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BLACK SHEEP - PECORE ASSASSINE

di Jonathan King

Soggetto e sceneggiatura: Jonathan King
Fotografia: Richard Bluck
Musiche: Victoria Kelly
Montaggio: Chris Plummer
Interpreti: Peter Feeney, Nathan Meister, Danielle Mason, Matthew Chamberlain, Tammy Davis, Oliver Driver, Glenis Levestam, Jono Manks, Kevin McTurk
Produzione: Live Stock Films, New Zealand Film Commission
Distribuzione: Mediafilm
Nazionalità ed anno: Nuova Zelanda, 2007
Durata: 87'
Data di uscita: 19 settembre 2008
Titolo originale: Black Sheep
Sito ufficiale

BLACK SHEEP - PECORE ASSASSINE
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Emula involontaria dell'inenarrabile Demetra Hampton di Chicken Park, nella fattoria neozelandese degli Odlfield c'è una scienziata impegnata a mescolare campioni di Dna allo scopo di produrre la pecora perfetta. La mamma di Frankendolly lavora al soldo del losco Angus Oldfield, esponente primogenito della terza generazione di una famiglia di allevatori, fermamente deciso a trasformare carne, lana e feci ovine in una miniera d'oro. La situazione gli sfugge di mano per colpa di due improbabili attivisti per i diritti degli animali e per l'intromissione del fratello minore ovinofobo.
Non è una parodia demenziale, non è un horror ambientalista: dalla terra di Peter Jackson arriva uno splatter delirante che rischia di fare più vegani del buon vecchio Super Size Me di Morgan Spurlock. Non che il messaggio "mangia la carne prima che la carne mangi te" sia da prendersi più di tanto sul serio, piuttosto dopo un'ora e mezzo di batuffoli belanti che grufolano tra intestini umani uno sente la necessità di convertirsi alla ratatouille, per sempre. Le pecore ne fanno davvero di tutti i colori, e amano le citazioni: si appostano in branco come lo stormo di uccelli di Bodega Bay, assediano una casa di notte in puro stile Romero, sono veicolo di un'infezione che genera muscolosissime pecore mannare americane non a Londra, ma quasi, o ancheggiano provocanti, che tanto già una volta c'era cascato Gene Wilder. Nel bel mezzo di 50.000 pecore assetate di sangue, guidate dalla superpecora mutante e dal suo fidanzato umano, c'è un povero cristo traumatizzato che grida "Cos'è l'ovinofobia? La paura del tutto irrazionale e infondata che questo un giorno potesse succedere!". Dunque, lui almeno se l'aspettava: noi no, e via via che prosegue la mattanza cominciamo a meditare una class action contro la casa di produzione. C'è l'ambientalista svampita che accusa il suo ex-fidanzato vegetariano (ora pecora carnivora alta quanto Dino Meneghin) di aver mangiato coniglio. C'è la vecchia tata che, abituata com'è a cucinare montoni, non si scompone quasi quando i montoni cominciano a cucinare cristiani. C'è il pastore col piede ovino e il novello Ulisse di turno, che si mimetizza in mezzo al gregge grazie ai tappetini in pelo di pecora della macchina. C'è la pecora sexy e la pecora colpevole di sexual harassment, nonché una notevole quantità di flatulenze ricche di azoto, che avranno una funzione risolutiva.
In pratica, o si è cultori del genere, o si rischia di sviluppare una psicosi che avrà conseguenze devastanti il giorno di Pasqua. E anche per gli orfani di Braindead ci sono significative controindicazioni: difatti, l'intelligenza comica che scivola verso la demenza causa seri danni a se stessa, e non riesce a far di più che azzeccare qualche battuta. L'umorismo fricchettone basta per un paio di scene, le allusioni sessuali sono pietose e il lieto fine segna la normalizzazione della parodia. Del resto, con una trama così, ci sono poche alternative: o si ha il coraggio dell'anarchia totale e totalmente disturbante, o si produce un ibrido che di senso ne ha poco. Troppo sangue, poche risate e decisamente, decisamente troppe pecore.

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