caso. Il progetto sarebbe dovuto andare in porto a tutti i costi, non era prevista una seconda opportunità. I Germs diventarono nel giro di pochi mesi la band punk hardcore più importante della scena losangelina, collezionando concerti su concerti, risse su risse. Vennero osannati dalla critica, dal pubblico, ma nel giro di poco nessun club a Los Angeles voleva più avere a che fare con loro. Dove andavano creavano problemi: risse, ritardi, danni. Eppure il piano - e Darby lo sapeva bene - era esattamente quello. Non erano un gruppo come i Beatles, e distruggere ogni locale in cui suonavano faceva parte della costruzione del loro personaggio. Il piano quinquennale stava dunque prendendo forma e procedeva per la strada giusta. Le bravate non mancavano, l'alcool neppure e l'eroina scorreva a fiumi. Le liti nel gruppo non si fecero attendere, e sfociarono in risse spettacolari. E poi c'era  il sesso, il grande tabù da infrangere negli anni '70, che nella band di Darby abbondava. Ma anche qui Darby era diverso: la sua latenza omosessuale lo rendeva estremamente moderno; specialmente in un ambiente così virile come quello della musica punk rock, fatto di testi sputati in faccia, insulti diretti verso tutto e tutti, machismo e potenza verbale estremamente virile. Darby era omosessuale perché non sarebbe potuto essere altrimenti. Non era neppure un frontman degno del suo gruppo, a guardar bene: troppo cosciente delle sue azioni, troppo raffinato nel suo pensiero, e mai veramente in sintonia artistica con il resto del gruppo. Stavano facendo la storia del punk, ma nessuno se ne stava davvero rendendo conto.

Ma "sbagliando si insegna", si diceva. E i Germs di errori ne hanno fatti a non finire. Si sono sciolti, si sono riuniti; per poi sciogliersi e riunirsi di nuovo. Hanno mandato all'aria la loro reputazione, la loro valenza artistica, facendosi cacciare da tutti i club di Los Angeles e dovendo elemosinare la pubblicazione del loro album anziché farsi contendere dal miglior discografico. Hanno insultato tutti, primi fra tutti loro stessi. Hanno distrutto tutto ciò che incontravano per oggettivizzare la loro distruzione interna, esistenziale. Non si sono lasciati mancare nulla di ciò che fosse per loro dannoso, dalle droghe alle amicizie, dalle frequentazioni sbagliate agli errori di gestione. E l'hanno pagata cara. Hanno sbagliato, per l'appunto. Ma Derby lo sapeva che i suoi errori non sarebbero serviti a nulla, perché la vita sarebbe iniziata identica a prima. I piani quinquennali sono fatti per ripetersi, uguali a loro stessi, come nulla fosse accaduto nel frattempo. Derby ne era consapevole, ma non avrebbe lasciato che ciò accadesse anche a lui. Una simile passività non gli apparteneva. Voleva investire quattro anni nel progetto dei Germs, farli diventare la band più importante della storia del punk rock e poi basta. Basta. Non voleva assistere impotente al quinto anno, l'anno in cui tutto sarebbe finito per reiniziare identico a sé stesso. Il "germe" doveva essere esorcizzato, vilipeso, ma mai vissuto. I Germs erano destinati a finire, a lasciare il passo ai loro emuli o a nuove forme musicali. Le vite dei componenti della band erano destinate ad incanalarsi nel progetto capitalista del "produci, consuma, crepa", il tutto con delle tremende cravatte da impiegato a complicare la faccenda. Darby non poteva e non voleva che ciò accadesse anche a lui. E allora scelse la via più veloce, come le sue canzoni, e si iniettò una dose letale di eroina nel 1980, lasciando questa terra lo stesso giorno in cui la lasciò John Lennon; quattro anni dopo la nascita dei Germs. Ma non lo fece come molti suoi colleghi in quegli anni, lo fece coraggiosamente e tristemente. Gli costò molto, e lo fece cosciente dell'esito finale. Si assunse il peso della sua tragedia; la sua non fu una semplice bravata o un errore di calcolo delle dosi. Voleva morire. Si sarebbe potuto buttare da un palazzo o annegare ubriaco in una piscina, ma preferì farlo con l'eroina: una dose massiccia di schifezza, tutta e subito; anziché dilazionata negli anni, nelle decadi a venire, fatte di lavoro impiegatizio, di una casa, di una moglie sposata per sbaglio, di sogni infranti, di perenne circolarità degli eventi e di infinite frustrazioni e delusioni. Meglio tutto e subito, per far finire l'incubo il prima possibile e interrompere il cerchio.

Ma infine oggi noi, profeti del nostro passato, possiamo smentire Darby, e affermare che coi loro sbagli hanno davvero insegnato. Hanno creato uno spazio fra il "prima" e il "dopo", cambiando radicalmente la scena musicale punk e dando origine ad un genere che miete consensi ancora oggi, e che è sopravvissuto a Darby e ai Germs stessi, all'eroina e al nichilismo egocentrico. E allora il cerchio si rivela essere stato invece una spirale vista dall'alto, composta da una sua - pur complessa - linearità, da una consequenzialità evolutiva, nient'affatto sterile o ripetitiva.

La storia del cerchio, della vita di Darby Crash e di quella dei Germs è stata recentemente trasposta da Rodger Grossman - regista esordiente - nel mockumentary What we do is secret (del 2007, inedito in Italia), titolo preso in prestito dalla loro celebre canzone dell'album (GI). Al film vanno ascritti meriti oggettivi, quali quello di trasudare sincera ammirazione e coinvolgimento per la storia dei Germs, e di non tentare l'operazione commerciale consistente nel narrare la vita di un "bello e dannato". Il film è autentico, ed anzi rifugge da tutti quegli stereotipi sesso-droga-rock&roll che un soggetto del genere avrebbe permesso. La narrazione è agile e asciutta, quasi scarna, in armonia estetica con le musiche del gruppo. Tuttavia What we do is secret ha una formalità espressiva e compositiva che danneggia fortemente l'integrità dell'opera. Il mockumentary non riesce a rendere la "sporcizia" della band, del sudore dell'esecuzione musicale, del declino iconografico e sociale di cui la band si fa portavoce ed esponente. Non ha la ruvidità di opere come The Decline of Western Civilization (Il declino della civiltà occidentale), epico documentario di Penelope Spheeris che nel 1981 indagava la scena punk di Los Angeles avvalendosi della presenza dei Germs stessi. In What we do is secret tutto è invece reso in maniera troppo convenzionale, manieristica, in antitesi con il contenuto dell'opera. L'impressione è quella di stare davanti ad un prodotto di fiction, di grande fiction, ma pur sempre tale. Il mockumentary non riesce mai ad erigersi a finzione documentaristica come dovrebbe, e l'opera risulta un'evidente operazione di ricostruzione narrativa, filmica e ampiamente formalista. Ciò nonostante What we do is secret riesce nel suo intento principale, ovvero quello di essere un interessante documento di una delle espressioni musicali di spicco degli ultimi 30 anni.

 

accedi o registrati per inviare commenti