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DISTRICT 9

di Neill Blomkamp

Sceneggiatura: Neill Blomkamp, Terri Tatchell
Fotografia: Trent Opaloch
Montaggio: Julian Clarke         
Scenografia: Philip Ivey
Costumi: Dianna Cilliers
Musiche: Clinton Shorter
Interpreti: Sharlto Copley, Jason Cope, Grey Bradnam, Nathalie Boltt, Sylvaine Strike, Elizabeth Mkandawie, John Sumner, William Allen Young
Produzione: Key Creatives, QED International, WingNut Films
Distribuzione: Sony Pictures Italia
Nazionalità ed anno: USA/ Nuova Zelanda, 2009
Durata: 112'
Data di uscita: 25 settembre 2009
Titolo originale: id.
Sito ufficiale   
Sito italiano       

DISTRICT 9
3 e mezzo

Più di vent'anni fa, gli alieni sono approdati sulla Terra, precisamente a Johannesburg. Ma altro che Visitors: si tratta di profughi scappati dal loro pianeta, e messi anche male. Rissose e difficili, le creature (come corsi e ricorsi insegnano) finiscono ghettizzate nell'area District 9, ma le intemperanze continuano. La pazienza  dei terrestri termina presto: Il controllo sugli alieni viene affidato in gestione alla Multi-National United (MNU), società che ha in realtà interesse a far funzionare le potenti armi aliene, inerti nelle mani terrestri.
Ma l'mprevisto è dietro l'angolo: e quando l'afrikaner tipo Wikus van der Merwe, travet della compagnia assurto al potere operativo, contrae un virus alieno e comincia a mutare il suo DNA,  sperimenterà l'ostracismo e la persecuzione sulla propria pelle.
L'esordio al lungometraggio del regista Neill Blomkamp (che prende spunto dal proprio cortometraggio Alive in Joburg) è a tratti sorprendente. Il succinto plot che lo precedeva (come la presenza di Peter Jackson nelle vesti di produttore) poteva far pensare a una goliardata volutamente grottesca e priva di ambizioni; il film, pur restando fedele alla sua natura di puro prodotto di intrattenimento, si prende invece sul serio (il giusto) e fa centro quando inscena una efficace metafora sull'intolleranza che non risparmia nessuno, tanto i bianchi quanto i neri un tempo ghettizzati del Sudafrica, ora anche loro pronti a scagliarsi contro "l'altro da sé" sintetizzato dalle mostruose forme di alieni chiamati "gamberi" per le loro indubbie fattezze crostacee. Riuscendo a tratti, grazie a una regia che poco indugia sul loro aspetto ributtante, a compiere un'operazione di adesione emotiva con gli umani che ha pochi precedenti nella storia del cinema sci-fi, forse il genere più resistente - per forza di cose - al manicheismo. Molto efficace, perché l'operazione funzioni, anche il ricorso a una tecnica documentaristica che, se alla lunga si rivela pretestuosa fino ad essere bruscamente accantonata, sa calare inizialmente lo spettatore all'interno di un contesto urbano e sociologico fittizio e futuribile quanto realistico e (come la storia ha insegnato) verosimile. Al punto da rispettare - nella versione originale - il multilinguismo del Sudafrica (dove si parla inglese, afrikaans e il dialetto nyanja dei Bantu); ognuno, alieni compresi, parla la propria lingua e comprende quella dell'altro, segno di come la convivenza - forzata o meno - possa abbattere le barriere culturali e semantiche e rivelarci uguali gli uni con gli altri. Qualcuno lo vada a dire ai leghisti di casa nostra, che sembrano provenire da un'altra galassia. 

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