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CHANGELING
di Clint Eastwood
Sceneggiatura: J. Michael Straczynski
Fotografia: Tom Stern
Montaggio: Joel Cox
Musiche: Clint Eastwood
Scenografia: James J. Murakami
Costumi: Deborah Hopper
Interpreti: Angelina Jolie, John Malkovich, Jeffrey Donovan, Colm Feore, Jason Butler Harner
Produzione: Universal Pictures, Immagine Entertainment, Relatività Media, Malpaso
Distribuzione: Universal
Nazionalità ed anno: USA, 2008
Durata: 140'
Data di uscita: 14 novembre 2008
Sito ufficiale
Fotografia: Tom Stern
Montaggio: Joel Cox
Musiche: Clint Eastwood
Scenografia: James J. Murakami
Costumi: Deborah Hopper
Interpreti: Angelina Jolie, John Malkovich, Jeffrey Donovan, Colm Feore, Jason Butler Harner
Produzione: Universal Pictures, Immagine Entertainment, Relatività Media, Malpaso
Distribuzione: Universal
Nazionalità ed anno: USA, 2008
Durata: 140'
Data di uscita: 14 novembre 2008
Sito ufficiale
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Bianco e nero, verità e falsità, abnegazione e speranza, guadagno e perdita. Non esistono sfumature nel granitico cinema di Clint Eastwood. Gli enormi blocchi si scontrano come gargantueschi iceberg a largo del circolo polare, Scilla e Cariddi di costruzione neohollywoodiana, colonne invalicabili di uno stile puramente neo - classico che non si piega alle zone grigie, alle ambiguità della morale, alla contraddizione insita nell'essere umano stesso.
Un cinema per molti, l'abbecedario visivo della way of life per eccellenza, negli anni ‘30 come oggi, laddove l'oggi è la nave che affonda, Hollywood la - a tutti i costi - rassicurante voce del capitano che invita a mantenere la calma: va tutto bene. Né l'orbo capitano, né la inascoltata vedetta, Clint Eastwood è la talpa del cinema hollywoodiano, è ciò che si trova sotto la punta dell'iceberg, il pulsante dell'autodistruzione premuto dal dottor male di turno nel tentativo di far colare tutti a picco con lui. Dal lento sfregarsi dei blocchi di ghiaccio, la devastante discrepanza che rivela le imperfezioni, le crepe, le debolezze di un tale geometrico ed ermetico sistema. Le linee rette non sono più parallele, ma si urtano tra di loro frantumando l'assoluto, aprendo il sipario durante il cambio scena, rompendo l'incanto. La lotta per la verità senza se e senza ma rivela che alla fine sono tutti nemici, la maschera cala impercettibile per un momento facendo intravedere la vera faccia dell'impostore salvo poi risistemarsela: sarà stata una impressione.
Certo, tutto fila liscio, non potrebbe che essere così: non bombe atomiche contro la colonna ma innocenti gocce d'acqua, crepe, non voragini. Ma se la portata d'acqua rimane la stessa, lo stesso non può dirsi dell'intensità di caduta. Changeling è la quasi perfetta summa del cinema eastwoodiano, nonché straordinaria sintesi drammatico-tematica, riuscitissima crasi del double feature picture show sulla battaglia di Iwo Jima: Flags from Iwo Jima.
Marcia indietro, il gioco è meno scoperto, più sottile, la battaglia si combatte tra le righe e fuori dalle trincee: il risultato non è meno dirompente, solido, sconvolgente.
"Questo che dite essere mio figlio è meno alto di 7 centimetri!" "Sa bene che esperienze traumatiche come un rapimento possono causare gravi danni alla crescita". La bugia è così palese da provocare ilarità: ma è ilarità dal retrogusto amaro, gelido eco dello scontro mortale avvenuto in superficie, mentre in profondità le cose si confondono, perdono il loro carattere di blocco così nettamente distinto dall'altro blocco. Cos'è verità allora? È verità la notizia giornalistica, è verità la versione ufficiale che sacrifica la versione reale in nome di più alto obiettivo (In Flags la lotta al fronte interno per non perdere i finanziamenti e volontari e dare respiro al paese, qui la lotta contro la corruzione della polizia di L.A.)?
Marcia indietro, il gioco è meno scoperto, più sottile, la battaglia si combatte tra le righe e fuori dalle trincee: il risultato non è meno dirompente, solido, sconvolgente.
"Questo che dite essere mio figlio è meno alto di 7 centimetri!" "Sa bene che esperienze traumatiche come un rapimento possono causare gravi danni alla crescita". La bugia è così palese da provocare ilarità: ma è ilarità dal retrogusto amaro, gelido eco dello scontro mortale avvenuto in superficie, mentre in profondità le cose si confondono, perdono il loro carattere di blocco così nettamente distinto dall'altro blocco. Cos'è verità allora? È verità la notizia giornalistica, è verità la versione ufficiale che sacrifica la versione reale in nome di più alto obiettivo (In Flags la lotta al fronte interno per non perdere i finanziamenti e volontari e dare respiro al paese, qui la lotta contro la corruzione della polizia di L.A.)?
Il castello crolla inesorabile dall'interno di fronte all'assoluta abnegazione della signora Collins che altrettanto inesorabile avanza fino ad infrangere il muro della Speranza, il premio finale che l'ending hollywoodiano deve regalare nel post dramma come risarcimento del dramma stesso. La didascalia sconfessa, pur confermando, e l'inquadratura permane, perdura oltre il necessario: c'è qualcosa che non va, ma non era finito tutto bene? È questo horror vacui della vita che continua il risultato della battaglia ingaggiata da Eastwood a colpi di assoluti e universali che ha provocato decine di relativi e migliaia di particolari.
Mentre il bollettino recita: Vittoria!, sul campo si fatica a contare le vittime: e tutti (non) vissero felici e contenti.
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