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"TWO LOVERS": E TUTTI VISSERO FELICI E CONTENTI. FORSE
Conoscete quella sensazione orribile di non aver chiuso bene la porta di casa? Bene, a me capita quando sono o preccupato per qualcosa o terribilmente emozionato e ho davvero la testa altrove. Ecco ieri sera siamo dalle parti della seconda ipotesi. Two lovers, la nuova big thing di James Gray, mi aspettava al cinema (Odeon di Camden) ed ero gia’ tutto concentrato lì.
Aspettative non deluse, anzi. E a partire dai trailer pre-film, dato che stanno arrivano due coattate uniche e che promettono spasso puro: The taking of Pelham 1 2 3 (Tony Scott dietro alla macchina da presa, e davanti John Travolta con occhiali neri e cappello da rapper. E se non bastasse già così, James Gandolfini, John Turturro e Denzel Washington a completare il quadro) e State of Play (il trailer è tutto da vedere).
Ma è quando sullo schermo arriva Joaquin Phoenix (Leonard), da dietro, con gli occhi sulla bay di New York, che comincio ad emozionarmi davvero. Atmosfera soffusa, musica beatemente ingombrante, colore grigio peso, eccolo di nuovo, James Gray. La trama è, come in We own the night (il precedente film del Nostro), veramente poca cosa: Leonard è un giovanotto ebreo poco cresciuto e affetto da leggero disturbo bipolare, non ha ancora superato un trauma amoroso e vive con i suoi a Coney Island. Con la complicità dei genitori (la madre è una funzionale ma impresentabile Isabella Rossellini) conosce Sandra (Vinessa Shaw) di cui si innamora un pochino, ma per le scale di casa incontra Gwyneth Paltrow (Michelle, magrissima nonostante sia superstite dalla seconda gravidanza) e la vera passione sboccia per quest’ultima. In mano ad un regista “normale” sarebbe una storia banale, piatta, probabilmente noiosa. In mano a Gray è un turbinio di emozioni, un lento immergersi nella psicologia dei personaggi, nessuno veramente “normale”, nessuno privo di manie, tic, problemi – tranne Sandra. Gray lavora sulle piccole cose, maniacalmente, inquadra con primi piani insistenti i particolari dei corpi che mette in scene, tira fuori il meglio da ogni attore. Guardate i movimenti di macchina, come quello in discoteca, come si butta su Leonard e Michelle, poi stacca e di nuovo ritorna, riuscendo a farci sembrare parte di questo ballo poco innocente. Più si va avanti nel film, più ci si sente poco a nostro agio. Gray fa leva sul sentimento dello spettatore, e si finisce per identificarci con Leonard. Quando esploderà? Quando tenterà di nuovo il suicidio? E poi, negli ultimi 10 minuti, con quel guanto che rimane sul bagnoasciuga senza andare nè su nè giù, tutti i nodi vengono a pettine, Leonard ripara su una delle due lovers (ma ripara davvero o è vero amore?) e tutti vissero felici e contenti. Forse. Forse.
(testo tratto da http://lucaperetti.wordpress.com/)


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