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STRAPPANDO LA TELA DEL CINEMA: EL ARTISTA

In concorso l'esordio degli argentini Cohn e Duprat, El artista, una storia sentita tra universale e particolare che si impone per l'impatto visivo e per la cura certosina dell'immagine.

STRAPPANDO LA TELA DEL CINEMA: EL ARTISTA
Cosa il vecchio Romano dipingesse, in quei close-up ravvicinatissimi, tanto da poter percepire la forza dei gesti e dei tratti di penna e pennarello, non lo sapremo mai. Cohn e Duprat non ce lo fanno mai vedere, ce lo mettono - anzi ci mettono - continuamente in soggettiva, ora del muro, ora delle cornici dei quadri appesi in una mostra. Se per tutto il film i baroni della critica e del commercio d'arte non fanno che ripetere che "quel che conta è l'opera, non l'artista" il film ribalta l'enunciato puntando la cinepresa non dall'artista verso il quadro, ma viceversa.
Nei ritagli dei quadri si apre una finestra sul mondo umano dell'arte: di fronte vi passano spettatori, critici, mercanti d'arte, lo stesso artista. I due registi argentini costruiscono un film di soli quadri (inquadrature fisse e perlopiù frontali) che poi sfondano, a cui strappano la tela, per mettere in contatto spettatore e spettatore. Ci guardiamo a vicenda, ci commentiamo a vicenda. In questo canale diretto si apre la discrepanza, il baratro del concetto di arte. Cos'è arte? Quello che porto in museo (Duchamp), o lo spettatore che lo guarda? O il gesto del pittore, il lavoro stesso, il momento della produzione in quanto tale?. I massimi sistemi si intrecciano con le vicende particolari dell'infermiere truffaldino alle prese con una vita non sua, rubata e tuttavia mai realmente speculata: il rapporto tra lui e l'anziano paziente artista di cui si prende cura è un rapporto di gesti e di silenzi, di tenerezza non detta e di fiducia reciproca. Il passaggio è a doppio senso: Jorge fa di Romano un artista, lo porta, in senso duchampiano al museo e fa dei suoi scarabocchi inconsci e tuttavia profondi, quadri ammirati in tutta l'argentina (riesce addirittura a fargli attraversare dei periodi artistici); viceversa anche Romano riesce, anche se indirettamente e "di fatto" a rendere Jorge un artista, costringendolo ad informarsi, leggere, disegnare lui stesso. El artista diventa gli artisti: la riflessione artistica si snoda nelle vite dei simbiotici personaggi (entrambi hanno bisogno dell'altro per vivere) abbracciando delicatamente la vita fino alla struggente, nella sua estrema semplicità, morte di Romano. I due argentini firmano un film apparentemente freddo e distaccato, troppo costruito intorno ad una perfezione dell'immagine che sapeva di virtuosismo e vuoto contenitore; e invece si scorge poco oltre la superficie un calore appena percepibile, in quegli sguardi, nei gesti indaffarati di Romano che dipinge, nei piccoli intensi momenti tra lui e Jorge, che a lungo andare dopo la proiezione del film scaldano l'anima. Un esordio forse non sconvolgente, che non raggiunge chissà quali vette e quali intensità emotive: ma comunque un film forte e sentito che tratta con abilità e delicatezza temi davvero psicosi per un esordio (l'arte, l'anzianità, la malattia mentale) che apre la strada ai due autori per un brillante, speriamo, futuro.
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