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VALZER CON BASHIR

di Ari Folman

Soggetto: Ari Folman
Sceneggiatura: Ari Folman
Montaggio: Nili Feller
Musiche
: Max Richter
Illustratore e art director: David Polonsky
Produzione: Bridgit Folman Film Gang, Les Films d'Ici, Razor Film
Distribuzione: Lucky Red
Nazionalità ed anno
: Israele/Germania/Francia, 2008
Durata: 87'
Data di uscita: 9 gennaio 2009
Titolo originale: Waltz with Bashir
Sito ufficiale                
Sito italiano       
Note: candidato agli Oscar (miglior pellicola straniera)

VALZER CON BASHIR
4 e mezzo
Ma lo hai visto con i  tuoi occhi? Rigiriamo la domanda: ma lo avete visto con i vostri occhi? La domanda risuona, riecheggia, nel vuoto di una risposta non data, di una risposta che ci vergogniamo di non poter dare, ritorna, rimbalza in un continuo scaricabarile: No, ma ho delle fonti molto accreditate, me lo hanno raccontato. No hay banda: tutto è registrato. No hay banda: non c'è l'orchestra, nessuno di noi ha visto, né sentito. Eppure tutto è registrato, non ci sono scusanti, lo abbiamo visto tutti. Il cinema lo ha visto, ha registrato, lo testimonia: arriva laddove noi siamo sempre in ritardo, da un'altra parte, oppure eravamo semplicemente lì e non lo abbiamo visto, non lo abbiamo visto con i nostri occhi.
Ari Folman era a Sabra e Shatila quel giorno, la sua memoria ha registrato tutto, poi ha perso il nastro, lo ha rimosso, dimenticato, cancellato. Ma cancellare significa coprire, creare nuova traccia e quindi, per converso far riaffiorare quello che non è stato cancellato, i residui di quella scritta che il pennarello ha coperto, ma non eliminato.
La ricerca di Ari è una ricerca post-proustiana, un a partire dal rimosso, piuttosto che dal rimasto, un puzzle da ricomporre senza i pezzi centrali: così laddove mancano, laddove non si vede, laddove qualcosa è stato cancellato, si riempie, si (ri)parte. Quello è il punto di partenza: un intrecciarsi falso di storie (di campi, di Auschwitz, di profughi palestinesi a Sabra e Chatila) che tornano inevitabilmente a confondersi, un leitmotiv ineluttabilmente falso e che pure, nel suo essere riempimento del mancante, fa affiorare realmente tutto il resto. Attraverso questo meccanismo la memoria di Ari si ricostruisce, ritrova amici, ex-commilitoni, testimoni di quei terribili giorni in Libano. Profumi nauseabondi al posto delle madeleine, la maleodorante guerra riaffiora alla luce dall'oblio ricostruendosi in un onirico volteggiare di sogni, donne nude che ci accolgono nel grembo iniziandoci alle delizie del sesso, razzi che al suono di un lullaby rallentano il tempo distruggendo quello che incontrano lungo la loro strada, l'infito tabellone delle partenze di un aereoporto incredibilmente vuoto,  le piroette tra le pallottole, ballando quel valzer della morte con un già morto, (il manifesto di) Bashir. Tutto ciò è già perversione della memoria, post traumatico, onirico, inspiegabile e improbabile via d'uscita che alla fine via d'uscita non è. E la domanda continua a rimanere elusa. Ma lo hai visto con i tuoi occhi? Lì la memoria di Ari non arriva, come dice un suo amico: "Come dici tu? Non l'ha registrato."
Non l'ha registrato. La memoria di Ari non l'ha registrato. Quel buco non è riempibile, e in qualche modo deve rimanere non riempibile in nessun modo. Irrompe il cinema: la carrellata si avvicina agli occhi di Ari in una scena di cui poco prima avevamo visto un'altra angolazione (Ari che arriva all'imbocco del campo profughi). E poi, all'improvviso, dopo che la camera è arrivata a stringere in primissimo piano su quegli occhi, il controcampo di quegli occhi, la loro soggettiva è un controcampo di immagini reali, un footage d'archivio, una ripesa di quel giorno, il lamento luttuoso delle donne, il silenzio dei corpi irriconoscibili delle vittime. Il viaggio onirico, l'animazione, l'unica via per  raccontare quello orrore, la finzione cinematografica, dopo aver ripercorso tutto l'archivio dall'inizio ci riporta al reale, a quello da cui eravamo fuggiti fino ad ora. Ora possiamo capire davvero quelle immagini, ora possiamo rispondere alla domanda fondamentale. Il cinema testimone eminente ha registrato tutto, è diventato i nostri occhi, è i nostri occhi, pur di fatto non essendoli (no hay banda, noi non siamo mai stati lì, è come se non avessimo visto). La risposta arriva, alla fine, per negativo: Ma lo hai visto con i tuoi occhi? No, e proprio per questo: Sì, l'ho visto con i miei occhi.

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