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NINJA ASSASSIN
di James McTeigue
Sceneggiatura: Matthew Sand, J. Michael Straczynski
Fotografia: Karl Walter Lindenlaub
Montaggio: Gian Ganziano
Musiche: Ilan Eshkeri
Scenografia: Graham Walker
Costumi: Carlo Poggioli
Interpreti: Rain, Naomie Harris, Ben Miles, Rick Yune, Stephen Marcus, Sho Kosugi, Togo Igawa, Randall Duk Kim, Sung Kang, Thorston Manderlay
Produzione: Warner Bros., Legendary Pictures, Dark Castle Entertainment, Silver Pictures, Medienboard Berlin-Brandenburg
Distribuzione: Warner Bros.Italia
Nazionalità ed anno: Germania/USA, 2009
Durata: 99'
Data di uscita: 4 dicembre 2009
Titolo originale: id.
Sito ufficiale
Sito italiano
Forse non tutti sanno che il ninja è una figura storica giapponese realmente esistita a partire dal XII secolo ma ben diversa dalla creatura mitica e soprannaturale che cinema (ma anche anime e videogame) ci ha fatto credere. Il ninja è in realtà una spia del Giappone feudale, per definizione l'esperto di ninjutsu, letteralmente "tecnica delle operazioni furtive", un insieme di metodi di spionaggio e strategia.
Occorre quindi fare una distinzione tra il ninja nell'accezione "occidentale" legata principalmente alla popolarizzazione di questa figura a partire dagli anni Cinquanta attraverso manga e trasmissioni televisive, e i guerrieri che negli scontri sanguinosi del medioevo giapponese utilizzarono metodi spionistici e arti marziali.
Il cinema ha operato dunque anche sui ninja una drammatizzazione e una mitizzazione atta ad esaltarne gli aspetti più spettacolari e violenti tralasciando forse quelli più intimisti e filosofici. Una fitta produzione di pellicole di serie B, che ha raggiunto il suo apice negli anni Ottanta con film del calibro di Ninja il guerriero, Preghiera di morte e L'invincibile Ninja (con addirittura il nostro Franco Nero!), ha sancito la glorificazione su grande schermo di questa mitica figura giapponese.
Oggi riesumare dopo così tanto tempo un genere di action-movie che alla fine non si è mai imposto veramente nell'industria cinematografica internazionale non è certo cosa semplice tanto più che le esigenze e il gusto del pubblico sono essenzialmente mutati. Nell'ardua impresa si è cimentato James McTeigue, già regista del sopravvalutato V per vendetta, nonché pupillo dei fratelli Wachowski, con cui ha collaborato alla regia del loro ultimo film Speed Racer. Ninja assassin è in effetti un dichiarato omaggio al cinema di arti marziali degli anni '70 che cerca di aggiornare il mito dei ninja al XXI secolo. La leggenda vuole che sia stata proprio una scena di Speed Racer ad ispirare la storia di questa nuova pellicola tanto che a produrla ci sono ancora (dopo V per vendetta) i fratelli Wachowski, da sempre molto vicini al modo di raccontare e alla cultura giapponese. Quello però che era riuscito ai due registi di Matrix, ossia la fusione tra fantascienza e arti marziali, questa volta non succede (forse anche perché qui sono soltanto produttori). Non c'è una rielaborazione del (sotto)genere. O se vogliamo c'è, ma non in una misura originale e riuscita come nella saga di Matrix. Per ridare vita al cinema ninja il duo ha pensato di operare esclusivamente sull'estetica (ancora prima che sullo stile). Un'operazione piuttosto superficiale che al di là di una confezione fin troppo stilizzata lascia poco dietro di sé sia a livello dei personaggi (poco sviluppati e troppo stereotipati) sia a livello della stessa iconografia che si vorrebbe esaltare. E avvicina sempre di più l'estetica del cinema moderno a quella del videogame. Anche la scelta del protagonista è sintomatica di questa superficialità: Rain, già visto in Speed Racer, è una famosa popstar coreana (un poliziotto nel film afferma infatti che più che un ninja sembra il leader di una boyband!) con addominali in bella mostra ma lontano anni luce dal carisma di Bruce Lee o Jackie Chan di cui si crede diretto discendente. Seppure regista e produttori insistano a dire che le acrobazie dell'intero cast siano vere con tanto di cavi per sollevare gli attori usate solo per sicurezza (e non come in Matrix per l'esecuzione delle coreografie), prevale purtroppo anche qui, come nella maggior parte degli action moderni, la sempre più stucchevole, inumana (e disumana) dimensione digitale a partire dalle inspiegabili ed ingombranti esplosioni di sangue fino alle stesse arti marziali che sono un ibrido di vari stili (wushu, krabong tailandese, kali filippino). È vero che bisogna stare al passo coi tempi ma anche affidare quasi completamente l'azione (a parte gli interventi di stuntmen professionisti e le parche coreografie dei combattimenti) alla Pixomondo, società specializzata in effetti visivi (per lo più gore e splatter), non è stata una scelta molto felice. Dopo continui schizzi di sangue, arti amputati e crani crivellati è inevitabile non tanto il ribrezzo (o il divertimento nella perfetta tradizione dello slasher movie cui in parte il film si rifà) quanto la noia. Ritornano alla mente certi momenti, ben più memorabili, di Ichi the killer di Takashi Miike (la scena della testa divisa in due) e addirittura di Tenebre di Dario Argento (quando una, allora, sconosciuta Veronica Lario con mano mozzata dipingeva di sangue l'intera parete di una cucina, scena peraltro scomparsa dalla circolazione per evidenti motivazioni politiche). Viene a mancare tutta quella suspense legata alla figura del ninja che comunque è prima di tutto un killer che vive nell'ombra e nel silenzio, agisce all'improvviso, quando meno te lo aspetti, con un look particolare e armi indimenticabili come la katana, le shuriken, il bō, la kusarigama e le fukimibari, di cui qui non v'è traccia.
Non c'è però da stupirsi più di tanto dato che, per stessa ammissione del regista, cresciuto in Australia a suon di manga e di serie tv come The samurai e The phantom agents, l'ispirazione principale è stata l'anime Ninja scroll che rimanda ad un'iconografia molto più iperrealista e sanguinolenta e a ritmi e tempi più esagitati dei numerosi film di genere del passato.
Dispiace constatare che le non poche aspettative dispiegate ai tempi di V per vendetta su James McTeigue sono state malamente disattese e consigliamo (con umiltà) al regista australiano di continuare sì a seguire i fratelli Wachowski nelle loro divagazioni filosofico-cinematografiche ma di lasciar stare i fumetti per un po', giocare meno ai videogames e magari vedersi qualche film in più.



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