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EXTRA(ORDINAIRE): L'ALTRO CINEMA DEL FESTIVAL DI ROMA

Non solo grandi nomi e incontri d'autore: L'altro cinema - Extra è una miniera di pellicole di ottima qualità, tra lo sperimentale e l'indipendente. Mentre Alice nella città ospita una delle più importanti iniziative del festival: l'omaggio all'animazione italiana, tutta da (ri)scoprire

EXTRA(ORDINAIRE): L'ALTRO CINEMA DEL FESTIVAL DI ROMA
Sbagliando si impara. E alla terza edizione del Festival di Roma, qualcosa è cambiato; l’asticella si alza e la qualità media dei film si attesta sul medio alto, un po’ ovunque. Se la sezione concorso abbassa di molto il livello medio delle anteprime che non hanno più un canale a parte, ma che concorrono tutte insieme con quello che era la sezione cinema (‘06, ‘07, ’08 ecc) per ovvie ragioni di evidente disparità (Un The Departed, ad esempio, della vecchia sezione Premiere si sarebbe mangiato in un sol boccone qualsiasi altro film in concorso), causata perlopiù dal fatto che i titoli buoni vengono spartiti più o meno equamente tra i membri dell’asse festivaliero Cannes-Venezia-Berlino costringendo Roma a fare i salti mortali per trovare dei titoli decenti (se poi la Detassis si intigna sui temi finto-femministi del tipo: “la donna che domina l’uomo” allora stiamo messi bene).
Ma la tra le sezioni di questa edizione ce ne è una che merita la palma del vero salto di qualità rispetto agli scorsi anni, ed è la sezione "L’altro cinema – Extra" che trova finalmente una solida identità che la accosta alle analoghe sezioni dei festival europei più qualificati, come la sezione Forum di Berlino. Mario Sesti conduce un lavoro cinefilo, accurato, attento allo sperimentale e all’autoriale, portando a Roma non solo tre (più due) grandi nomi (Greenaway, Assayas e Vinterberg e i loro rispettivi film e David Cronenberg e Michael Cimino per quanto riguarda gli incontri puri), ma dedicandosi anche alle produzioni più di nicchia e più innovative senza dimenticare il cinema indipendente nostrano, portando a casa un parco macchine variegato e dalla qualità generale medio alta.
Si prenda per esempio $ 9.99 di Tatia Rosenthal, piccolo goiellino tutto in stop motion dai tratti sur-reali e favolistica che tratta i temi della vita e della morte, dell’amore e della solitudine con delicatezza e sentimento, ma senza risparmiare il gusto dell’amaro, che si protrae sotterraneo per tutto il film, raggiungendo anche le vette dell’inquietante.
Altrettanto interessante CalArts, che raccoglie i diplomi dell’anno accademico 2007/2008 del California Institute of Art per la sezione animazione sperimentale. I diplomi presentati si alternano nelle più svariate tecniche, dalla stop motion allo storyboard animato, dallo scratching (la pellicola graffiata) al 3D. Alcuni sanno di già visto mentre altri si impongono per la loro immediatezza espressiva nonostante la loro ricerca sperimentale sia solo agli inizi.
Baghead, dei fratelli Duplass, piccolo film indipendente americano, è un bassissimo budget ben confezionato, ennesimo esempio della nuova grammatica digitale democratica di cui abbiamo avuto diversi esempi alla Berlinale di questo anno. Ben scritto e recitato (il personaggio di Chad rimarrà per sempre nei nostri cuori) il film non è nient’altro che l’apoteosi e l’allegoria del “facciamo che…”, espressione che esprime una modalità di lavoro ultraprimitiva e di base, una fase attraverso cui tutti i filmmaker sono passati all’inizio della loro carriera: da questo punto di vista un film perfetto.
