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UN GIOCO DA RAGAZZE

di Matteo Rovere

Sceneggiatura: Teresa Ciabatti, Andrea Cotti, Sandrone Dazieri, Matteo Rovere, liberamente tratta dall'omonimo romanzo di Andrea Cotti
Fotografia: Arnaldo Catinari
Montaggio: Claudio Di Mauro
Musiche: Andrea Farri
Scenografia: Eugenia F. Di Napoli
Costumi: Monica Celeste
Interpreti: Chiara Chiti, Nadir Caselli, Desireé Noferini, Filippo Nigro, Stefano Santospago, Valeria Milillo, Franco Olivero, Valentina Carnelutti
Produzione: Maurizio Totti - Rai Cinema, Colorado Films
Distribuzione: 01 Distribution
Nazionalità ed anno: Italia, 2008
Durata: 95'
Data di uscita: 7 novembre 2008
Titolo originale: id.
Sito ufficiale  
Trailer     
Soundtrack

Note: 3. Festival Internazionale del Film di Roma - in concorso

UN GIOCO DA RAGAZZE
1 e mezzo

Sarà pressoché inevitabile, con l'avvento nelle sale delle albekiare e delle disinibite adolescenti di Un gioco da ragazze, evitare pretestuose polemiche e dibattiti di sana aria fritta sul malessere di una generazione tutta sesso, pasticche e trasgressioni assortite. Tanto più che la commissione di censura ha stampigliato un bel VM18 al primo lungometraggio di Matteo Rovere, tanto apprezzato per il suo cortometraggio Homo homini lupus. Salvo poi ricredersi e scendere a un divieto ai minori di quattordici.
Un tardivo rimedio a un provvedimento forse eccessivo (il film non ha certo il coraggio di mostrare o inquadrare atti estremi) che di fatto avrebbe tagliato le gambe al prodotto, visto che al cinema ci vanno prevalentemente i giovani e giovanissimi. Il che spiega le molte approssimazioni presenti in tanti prodotti nostrani: la soglia di tolleranza di un adolescente nei confronti del becero o dell'inverosimile è infatti considerata ben più alta di quella di una persona adulta. Chissà come avranno piacere, gli adolescenti, a vedersi raffigurati nel film di Rovere, ora che dal sociale alla Termini Imerese la moda si è spostata su temi di attualità quotidiana come il bullismo. Il tutto condito in salsa di "genere", eletto a nuova panacea per la crisi dei nostri titoli da cui solo cinepanettoni e cinepieraccioni sembrano esenti. Come dire, il noir o il giallo ci salveranno. 
Non è però il caso di Un gioco da ragazze, nonostante si giochino tutte le carte a disposizione per provocare, spiazzare, far pensare o discutere. Tentativi che ritardano il naufragio della pellicola, inizialmente previsto dopo cinque minuti dal fischio d'inizio, a mezz'ora dal termine dopo alti e bassi e varie nefandezze: magra consolazione.
Le nefandezze di cui sopra sono perpetrate da tre allegre adolescenti, ricche e classiste oltreché a corto di argomenti (non si va oltre Paris Hilton e Kate Moss), come a mascherare un vuoto esistenziale: la leader, Elena Chiantini (Chiara Chiti, esordiente insieme alle compagne Nadir Caselli e Desirée Noferini) mostra affetto solo verso il peloso cane Titti, mentre se ne frega altamente di genitori, fidanzate di altri, scuola e istituzioni. Il professorino di turno (un Filippo Nigro totalmente fuori parte), contraltare fin troppo didascalico del "chi si accontenta gode" (appartamentino sfigato, compagna racchiotta pseudoscrittrice, ecc.) ci casca con tutte le scarpe, prendendo a cuore le sorti delle tre e subendo fatalmente la trama ordita da Elena.
Che i conti non tornino è percepibile dalla perplessità con cui il film è stato accolto al Festival di Roma: Rovere sembrerebbe non prendere posizione ma lo fa eccome, complice una sceneggiatura (di Teresa Ciabatti, non nuova a operazioni pseudoanaloghe tipo Ho voglia di te e 3msc, Sandrone Dazieri, Rovere e l'autore del romanzo Andrea Cotti) che banalizza tutto spiegando e illustrando oltre il consentito, anziché mostrare e lasciare liberi gli spettatori di interpretare come forse era più opportuno. Qui gli indici puntati sono contro i genitori, il benessere e la noia della provincia: capirai che novità. L'immoralità di cui la pellicola vorrebbe essere impregnata gira a senso unico, anziché aleggiare diffusa e contaminare tutti i personaggi: su tutti il personaggio del professore, che mantiene tutto il tempo le distanze e poi cede di colpo alla tentazione della (giovane) carne: non abbiamo mai visto prima un suo cedimento nei confronti di Elena, nemmeno tra le quattro mura di casa, certo di non essere visto. La sua insoddisfazione è giustificata, in campo e fuori campo, da una scena di litigio non troppo chiaro con la sua partner e da un accenno a precedenti (non meglio chiariti) problemi avuti in un'altra scuola che avrebbero donato acume in zucca anche a gente molto più dura di cervice. Un po' poco.  
Un gioco da ragazze si lascia guardare per la freschezza delle giovani interpreti, il gusto vagamente voyeuristico di alcune trovate (ben riuscite la scena della discoteca e la punizione nella doccia, ma non aspettatevi  chissà che perversioni) fino a una mezz'ora finale in cui il ricorso al genere per dare una svolta narrativa, unita a disperati tentativi di interpretazione sociologica, fa precipitare il tutto nel familiare quanto tristo territorio dell'Assurdo Cosmico.
Per i coloristi che infieriranno sui nostri sistemi nervosi con chiacchiere sul malessere giovanile, su dove stiamo andando e sull'immoralità dei ragazzi di oggi, vorremmo avere più spazio per raccontare senza tediarvi di come Andrea Pazienza descriveva con il suo Zanardi  un trio di amici che rubava, si drogava (eroina, non pasticche), crocifiggeva i gatti dei docenti e ricattava a sfondo sessuale e non. Erano i primi anni '80, le nostre case (non tutte) erano più piccole, l'omologazione sociale non era arrivata ancora a questi livelli. Eppure il Male c'era, c'è sempre stato. Non ha età, classe sociale o giustificazione di sorta. Esiste, senza appigli. E Rovere, che ai fumetti di Pazienza sembra attingere alquanto in un film che ripropone in panni femminili e con minime varianti il trio Zanardi-Colasanti-Petrilli, non sembra aver colto quest'ultima, fondamentale sfumatura.

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