Login utente
Cerca
Editoriale
Berlino 60
Messaggi recenti del blog
- GLI OMBRELLONI DI TALANI SI APRONO IN PIAZZA DELL’UNITA’ D’ITALIA A TRIESTE
- IL DIRETTORE DEL SETTORE CINEMA MARCO MUELLER RICEVE L'ORDEN DRUZHBY
- “CINECITTÀ LUCE – LE SFIDE DELLA MEMORIA”
- PROGETTO BONELLI: SIETE PRONTI A SPORCARVI LE MANI?
- “POVERI VOI”, LA PRIMA ONG AFRICANA CHE PORTA AIUTI UMANITARI ALL'ITALIA
- NOI STIAMO CON EMERGENCY - SABATO 17 - ORE 14.30 APPUNTAMENTO IN PIAZZA NAVONA ROMA
- PARAMOUNT ANCORA INSIEME IN ITALIA CON UNIVERSAL
- NAPOLI COMICON CAMBIA: FUSIONE CON GAMECON, NUOVE SEDI E NUOVE DATE
- FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA
- “TAXI DRIVERS” PRESENTA “SYMPATHY FOR THE DEVIL”
Argomenti del forum attivi
RACHEL STA PER SPOSARSI
di Jonathan Demme
Sceneggiatura: Jenny Lumet
Fotografia: Declan Quinn
Montaggio: Tim Squyres
Musiche: Zafer Tawil, Donald Harrison jr.
Scenografia: Chryss Hionis
Costumi: Susan Lyall
Interpreti: Anne Hathaway, Rosemarie DeWitt, Mather Zickel, Debra Winger, Bill Irwin, Anna Deavere Smith, Anisa George, Tunde Adebimpe
Produzione: Clinica Estetico, Marc Platt Productions
Distribuzione: Sony Pictures Italia
Nazionalità ed anno: Usa, 2008
Durata: 116'
Data di uscita: 21 novembre 2008
Titolo originale: Rachel Getting Married
Sito ufficiale
Note: in concorso alla 65. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia
Quel che Jonathan Demme ha presentato lo scorso settembre in concorso a Venezia è un dramma borghese di rancori mai sopiti, repressi, tacitati eppure drammaticamente presenti nelle mura domestiche di un nucleo familiare pronto a celebrare le nozze di Rachel; rancori che tornano di botto insieme a Kym, sorella di Rachel, che troppi sbagli ha fatto nella sua giovane vita per non recitare suo malgrado un ruolo destabilizzante e catalizzatore di conflitti.
Dopo The Manchurian Candidate e quattro anni dedicati al documentario che ne hanno profondamente affinato la tecnica (e regalato al pubblico prodotti di ottimo livello come The Agronomist e Jimmy Carter: Man from Plains), Demme ha trasposto un copione di Jenny Lumet (figlia di Sidney) con un occhio dichiarato ai numi tutelari del grande cinema americano: come se il suo cinema, alle prese con un racconto di finzione, cercasse ancora una volta di "sondare" ed esplorare il più possibile mezzi e stilemi del dramma accostandosi quanto più possibile con la macchina da presa a personaggi e situazioni cardine del genere. Un'operazione che sfida il cliché per sua stessa natura e definizione, e una scommessa che riesce a metà dopo aver promesso per lungo tempo uno spettacolo difficilmente dimenticabile per bellezza e qualità formale e narrativa. Alla coralità altmaniana tanto cara a Demme si associa presto, nella mente dello spettatore, l'eco del miglior Cassavetes, pur sfrondato di quell'eccezionale, forse irripetibile capacità di improvvisazione dei suoi attori feticcio in grado di portare intere scene verso latitudini imprevedibili: al contrario, Demme non dimentica mai di fare fiction e tutto è pianificato al millisecondo, e con uno stile che di improvvisato e documentaristico ha solo l'apparenza. Una tecnica usata con grande maestria, che raggiunge a metà strada un acme emozionale di raro livello (la scena della lavastoviglie, attimo di fertilità familiare che sembra condannare per sempre Kym a una sterilità inestirpabile). Ma il copione della Lumet, e la regia di Demme che così bene sa fondersi con la pagina scritta, non hanno il coraggio di fermarsi quando dovrebbero, come forse i numi tutelari avrebbero saggiamente fatto: ovvero, un attimo prima di giungere a quelle nozze fatali che, più che chiudere la questione, la ridimensionano nei contorni. E così, l'intensa sofferenza dei personaggi per la loro incapacità di comprendere e comprendersi cede il passo a qualcosa di più didascalico e banale, l'ansia di lasciare il segno genera scene madri poco opportune (stucchevole la rissa verbale e fisica tra l'acclamata Anne Hathaway e la rediviva Debra Winger), e il tentativo di documentare il reale prende nel finale il sopravvento con la conseguente deriva narrativa (le lunghe nozze finali, prive di quel senso che possa generare vero interesse oltre alla compiutezza formale).
Fino a mezz'ora circa dalla fine, abbiamo assistito a un capolavoro: ma Rachel resta un film a tratti irresistibile, con un pubblico ideale che amerà pregi e difetti e, chissà, saprà premiare l'aspetto (prevalentemente) commerciale a scapito di quello (tendenzialmente) artistico.



Commenti recenti
2 settimane 4 giorni fa
2 settimane 4 giorni fa
2 settimane 4 giorni fa
2 settimane 4 giorni fa
6 settimane 3 giorni fa
15 settimane 1 giorno fa
15 settimane 1 giorno fa
15 settimane 1 giorno fa
15 settimane 1 giorno fa
15 settimane 1 giorno fa