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ROMA, COMMEDIE A CONFRONTO

Da una parte il minimalismo intimistico della comèdie di Agnès Jaoui, Parlez-moi de la pluie, dall'altra lo humour a raffica della commedia squisitamente british di Stephan Elliot tratta da Coward, Easy virtue

ROMA, COMMEDIE A CONFRONTO

Alla fine de "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni la pioggia purificatrice scende impetuosa, portando via la peste dalle strade, sciogliendo le tensioni i problemi. La pioggia è da sempre un tòpos dello scioglimento di tutte le tensioni narrative. Ma la pioggia segna anche i momenti difficili, gli imprevisti; infine la pioggia sancisce il momento della riflessione e dell'incontro. La pioggia è al centro de Parlez-moi de la pluie della regista francese Agnès Jaoui, protagonista (in)visibile di una vicenda di separazioni, litigi, amori, solitudini, sogni, equivoci che nella pioggia nascono e si risolvono.
La pioggia accompagna le situazione tanto nel loro pre-manifestarsi (le nuvole come segno di presagio degli imminenti problemi coniugali tra Florence e Stéphane) tanto nel loro manifestarsi (divenendone causa: costretti dalla pioggia a trovare riparo Karim e Aghate si affrontano e si affrontano direttamente) E ancora la pioggia torna scrosciante nel (bel) finale divenendo il contesto del rincontro, della risoluzione di tutti i problemi, le tensioni, le separazioni. Grazie ad una ottima scrittura, agile e scorrevole, la Jaoui costruisce un film in un tono di continuo crescendo cadenzato sull'acuirsi delle vicende, facendovi corrispondere una parallela escalation di situazioni pseudo-comiche che riprendono i tratti della migliore tradizione della comédie française senza mai concedersi alle consuete esagerazioni delle stesse, ma mantenendosi sempre al limite tra serio e faceto in un equilibrio perfetto, fino allo scioglimento finale dove il cambio di registro funziona per contrasto con il resto della pellicola, trovando al sua giusta intensità tecnico-emotiva. Parlez-moi del pluie è un film che cresce pian piano dopo la visione rivelando nodi più profondi (la politica, i rapporti interpersonali padre-figlio, marito-moglie, amico-amico/a, compagno-compagna) di quelli che il film lasciava intravedere. Non possiamo fare a meno, però, di paragonare il film ad un un illustre precedente, ovvero Cuori del maestro Alain Resnais, dove a confrontarlo con Parlez-moi de la pluie, per struttura narrativa, temi, gli intrecci circolari dei personaggi, la presenza di un effetto climatico-metaforico forte (la pioggia per la Jaoui, la neve per Resnais), l'alternato della scena finale, è impossibile non pensare, se non ad un remake non dichiarato, almeno ad una forte ispirazione. E tuttavia il film della Jaoui si impone per la freschezza espressiva tanto della regia minimalista quanto della bella sceneggiatura allo spettatore che, tornando a casa, sorpreso da qualche goccia fastidiosa, lascerà che la pioggia cada pulendo il mondo e rinnovando l'anima.

Dalle piovose campagne della Provenza alle (stranamente) assolate campagne inglesi di inizio secolo ventesimo. La spudoratezza di Easy virtue di Stephan Elliot, in concorso per Cinema 2008, si limita al titolo. La regia dell'australiano Elliot, per dimostrare di meritare l'aggettivo di estroso affibbiatogli dal programma del festival, fa poco e niente, limitandosi ad un inizio pseudo-metacinematografico e a qualche virtuosismo registico che lascia il tempo che trova in un film che per i suoi restanti 80 minuti su poco più di 90 si attesta su un registro stilistico più che classico. Per il resto Easy virtue non è che la stra-classica commedia squisitamente british che gli inglesi ci propinano da un secolo e rotti. Il film si guadagna, dunque, d'ufficio, i seguenti aggettivi: frizzante, umoristico, lieve, delicato; e i seguenti enunciati: ben recitato, ben girato, ben fotografato, ben montato. Il resto vien da sé: i toni da commedia con battute fulminanti a raffica la fanno da padrone svelando anche le origini tutte teatrali del soggetto, mantenendosi sempre nei confini già sempre tracciati del genere senza mai sfondare qualsivoglia parete, teatrale o cinematografica che sia. Qualche lieve accenno di vera spudoratezza si intravede nella scena della caccia, commenta anacronisticamente dalla canzone "Sex bomb" di Tom Jones creando un effetto lievemente straniante e di rottura, ma il colpo non incrina nemmeno il vetro e tutto rimane nel canone stabilito. Esiste un precedente muto hitchcockiano di questo film che il produttore commenta così: "Ovviamente l'humor di Coward -l'autore della pièce- non poteva essere apprezzato nella versione muta, perciò Hitchcock ha dovuto enfatizzare l'aspetto drammatico insito del conflitto sociale tra il nuovo e il vecchio mondo nell'Inghilterra degli anni '20" Un buon motivo per recuperare il classico hitchcockiano e lasciar perdere Easy virtue, se non per una serata di distrazione (più che) totale.

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