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GOODBYE, INFINITE DAVID

Addio allo scrittore americano David Foster Wallace, suicidatosi a 46 anni il 12 settembre scorso

GOODBYE, INFINITE DAVID

La notizia della morte dello scrittore americano David Foster Wallace è arrivata in Italia sabato 13 settembre, poche ore dopo che la moglie Karen Green era tornata a casa e lo aveva trovato impiccato. Lo sconcerto è stato tale che ancora nella serata di sabato, molto dopo che la polizia aveva comunicato ufficialmente il decesso, sulla rete si moltiplicavano i commenti increduli di chi avrebbe preferito pensare a uno scherzo di pessimo gusto.
Più tardi sono arrivate le dichiarazioni del padre, che ha raccontato di una depressione che durava da vent'anni, di una medicalizzazione interrotta l'anno scorso e mai più resuscitata con successo. Dopo mesi e mesi di tentativi falliti per trovare nuovamente una terapia efficace, e dopo il ricorso alla terapia elettroconvulsiva, Wallace non ce l'ha fatta, e si è tolto la vita a 46 anni.
Per chi non lo conoscesse (ma speriamo siano in pochi), David Foster Wallace è (facciamo ancora fatica a dire "era") uno dei rappresentanti più illustri della narrativa contemporanea, esponente di una generazione di scrittori americani fra cui si annoverano anche Jonathan Franzen, Michael Chabon, Jonathan Lethem. La sua opera prima, La scopa del sistema, ci introdusse nel 1987 a una scrittura tumultuosa, in cui lo sperimentalismo linguistico si mescolava alla gioia pura del raccontare, in cui l'ironia e il gusto dell'apologo si incasellavano in strutture fluide e iperstratificate, fatte per portare il lettore da una porta all'altra di un edificio di grande complessità. La definizione di "postmoderno" ha tentato di dare ragione del suo continuo riferimento alla cosiddetta pop culture, per un autore che nel corso della sua carriera ha affiancato disquisizioni sulla logica, saggi sul cinema, romanzi-fiume e articoli sul tennis, oltre all'ossessione tutta statunitense per la chimica dell'umore, inevitabile in un paese dove la logica dell'efficienza e l'organicismo imperante hanno dato materia inesauribile alla riflessione letteraria (si pensi a Rumore bianco di Don DeLillo e al più recente Le correzioni di Franzen). Dalla prima, folgorante descrizione della bruttezza dei piedi di Mindy Metalman, ne La scopa del sistema, fino a Oblio, la sua ultima raccolta di racconti, dall'esilarante pamphlet Una cosa divertente che non farò mai più alla mole elefantiaca del suo capolavoro Infinite Jest, David Foster Wallace ha sparso a piene mani un talento raro e bellissimo, che siamo costretti adesso a salutare con dolore.

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