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MARX STRIKES BACK: LA FANTASCIENZA DELL'UNIONE SOVIETICA AL S+F

Dopo il successo del 2007, torna "Marx Attacks!", rassegna del Science+fiction festival dedicata alla fantascienza dei paesi dell'Unione Sovietica. la rassegna offre uno sguardo su una delle cinematografie più ignorate (ma tre le più affascinanti), portando alle luce ingenui film pacifisti dal pensiero allineato e scovando piccoli capolavori del genere

MARX STRIKES BACK: LA FANTASCIENZA DELL'UNIONE SOVIETICA AL S+F

Da sempre il cinema di fantascienza si è prestato ad essere, proprio per la sua capacità di essere -come altri generi- l'espressione diretta e immediata di paure e speranze di un qui e un'ora (la capacità di trascendere il contesto temporale spetta solo alle opere migliori), una delle lenti d'ingrandimento privilegiate della Storia, attraverso la quale è prima di tutto il presente (del film) ad apparire in tutta la sua ingenua immediatezza. È così, di riflesso, lungo le finte scanalature di un futuro che è quasi sempre un pretesto, un contenitore, una maschera attraverso cui comunicare un qualcos'altro spesso non esprimibile in un altro modo; lungo queste finte scanalature è possibile leggere le dinamiche di questi presenti congelati nell'involucro dell'oltre futuristico/futuribile, fino a toccare le corde della Storia stessa -in alcuni casi, perfino a trascenderle.
Non luogo per eccellenza, la fantascienza è il genere eletto di un cinema che vuole analizzare il reale nelle sue più profonde viscere, addentrandosi nelle sovrastrutture umane (troppo umane) della società, del potere, dell'umanità in quanto tale. Di contro la fantascienza è anche la frontiera già sempre spostata in avanti, verso la quale gettare le proprie speranze, in un atto di fuga da quelle stesse sovrastrutture, di evasione verso un qualcosa di migliore -sia esso un messaggio di pace, quanto la visione di una terra promessa.
Altre volte ancora perfino il futuro non presenta più alcun futuro, laddove la speranza è frustrata sul nascere, lanciata in avanti, ma già svuotata dall'interno fino a  trasformarsi nel suo contrario,  ostaggio di un destino già scritto e ineluttabile.
Punto d'osservazione privilegiato, il cinema fantascientifico dei paesi comunisti dell'est (DDR, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia, ecc) restituisce la tangibilità di queste tra anime della fantascienza, aprendo un immenso archivio fino ad ora ingiustamente ignorato e messo da parte, relitti di un passato collassato su se stesso, ingenue espressioni di regime, aborti propagandistici, macerie di un muro crollato da vent'anni. Al contrario, esso è uno sguardo genuino sulle dinamiche di regime - così come lo è il cinema americano fantascientifico degli anni '60, metafora dell'attacco rosso e della guerra fredda -, sulla sua concezione del cinema e di contro, maschera privilegiata del dissenso, sede di come a volte più sotterranee, a volte più scoperte, caustiche satire nei confronti del potere e dello stato, ma anche acute riflessioni dall'interno sull'umanità e sulle sue debolezze.
Esplorare queste immense cinematografie dimenticate significa addentrarsi fin dentro le pieghe di un abisso alla ricerca di un (Zeit)Geist disperso e frammentato, nascosto dietro l'apparente ingenuità di un qualsiasi personaggio di questi film, siano essi sognanti scienziati portatori di messaggi cosmopoliti e internazionalisti o ultimi uomini di una Terra che ha perduto la sua umanità.
La rassegna Marx Attacks!, retrospettiva dedicata proprio a questa fantascienza nascosta è giunta alla sua seconda parte (la prima, svoltasi all'interno del science+fiction festival del 2007, si occupava dei film di fantascienza dell'Unione Sovietica), presentando tredici film dei paesi satellite dell'URSS, cercando di restituire un primo sguardo, non completo, ma sicuramente variegato su questa sterminata produzione, che va dagli Space Opera ai film d'autore della nouvelle vague cecoslovacca.
Nella giornata di ieri sono stati presentati tre film, due provenienti dalla Cecoslovacchia e uno dalla DDR.
Questi tre titoli sono, tra l'altro, editi in Dvd in Italia, reperibili in due cofanetti, Stelle Rosse e Stelle Rosse 2, già fuori catalogo, ma facilmente individuabili tramite negozi online et similia.

