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LA PRIMA COSA BELLA

di Paolo Virzì

Soggetto e sceneggiatura: Francesco Bruni, Francesco Piccolo e Paolo Virzì
Fotografia: Nicola Pecorini
Montaggio: Simone Manetti
Scenografia: Tonino Zera
Costumi: Gabriella Pescucci
Musiche: Carlo Virzì
Interpreti: Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi
Produzione: Medusa Film; Motorino Amaranto; Indiana Production
Distribuzione: Medusa Film
Nazionalità ed anno: Italia, 2010
Durata: 116'
Data di uscita: 15 gennaio 2010
Titolo originale: id.
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LA PRIMA COSA BELLA
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Come raccontare quarant'anni d'Italia senza scadere nella retorica o nel pressapochismo? Semplice: cercando di non raccontarla. Il vecchio ma ancora valido principio secondo il quale estromettendo i fatti questi risultano ancora più evidenti e centrali. Questa la ricetta di Paolo Virzì confezionata per la sua ultima opera, La prima cosa bella. Il film narra la storia di una comune famiglia italiana, la famiglia Michelucci, dagli anni '70 ad oggi.
Una moglie un po' frivola, pazzamente innamorata del mondo dello spettacolo; un marito buono e onesto ma dai modi rudi e talvolta violenti; e i loro due figli, che fra tutte le complicazioni del caso cercano di farsi strada nella vita facendo propri o rigettando i caratteri dei loro genitori. Dagli anni '70 li vedremo attraversare quattro decadi del nostro Paese, fino all'attuale riassetto familiare: il padre deceduto da tempo e i due figli che si ritrovano, dopo essersi allontanati, davanti al letto della madre morente.
Una grande epopea dell'Italia? Non esattamente. L'arguzia dell'opera di Virzì sta nel raccontare la storia della famiglia Michelucci di riflesso, perché l'intento è un altro. Il piano temporale primario, ed appare chiaro dopo poco, è esclusivamente quello contemporaneo, e i numerosi flashback di cui il film si compone non servono a raccontare, ma a meglio caratterizzare - e approfondire - lo spessore dei personaggi odierni e la loro storia. Così facendo il regista livornese riesce a chiudere un cerchio circa perfetto, che ha al suo interno sì la storia di una famiglia, di una nazione, ma soprattutto di una società, dei sogni e delle frustrazioni che ci portiamo dietro da decenni; delle paure contro cui ancora combattiamo, delle angosce che ci siamo lasciati alle spalle e delle nuove sfide dei nostri tempi.
Virzì continua così nella sua lunga marcia nella tradizione della commedia all'italiana. Cinico, ironico, attuale, spensierato e profondo al tempo stesso; tutte sfaccettature che il regista riesce a ripartire con sapienza, sfuggendo alla fin troppo facile retorica a cui un soggetto del genere si sarebbe prestato. Neppure un fatto di cronaca italiana viene menzionato nonostante i quarant'anni di narrazione di cui l'opera si compone, ma non ce n'è bisogno: la mutazione dei personaggi segue il cambiamento del nostro Paese introiettandolo. L'opera risulta dunque un grande affresco della vita, ed un tributo a questa. Un omaggio reso alla più misteriosa e affascinante delle esperienze. Nonostante la trama sia di quelle sontuose, che si prende la briga di raccontare quarant'anni di storia familiare, questa è lì solo per meglio mostrarci la complessità della loro esistenza, dell'esistenza di tutti noi. Non vi è una vera storia da narrare, c'è invece da rendere le infinite sfaccettature di cui la vita si compone. E non è poco, né semplice.
Il pretesto narrativo per ricongiungere una famiglia altrimenti spaccata è quello di farla riunire davanti al letto di morte della madre (Stefania Sandrelli), una donna che ha profondamente segnato le esistenze dei suoi due figli. Il troppo amore di cui è stata capace ha reso insicuri i due, anche se in maniera diversa. La sorella minore (Claudia Pandolfi) sembra non aver mai maturato una coscienza degna di una donna adulta, mentre il fratello maggiore (Valerio Mastandrea) è un lupo solitario, intelligente ma anaffettivo. Rievocando assieme le avventure di una vita, la famiglia si ritrova unita ad assaporare - e ad affrontare ex-novo - grandi sentimenti, affetti fortissimi, ma anche delle ombre del passato volutamente occultate.
Un'opera dalle grandissime pretese, che pure riesce nei suoi intenti in maniera lodevole. Una commedia densa di commozione, nel solco della commedia agrodolce italiana. Spiazzante, delicato, sincero e nobile, il cinema di Virzì riesce a far breccia nel cuore e nella mente dello spettatore, andando oltre la semplice fascinazione narrativa. Poetico ma senza eccessi, onesto e ammaliante, La prima cosa bella è forse il film più riuscito di Paolo Virzì, che riesce ad uscire dall'empasse artistica nella quale i suoi ultimi film lo avevano costretto.
Due menzioni speciali: la prima va ad un ispiratissimo direttore della fotografia Nicola Pecorini, mentre la seconda spetta al romano Valerio Mastandrea, completamente a suo agio con il dialetto livornese. Fra un sorriso e una lacrima, un Virzì nel segno del più bel cinema italiano.

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