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BARBAROSSA
di Renzo Martinelli
Sceneggiatura: Renzo Martinelli, Anna Samueli, Giorgio Schottler
Fotografia: Fabio Cianchetti
Montaggio: Osvaldo Bargero
Musiche: Pivio & Aldo de Scalzi
Scenografia: Rosella Guarna
Costumi: Massimo cantini Parrini
Interpreti: Rutger Hauer, Raz de Gan, Kasia Smutniak, Cecile Cassel, Federica Martinelli, F. Murray Abraham, Hristo Shopov
Produzione: Martinelli Film Company Int.
Distribuzione: 01
Nazionalità ed anno: Italia 2009
Durata: 139'
Data di uscita: 9 ottobre 2009
Sito ufficiale
mezzo
Lungi dal rispettare, non si chiede la Storia, quanto meno il titolo, Barbarossa, con il teutonico imperatore, ha ben poco a che fare. A far la voce grossa in questo film è invece l’immaginario Alberto da Giussano, eroe della patria (padana) ante litteram che a Legnano guidò, così si narra, i comuni della Lega Lombarda alla vittoria contro gli invasori tedeschi, rispedendo l’imperatore con le pive nel sacco in Germania.
Che quest’ultimo sia poco più che un pretestuoso contorno ad un peana preconfezionato, risulta ovvio fin dalle prime inquadrature, quando il buon Alberto salverà casualmente l’imperatore che gli farà dono del suo pugnale personale, così come per tutta la durata del film, dove il Barbarossa, ora spietato, ora magnanimo, verrà ingiustamente dipinto come un innocuo burattino orgoglioso e capriccioso, alla mercè di moglie e consiglieri vari.
Di ben altra pasta è fatto il "poliedrico" Alberto che saprà amministrare la sua sete di vendetta (Barbarossa direttamente o indirettamente gli fa fuori mezza famiglia) con passione ma pazientemente, fino al raggiungimento, considerato utopico dell’unità, di tutti i comuni del nord, fino ad allora in lotta tra loro in una faida senza fine.
Eroe e nemico, bene e male: Martinelli tratteggia il suo Barbarossa lungo le linee quasi archetipiche dell’epica classica, senza rinunciare ai modelli cinematografici più o meno recenti (si va da Braveheart a Il Gladiatore, passando per Via col vento), in un tentativo forse eccessivamente viziato dall’ideologia di riportare in auge un gusto italiano per il kolossal più o meno storico che sia; trova così spazio accanto alla “ricostruzione storica” e alle immancabili battaglie, l’inserimento a montaggio alternato della storia d’amore incarnata dalla bella Eleonora (Kasia Smutniak: non brava quanto bella, però) emarginata Cassandra (ha delle visioni del futuro) inascoltata e maltrattata durante tutto il film, immancabile contro altare epico drammaturgico all’eroico protagonista.
Nondimeno le soluzioni formali adottate da Martinelli, specialmente durante le scene di battaglia, sono tutte mirate ad esaltare la grandiosità delle sua epica in salsa duecentesca e ad innalzare oltre i limiti dell’universale i sentimenti che da questa epica pretendono di scaturire; così, in una scena centrale del film, quando i milanesi e Alberto sono costretti, per fermare l’avanzata teutonica, a scagliare le frecce contro i fratelli di lui catturati dai tedeschi e appesi vivi e in bella vista alle torri d’invasione, il meccanismo ideologico formale di Martinelli (un alternarsi di zoom veloci e primi piani dei protagonisti e antagonisti coinvolti, in un tripudio di inutili dettagli truculenti) trova la sua massima espressione, esaltando un patetismo che va perfino oltre il lirico, abbraccia il patetico, si riempie di ridicolo e tocca le vette dell’imbarazzante.
A partire da qui, il disegno ideologico perpetrato da Martinelli esce completamente allo scoperto trasformando questo pseudo kolossal in un mito di propaganda leghista, sulla scia del peggior cinema propagandistico di qualsiasi totalitarismo, con la differenza che ci si trova, in questo caso, di fronte ad una farsa di caratura infima, un exploit al limite del cialtronesco che ben poco ha a che vedere con il complesso sistema propagandistico dei suddetti regimi totalitari.
Avranno di che esaltarsi i leghisti di fronte al Barbarossa Martinelliano, unendo il loro grido di orgoglio a quello che fino alla nausea i “compagni della morte” guidati da Alberto non fanno che ripetere ad ogni occasione: Libertà! Libertà! come patetici William Wallace de noantri, con i loro scudi crociati in bella vista e le spade alzate la cielo, fin troppo palese allegoria for dummies, buona per l’onanistico target a cui il film è rivolto.
A tutti gli altri auguriamo invece buona visione: sta per iniziare il film nella sala accanto.
Nondimeno le soluzioni formali adottate da Martinelli, specialmente durante le scene di battaglia, sono tutte mirate ad esaltare la grandiosità delle sua epica in salsa duecentesca e ad innalzare oltre i limiti dell’universale i sentimenti che da questa epica pretendono di scaturire; così, in una scena centrale del film, quando i milanesi e Alberto sono costretti, per fermare l’avanzata teutonica, a scagliare le frecce contro i fratelli di lui catturati dai tedeschi e appesi vivi e in bella vista alle torri d’invasione, il meccanismo ideologico formale di Martinelli (un alternarsi di zoom veloci e primi piani dei protagonisti e antagonisti coinvolti, in un tripudio di inutili dettagli truculenti) trova la sua massima espressione, esaltando un patetismo che va perfino oltre il lirico, abbraccia il patetico, si riempie di ridicolo e tocca le vette dell’imbarazzante.
A partire da qui, il disegno ideologico perpetrato da Martinelli esce completamente allo scoperto trasformando questo pseudo kolossal in un mito di propaganda leghista, sulla scia del peggior cinema propagandistico di qualsiasi totalitarismo, con la differenza che ci si trova, in questo caso, di fronte ad una farsa di caratura infima, un exploit al limite del cialtronesco che ben poco ha a che vedere con il complesso sistema propagandistico dei suddetti regimi totalitari.
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