Menu principale

Login utente

Commenti recenti

Argomenti del forum attivi

Scambia informazioni

Syndicate content

BRICK (la roba)

di Rian Johnson

Sceneggiatura: Rian Johnson

Fotografia: Steve Yedin
Montaggio: Rian Johnson (non accreditato)

Musica: Nathan Johnson con Cinematic Undeground

Interpreti: Joseph Gordon-Levitt, Lukas Haas, Nora Zehetner, Matt O’ Leary, Emilie de Ravin

Produzione: Ram Bergman, Mark G. Mathis.
Distribuzione: Eagle Pictures

Formato: 35mm, col.

Nazionalità ed anno: Usa, 2005

Durata: 109’

BRICK (la roba)
1
Siamo in un campus universitario della California. Un giorno lo studente Brendan riceve una telefonata allarmante da parte della sua ex, che poco dopo viene ritrovata assassinata. Il ragazzo decide di indagare per conto suo. Durante la sua ricerca della verità si imbatte in un mondo underground fatto di droghe e passioni, e per riuscire nel suo intento dovrà calarsi interamente in quell’universo.
Brendan si muove tra Marlowe, Hammett e Sam Spade, in una sorta di hard boiled anni ’40, e si deve confrontare con personaggi ambigui e pronti ad tipo di nefandezza, con i quali il giovane Brendan alla lunga si confronta bene avendo pure lui un passato non propriamente limpido (era stato spacciatore di ogni tipo di droga), il tutto sullo sfondo dell’high school americane, non propriamente immacolate e neppure terrorifiche come da tradizione cinematografica di genere, ma anche molto dirty, dove il sudiciume si nasconde in ogni anfratto.
Un film che parte da interessanti presupposti (legare l’hard boiled al cinema giovanilistico universitario americano) ma che poco alla volta si contorce su stesso (troppi intrighi e personaggi che diventano figurine) per la mera volontà del regista di mettere troppa carne al fuoco (alla fine si avverte la sensazione che non sa bene che strada prendere: se quella disperata o quella investigativa), per la quale alla fine diventa tutto un gran pasticcio privo di nerbo e interesse che scema con il passare dei minuti (cinematografici). Peccato perché l’idea non era male ma i risultati sono quelli di un big boiled e non di un hard boiled, barocco e manierista al tempo stesso senza essere voluto, e dove il giovane “investigatore” non è né Marlowe, né Hammett e tantomeno Sam Spade, ma una fiacca Jessica Fletcher…

In un campus universitario della California del Sud, Brendan, studente solitario, riceve una telefonata allarmante dalla sua ex fidanzata, che poco dopo trova assassinata all’imbocco di una galleria. Dai pochi e misteriosi indizi, l’indagine si sviluppa nell’ampio territorio del campus fra i vari personaggi che potrebbero essere coinvolti nella vicenda: lo studente/spacciatore carismatico ed enigmatico, accompagnato dalle sue guardie del corpo, la ragazza ricca e sensuale, il duro, la femme fatale. Brendan si sforzerà, come il più tenace dei detective hard boiled, a ricostruire le fila dell’enigma. Siamo dichiaratamente in pieno Falcone maltese e in tutta la letteratura di genere. Un testo filmico e una scrittura canonica, infatti, servono da base a una contaminazione inedita: il teenager film, associato di solito al genere sexy, demenziale oppure horror, è qui applicato all’hard boiled. In questo esordio particolarmente attraente si entra nell’atmosfera solitaria e cupa della detective story, dove i personaggi e i cliché sono rispettati fino in fondo, compreso l’intreccio narrativo che, risolto in poche battute finali, sarà ritmato da un percorso sempre più buio che qui rappresenta il buco nero di una crisi profonda, l’iniziazione alla vita adulta, la realtà guardata bene in faccia per la prima volta (non a caso il protagonista porta occhiali non pleonastici). Applicare Dashiell Hammett e Raymond Chandler all’ambiente universitario (siamo a San Clemente, California) produce due effetti di straniamento paralleli. Il primo è legato alla giovane età del protagonista, che si trova proprio per questo ad affrontare traumi e problematiche anche più violente di un poliziesco e altrettanto poco risolvibili: in un percorso generazionale in cui non mancano i cadaveri, magari solo simbolici ma non meno drammatici (amori finiti, scontri frontali, illusioni svanite). Il secondo elemento provoca una rilettura più attuale di quella letteratura classica, che ci appare oggi in qualche modo adolescenziale e piuttosto inconsapevole del futuro. È un esordio dal fascino ipnotico, dai tratti inediti nonostante la materia di partenza, arricchita da non banali frammenti di cinema contemporaneo, con una interpretazione perfetta, a cominciare da Joseph Gordon-Levitt (appena visto nelle sale in Mysterious Skin di Gregg Araki).

Rian Johnson vive e lavora a Los Angeles. Nel 1996 ha realizzato un cortometraggio, Evil Demon Golfball from Hell!!!.

SIC
accedi o registrati per inviare commenti