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IAGO
di Volfango De Biasi
Sceneggiatura: Volfango De Biasi
Fotografia: Enrico Lucidi
Montaggio: Stefano Chierchiè
Musiche: Michele Braga
Scenografia: Giuliano Pannuti
Costumi: Monica Celeste
Interpreti: Nicolas Vaporidis, Laura Chiatti, Aurelien Gaya, Lorenzo Gleijeses, Fabio Ghidoni, Giulia Steigerwalt, Gabriele Lavia
Produzione: Medusa, Ideacinema, Cattleya
Distribuzione: Medusa
Nazionalità ed anno: Italia, 2009
Durata: 100'
Data di uscita: 27 febbraio 2009
Sito ufficiale
Scusa ma ti chiamo Iago... sennò mi tocca pescare un altro nome (e non credo di riuscire a scegliere tra i più lusinghieri). Scherzi a parte, ecco a voi il Volfango-bis: regista e sceneggiatore di Come tu mi vuoi, De Biasi ci riprova e innalza la sua musa Vaporidis sul piedistallo tragico (è il caso di dirlo) del bardo di Stratford. Solo l'idolo spettinato di tante creature in tempesta ormonale, infatti, è in grado di pronunciare la frase: "M'hanno portato via la libertà" come un più prosaico: "M'hanno portato via 'r motorino". Chapeau.
Venice, giorni nostri: il povero Iago (Nicolas Vaporidis, come sparare sulla Croce Rossa) studia architettura, è in lizza per un progetto importante allestito dal suo ateneo e, contemporaneamente, per il cuore - e il resto - della griffata Desdemona (Laura Chiatti, molto bionda), fascinosa figlia di Brabanzio (Gabriele Lavia, ma perché?), rettore. Depilato quanto basta, il moro francofono Otello (Aurelian Gaya, "tronista", De Biasi dixit) - doppiato innaturalmente come prevedibile, perché a noi l'italiano piace corretto... vedi sopra - interviene coi suoi addominali scolpiti a stroncare sul nascere il germoglio flirtereccio. Ubi maior, Nicolas cessat. Ecco dunque il seme dell'invidia attecchire prepotente nell'animo (oscuro, come l'unica camicia che indossa per un'ora e quaranta di proiezione) del protagonista, che non esita a tramare infingardo e seminare zizzania tra il rivale e la sua bella. Roderigo (Lorenzo Gleijeses, teatrale, grazie al cielo) ed Emilia (Giulia Steigerwalt, Muccino-pre-Willie) tifano per lui: Cassio invece, di squadra avversaria, è il "deficiente" (così lo ha egregiamente definito il suo interprete Fabio Ghidoni) che ci andrà di mezzo. L'apparenza è quella di un'idealistica rivolta contro i potenti arricchiti: la realtà è che l'egoismo compiaciuto è giustificato motore che domina il mondo. Sentite un lontano rimescolio all'altezza del colon? Trattenetevi ancora un poco. Sappiate comunque che, stavolta, il traditore per antonomasia avrà degnissima ricompensa - un po' perché nell'attuale repubblica delle banane è auspicato che vada a finir così, un po' perché l'attor giovane monocorde non può proprio deludere le innumerevoli fan della sua faccia da bravo ragazzo.
Quello che davvero suscita indignazione e raccapriccio, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non è affatto l'ardire di cimentarsi col testo shakespeariano: qualunque totem va affrontato e rielaborato, prima o poi - Luhrmann l'ha fatto, a suo tempo, e mal non gliene incolse. Irrita invece l'agghiacciante leggerezza con cui s'è qui proceduto a sovrapporre alla struttura-base di una delle più insigni tragedie mai scritte l'intreccio fotoromanziero degli amorazzi adolescenziali che, negli ultimi tempi, il cinema italico onanisticamente immagina. Risultato che sbertuccia gli astanti è il trionfo dello stereotipo, il culto della presenza a scapito dell'essenza, la latitanza indefessa di qualsiasi valore che non sia un cerchiobottistico sentito dire e - su tutto, su tutti - l'appiattimento di personaggi immortali a figurette travestite in recita scolastica. Come ha ben sintetizzato lo stesso Vaporidis: "E' una testa, Iago". L'ha detto lui, non noi.



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