Non delude nemmeno un film come JCVD di Mabrouk El Mechri, che nonostante i varti totem innalzati a dio Tarantino durante il film ha una serie di buoni spunti di riflessione sulla condizione dell’attore (famoso), coinvolgendo un ottimo ed estremamente autoironico Jean Claude Van Damme, finalmente utilizzato come si deve in un film. Di rilievo il bel piano sequenza metacinematografico iniziale, ben costruito e ben concluso (con la porta che cade rivelando il set e costringendo il povero Van Damme a rifare tutto da capo – e vi assicuriamo che era lungo, il pianosquenza), nonostante la fotografia da cantina tutta virata sul blu e il giallo, che unito  all’effetto pixel della camera digitale, crea un cocktail di rara bruttezza fotografica.
Deludente, e contenutisticamente offensivo è l’horror francese Martyrs, di Pascal Laugier, una cattedratica condanna (e conseguente banalizzazione) del concetto di martirio degno di un Savonarola ateo con tanto di suggello etimologico fuorviante (martire, dal greco: testimone) ad un messaggio di fondo già di per se fastidioso. Peccato perché il film non è realizzato male, e anche se si limita ai soliti trucchetti del mestiere (suoni improvvisi, sequenze nel buio con inquadrature “a scoprire”) almeno nei primi tre quarti d’ora è un ottimo mediometraggio horror (purtroppo il regista ha deciso di continuare fino al lungometraggio). Il film tuttavia ha già i suoi seguaci  (chi vi scrive è tra i pochi della barricata opposta e contraria) e il bagno di sangue e di torture ha già conquistato i “veri” amanti del genere che gridano al capolavoro. E invece al massimo riesce solo a rovinarti la nottata, scadendo tra l’altro, in una vera e propria pornografia della violenza assolutamente superflua e inutile, se è vero che l’horror è la pancia della storia, il veicolo prediletto delle paure e degli incubi della società, mentre qui oltre il sangue a palate (con tanto di scuoiatura totale) non si va.
Ultimo ma non ultimo, il documentario El ùltimo truco: Emilio Ruiz del Rio, dedicato ad uno dei più grandi effettisti della storia del cinema insieme al padre e mago della stop motion Ray Harryhausen, ovvero Emilio Ruiz curatore degli effetti di Dune di Lynch, Il Labrinto del fauno di Del Toro, Quel maledetto treno blindato di Castellari. Il film, nonostante tocchi punti molto interessanti (il cinema come inganno, la dialettica finto reale), finisce per lasciarli di sfondo ripetendosi nel concetto. Nonostante ciò il film scorre e anche grazie al soggetto, l’uomo Emilio Ruiz e ai suoi splendidi lavori. Interessanti, invece, alcune soluzioni formali (come usare al ripresa del montatore che monta il film come raccordo tra due scene, o l’effetto stroboscopio applicato alle vecchie foto,u ulteriore trucco nel trucco).
Infine qualche parola su una delle più lodevoli e interessanti iniziative del festival: l’Omaggio all’animazione italiana (Alice nella città), che ha raccolto diversi corti, pubblicità, caroselli dei più grandi animatori italiani, tutti cresciuti grazie a quella grande fabbrica e fucina di innovazione sperimentale che è stato Carosello. Una stagione ricchissima che ha portato alla ribalta autori come Bruno Bozzetto, Toni e Nino Pagot (i creatori di Calimero), Giannini e Luzzati il cui apporto fu talmente innovativo che a rivederlo oggi a distanza di anni sembra di essere tornati indietro, tanto la loro animazione era ardita e sperimentale, visionaria e satirica, irriverente e originale.
Una iniziativa davvero importante che forse avrebbe meritato maggiore pubblicità e attenzione: ma è già un passo avanti per valorizzare quel immenso patrimonio dimenticato che è stata l’animazione italiana e dalla cui riscoperta, valorizzazione e conservazione, si dovrebbe ripartire in una ottica di innovazione e sperimentazione, con l’obiettivo di replicare quella stagione meravigliosa di (vero) genio italiano.

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