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MARIO IL MAGO
di Almási Tamás
Soggetto: Margit Halász
Sceneggiatura: Almási Tamás
Fotografia: György Beck
Montaggio: László Hargittai
Scenografia: Arturo Andreoli
Costumi: Zsuzsa Balai
Musiche: Dés Làszlò
Interpreti: Franco Nero, Nyakò Jùlia, Vittorio Marsiglia
Produzione: Gàbor Garami e Franco Nero
Distribuzione: L'Altrofilm
Nazionalità ed anno: Ungheria, 2008
Durata: 100'
Data di uscita: 28 novembre 2008
Titolo originale: Mario, uno varázsló
Sito ufficiale
In un recondito villaggio ungherese arriva un'azienda italiana con l'intenzione di insediare uno stabilimento di calzature. Incaricato della nuova apertura è Gerardo (Vittorio Marsiglia), delegato dal proprietario, che cura anche la selezione del personale quasi esclusivamente femminile. Di lì a poco Gerardo sarà sostituito da Mario, il titolare, figura taciturna e con un certo fascino agli occhi delle operaie.
Fascino che ammalierà anche Vera (Jùlia Nyakò), portandola a trascurare la casa e il marito, il quale si mostrerà sempre meno tollerante al cambiamento della routine domestica. Vera passa sempre più tempo in azienda e con Mario (scopriremo poi, molto poi, che i due parlano due lingue diverse....) così che si creeranno fraintendimenti, amplificati e nutriti dalle speranze ossessive e morbose di Vera. Alla fine del film si manifesta la verità per il personaggio della Nyakò, verità che giunge ovviamente tardi, dopo che la protagonista ha lasciato il marito e ha perso la faccia di fronte ai compaesani, portandola oltre il raziocinio, fino a compiere un atto tremendo.
Una cosa va detta: il buon impegno non è mancato. Ma il risultato è altra cosa.
Il film è basato tutto su Vera e la sua fragilità psicologica che verrà scossa e distrutta dall'arrivo di Mario (Franco Nero), imprenditore italiano che, dopo la caduta del muro di Berlino, apre una fabbrica in un piccolo e provinciale paese ungherese. Lo sviluppo della storia è un inno al buon proposito, ma si perdono alcuni piccoli pezzi per strada: come si può pretendere di capire che, in uno scambio di battute recitato interamente in italiano, in realtà Vera stia parlando nella propria lingua, l'ungherese, e Mario nella propria, l'italiano? Considerando che quella scena rappresenta la genesi fondamentale della svolta psicologica di Vera, non dovrebbe essere un particolare da sottovalutare. La storia, poi, nel suo svolgersi con la follia che pervade la protagonista chiarisce l'accaduto, ma bisogna sforzarsi di capire. Il film rende sempre bene il climax di delirio che pervade Vera, ma si fatica a comprendere da dove provenga tutta questa sua inquietudine, quali input abbia.
Fra le altre cose che lasciano qualche dubbio, non si può non ricordare l'amica di Vera: tre scene, pochi dialoghi non brillanti e soprattutto non incisivi... ma perché? Forse se ne poteva fare a meno. E perché rasenta la perfezione il profilo psicologico, per quanto semplice, del marito della protagonista, ma non quello del personaggio di Franco Nero? Ci si trova in una alternanza di ottimi personaggi e altri appena delineati quando magari serviva maggiore incisività degli stessi. Resta comunque una buona regia a stampo documentaristico, accompagnata da curate scenografie.
Insomma il film era di non facile svolgimento, ma scelte fatte lo hanno portato ad essere anche di lettura non semplice, soprattutto distratti da personaggi o scene che si perdono nella mente dello sceneggiatore e che risultano incompleti agli occhi dello spettatore. L'incoraggiamento è atto dovuto.


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