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SOY CUBA

di Mikhail Kalatozov

Cast: Sergio Corrieri, José Gallardo, Raul Garcia, Luz Maria Collazo, Jean Bouise, Celia Rodriguez, Roberto Garcia York, Luisa Maria Jiménez, Mario Gonzalez Broche
Nazionalità e anno: URSS/Cuba, 1964
Distribuzione: Fandango Home Entertainment
Edizione: cubano
Sottotitoli: italiano
Audio: originale Dolby Digital 2.0
Schermo: 4/3 1:33
Durata: 136’
Extra: Sinossi. Cast tecnico e artistico. Biografia di Mikhail Kalatozov. Intervista a Martin Scorsese (sottotitoli italiani).
Note: Un titolo da possedere nella propria dvdteca. Non tanto per la qualità dell’edizione – comunque nella norma e impreziosita dall’intervista con Martin Scorsese (a cui si deve la “riscoperta” di questo meraviglioso film) – ma per la straordinaria potenza artistica di un simile capolavoro. Una pietra miliare della cinematografia mondiale.
Regione: 0
Sito ufficiale: www.fandango.it
Qualità artistica: Cult
Qualità immagine: Ottima
Qualità audio: Buona
Qualità extra: Sufficiente
SOY CUBA
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“Io sono… Cuba. Una volta, qui sbarcò Colombo. Egli scrisse nel suo diario:«E’ la terra più bella che l’occhio umano abbia mai visto». Grazie, signor Colombo. Quando lei mi vide per la prima volta io cantavo e ridevo. Salutai le vele con i miei pennacchi, credendo che mi avrebbero portato gioia. Io sono… Cuba. Le navi si portavano via il mio zucchero. E mi lasciavano… le lacrime. Lo zucchero è una strana cosa, signor Colombo. In esso c’è tanto pianto, eppure è dolce”.
Una voce di donna. La voce di Cuba. Il suono melodioso e dolente di un Paese, di un popolo che, grosso modo cinquant’anni fa (1953-1959), si apprestava a ribaltare i soprusi e le angherie della dittatura batista portando in auge i rivoluzionari castristi. Per celebrare il tutto, nel 1964, data irripetibile per la storia della cinematografia mondiale, venne realizzato il primo film in coproduzione sovietico/cubana. Già Palma d’Oro a Cannes (nel 1957) per Quando volano le cicogne, il russo Mikhail Kalatozov diede vita – con l’incredibile apporto del fidato direttore della fotografia Sergei Urusevsky – ad una delle opere più suggestive che memoria cinematografica ricordi: Soy Cuba, affresco che fa dell’immensità la sua più spiccata caratteristica, quale manifesto palesemente propagandistico per mostrare e spiegare, in quattro episodi indipendenti ma correlati (il primo e il secondo incentrati sui mali da estirpare, gli altri due sulla mobilitazione e la presa delle armi), scanditi dalla voce di cui sopra, “la necessaria” rivoluzione che portò Cuba ad affrancarsi dal regime dittatoriale di Batista. Ripudiato al tempo dagli stessi cubani perché troppo “enfatico” e “poco veritiero nella rappresentazione dei loro usi e costumi”, mal accolto dai sovietici che in quel periodo si preoccupavano di non far crollare i delicatissimi rapporti con gli USA e mai arrivato in altre parti del mondo, Soy Cuba fu immediatamente dimenticato e relegato nell’angolo dell’inesistenza. Fino a quando (una decina d’anni fa), grazie a Martin Scorsese e Francis Ford Coppola, non venne “riscoperto” e giustamente riproposto al mondo: visione che surclasserà qualsiasi evidenza e volontà propagandistica, che non potrà rimanere esente dal riconoscere l’innegabile bellezza veicolata. E’ nell’estetica formale, in un paio di pianisequenza da lasciar inebetiti (quello sul corteo funebre è magia pura), che l’emozione potrà trovare il più comodo dei nascondigli, rifuggendo qualsivoglia – oseremmo dire inutile – ripensamento: “Sono Cuba. Gli uomini alla nascita hanno due strade. Quella del giogo che obbliga e soggioga e quella della stella che illumina e uccide. Sceglierai la stella. Duro sarà il cammino e lo segneremo con il sangue. Ma quando un uomo cade per una causa giusta, mille altri si fanno avanti al suo posto. E se poi non rimarranno più uomini, anche le pietre si alzeranno”. Soy Cuba
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