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UP

di Pete Docter, Bob Peterson

Soggetto: Pete Docter, Thomas McCarthy, Bob Peterson        
Sceneggiatura: Pete Docter
Montaggio: Kevin Nolting                                          
Musiche: Michael Giacchino    
Interpreti: (voci italiane di) Giancarlo Giannini, Arnoldo Foà, Neri Marcorè
Produzione: Walt Disney Pictures - Pixar Animation Studios
Distribuzione: Disney
Nazionalità ed anno: USA, 2009
Durata: 96'
Data di uscita: 15 ottobre 2009
Titolo originale: id.
Sito ufficiale   
Sito italiano

UP
5

Si corre il rischio di sfondare porte spalancate, nel profondersi di elogi di fronte al nuovo arrivato di casa Pixar. Il non eroe di turno (inteso come eroe del quotidiano, dunque qualcosa di non dissimile da noi) è un anziano signore molto somigliante a Spencer Tracy, la cui vita scorre in un soffio di pari passo coi propri sogni. Che alla fine, una volta morta l'amata moglie, decide di mettere in pratica.
Perchè non è mai troppo tardi per realizzare quel che si vuole: l'importante è lasciarsi alle spalle il fardello di una vita precedente.
Una metafora sorprendentemente simboleggiata da una casa volante, dapprima veicolo di fuga per l'anziano signor Carl Fredericksen, dopodichè fardello ingombrante nel momento in cui arriva l'attimo in cui scegliere di dover vivere, anziché restar seduti sul comodo sofà a sopravvivere di rimpianti.
Un messaggio forte e ottimista, presente in un cartoon tra i più crudeli e violenti mai sfornati dalla Pixar (e da Pete Docter, già autore dell'ottimo Monsters & Co.): dopo la fantascienza quasi "adulta" di Wall-E (e in attesa di Toy Story 3) la vita quotidiana assale senza tregua pubblico e protagonisti con cui ci si identifica. Compare il sangue, mai visto finora, ed è anche Fredericksen a causarne la fuoriuscita; compare, extradiegetica, la morte e la tragedia familiare (una gravidanza interrotta), il dolore e la vecchiaia con la conseguente, inevitabile solitudine. Ma il miracolo avviene, e a scatenarlo è la contrapposizione di due opposte solitudini: a Carl si affianca un ragazzino obeso e maldestro, trascurato dal padre e voglioso di affetto e far del bene. Il "target Pixar" può così dirsi raggiunto: mai come questa volta (letteralmente) si vola così alto, puntando in egual misura su grandi e piccini nel processo di identificazione e sfruttando il salto generazionale per lo sviluppo delle gag (irresistibili); un'ulteriore sfida è la rinuncia totale all'antropomorfizzazione fantastica di animali o oggetti, che comunicano con gli umani grazie a espedienti fantascientifici ma verosimili (i traduttori dei cani costruiti dal villain di turno e fonte di ulteriori gag), così che il fantastico si discosti ulteriormente dal piano della realtà senza poter combaciare in alcun modo. Forse perché si trova a un piano superiore, sopra le nuvole, ed è sufficiente - anche solo una volta nella vita - alzare lo sguardo per rendersene conto e intervenire su se stessi.
Come si diceva una volta: accorrete in massa al cinema. Si ride e si piange. Come nella vita. Anche se è un cartone.

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