Der schweigende Stern/ The Silent Star
Regia: Kurt Maetzig
Nazione e anno: RDT(DDR)/Polonia, 1960
Durata: 93'
Formato: 35mm, colore
Prima di una lunga serie di Space Opera dell'Est europeo e tratto da una novella di Stanislaw Lem - tra i più famosi autori fantascientifici polacchi, Der schweigende Stern, si distingue soprattutto per una buona gestione del ritmo delle vicende, che si sviluppano secondo un processo di svelamento progressivo del mistero che aleggia intorno alla civiltà vesuviana fino alla terribile scoperta delle loro velleità bellicose nei confronti dei terrestri prima, e della loro autodistruzione dopo, tracciando la facile similitudine tra i vesuviani e i terrestri con richiami evidenti e continui all'ancora recente shock di Hiroshima, fino al monito finale a "non fare gli stessi errori", facendo appello alla fraternità umana e alla pace (un intrecciarsi di mani chiude il film). Nonostante alcune ingenuità contenutistiche (scoperto fin dall'inizio l'intento umanistico e internazionalista del film a partire dall'equipaggio che partirà alla volta di Venere, composto dalle nazionalità più variegate) e formali (l'utilizzo del reverse e dell'accelerazione dell'inquadrature per suggerire alcuni effetti), il film è meritevole anche solo per un ottimo lavoro sui fondali e le scenografie, soprattutto per quanto riguarda i paesaggi di Venere e  le rovine della civiltà venusiana, opera di Anatol Radzinowicz, che ben restituiscono le atmosfere desolate di un pianeta alieno devastato dall'atomica.

Ikarie XB 1
Regia: Jindrich Polák
Nazione e anno: Cecoslovacchia, 1963
Durata: 84'
Formato: 35mm, b/n
Fotografato in un ottimo bianco e nero tutto sui toni del grigio scuro dall'intensità pastose -laddove solo i neon dell'astronave danno dei tagli di luce davvero netti (seppur uniformi), Ikarie XB 1, storia di una spedizione spaziale alla ricerca di vita sui pianeti di Alpha Centaury, cerca di coniugare da una parte la stigmatizzazione di certi caratteri dell'essere umano (si veda la bella scena della scoperta di una astronave del XX secolo, al cui interno ci sono ancora i cadaveri dell'equipaggio, sterminati da un gas dagli stessi capitani della navicella - che si uccideranno poi tra loro -mentre ancora intenti a gozzovigliare e a giocare d'azzardo; la scena è una summa del peggio del peggio dell'uomo del XX secolo: la nave trasporta perfino delle testate nucleari), con un certo senso di angoscia esistenziale (la scena dove uno dell'equipaggio dell'Ikarie impazzisce in seguito a delle radiazioni ustionanti) e con il classico messaggio di speranza (la nascita del bambino a bordo e la scoperta della vita sul pianeta "bianco": "Cercavamo la vita e la vita ha trovato noi", dirà il comandante dell'Ikarie in chiusura). Formalmente ineccepibile, risente in alcuni punti di una eccessiva freddezza - nonostante il tentativo di inserire al suo interno qualche gag (il bizzarro robot Patrick) e una love story tra due giovani dell'equipaggio, restituendo un film in parte angosciante, in parte esemplificativo, ma comunque nel complesso piacevole da seguire.

Konec srpnav Hotelu Ozòn/ The end of August at the Hotel Ozone
Regia: Jan Schmidt
Nazione e anno: Cecoslovacchia, 1966
Durata: 79'
Formato: 35mm, b/n
Film d'autore della Nouvelle Vague cecoslovacca, Konec srpnav Hotelu Ozòn, è un film che nella sua semplicità (per non dire addirittura assenza) narrativa - di fatto non succede niente se non un unico, decisivo evento), restituisce un pessimismo cosmico profondo e  terribilmente angosciante. Fin dalle prime inquadrature del film (da segnalare nel prologo un geniale escamotage per descrivere quanto successo sul pianeta al'epoca dei fatti narrati: una delle protagoniste fa la cronistoria della Terra contando gli anelli dell'età di un albero), i personaggi ritratti da Schmidt esprimono la loro non umanità, tagliando fin dall'inizio qualsiasi possibile speranza. Le ragazze protagoniste del film, nate in un mondo senza uomini e al di fuori di qualsiasi civiltà, si presentano come delle vere e proprie bestie, mostrando quello che per Schmidt è la vera natura dell'essere umano, violenta e autodistruttiva. Unico ancoraggio all'umanità della civiltà è rappresentata dalla vecchia signora a guida delle ragazze in cerca di uomo per evitare l'estinzione del genere umano, e dal vecchio che troveranno all'Hotel Ozone del titolo (che cerca in tutti i modi di preservare quella civiltà perduta, giocando a scacchi e sentendo il grammofono). La lotta per il grammofono è proprio l'evento decisivo che segna il punto di non ritorno dell'umanità: in una sequenza agghiacciante nella sua assenza di qualsivoglia scrupoli, la fine di una speranza per il genere umano è definitivamente segnata: qualora anche le ragazze si riproducessero darebbero vita a una umanità già corrotta - o genuina - in partenza, votata fin dalle sue origini all'autodistruzione come la precedente, in un loop senza fine.

Per chiudere uno sguardo al cinema dell'est del terzo millennio. Per la sezione Neon, è stato infatti presentato 1, film ungherese del giovane Pater Sparrow, pseudonimo del più magiaro Zoltàn Verebes, vagamente ispirato ad un testo di Stanislaw Lem, che vorrebbe essere, testuali parole "la genesi di un punto interrogativo" e che invece è un pretenzioso film a tesi, incomprensibile e verboso, una sequela di aforismi e copiose citazioni da Lem, malamente commentate da presunte suggestioni visive di ogni foggia e da inserti documentari di ogni tipo, facendo del film una accozzaglia di immagini senza praticamente né capo né coda, mero commento ad un film letterario fino al midollo.

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