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LA TERRA DEGLI UOMINI ROSSI – BIRDWATCHERS

di Marco Bechis

Soggetto: Marco Bechis
Sceneggiatura: Marco Bechis, Luiz Bolognesi, con la collaborazione di Lara Fremder
Fotografia: Hélcio Alemão Nagamine
Montaggio: Jacopo Quadri
Musiche: Domenico Zipoli (1688 - 1726)
Scenografia: Clovis Bueno, Caterina Giargia
Costumi: Caterina Giargia, Valeria Stefani
Interpreti: Abrìsio Da Silva Pedro, Claudio Santamaria, Alicélia Batista Cabreira, Chiara Caselli, Ademilson Concianza Verga, Ambrosio Vilhalva, Matheus Nachtergaele, Nelson Concianza
Produzione: Classic, in collaborazione con Rai Cinema e con Karta Film - Gullane - Amedeo Pagani, Marco Bechis, Fabiano e Caio Gullane
Distribuzione italiana: 01 Distribution
Nazionalità ed anno: Italia/Brasile, 2008
Durata: 108'
Data di uscita: 3 settembre 2008
Titolo originale: Birdwatchers
Sito ufficiale

LA TERRA DEGLI UOMINI ROSSI – BIRDWATCHERS
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Tra i quattro film italiani che sono passati in concorso alla 65. Mostra del Cinema di Venezia, Birdwatchers ha senz'altro qualcosa da dire. E, sebbene un po' confusamente, almeno è l'unico dei tre a cimentarsi nell'intento. È il cileno Marco Bechis a firmare, scrivere e dirigere un ibrido a metà tra il documentario e la fiction, affrontando in prima persona l'annoso "problema dell'altro" mutuato da Todorov: chi ha diritto al quieto vivere e ad un'esistenza dignitosa, i fazendeiros o gli indios? Una pacifica convivenza è possibile? Confrontandosi per impulso col panorama impoverito e desolante dell'attuale Mato Grosso, che da nominale "foresta fitta" e vitale s'è trasformato in un notevolmente ridotto pugno d'alberi abitato da qualche decina di macachi e null'altro, il regista ha ritenuto di poterne dipingere un ritratto fedele individuando alcuni snodi narrativi coi quali costruire una vicenda cinematograficamente valida: la scelta, radicale e indubbiamente coraggiosa, è stata quella di selezionare autentici indigeni per interpretare i loro doppi filmici. Nonostante la presenza di attori professionisti in ruoli del tutto marginali, infatti (segnaliamo un curioso Claudio Santamaria di poche parole e ancor minore autostima nascosto sotto il cappellaccio stinto e l'accento insolito di un uomo di fiducia del proprietario della fazenda), i veri protagonisti del film sono i Guarani-Kaiowà.
In seguito all'ennesimo suicidio che decima le fila dei loro ragazzi più giovani, gruppi di indigeni in jeans e maglietta lasciano la riserva che per legge spetta loro e si stabiliscono sul territorio della fazenda che saltuariamente li foraggia in cambio di folkloristiche comparsate a beneficio dei turisti allocchi. La permanenza è difficile, se non impossibile, e il rapporto tra i due mondi - quello dorato e indolente dei padroni e quello polveroso e spirituale degli indios - verrà a collidere per vie non così improbabili. Due adolescenti incompatibili ma innamorati a bordo di una motocicletta rossa fanno tenerezza a qualunque latitudine (soprattutto se distanti dai lucchetti di Ponte Milvio), metafore di ben altro incontro/scontro culturale fondato sulla contaminante seduzione e sul possesso, ma lo scontro sarà comunque inevitabile e aspro. Quali le pecche dunque, in un lavoro dalle buone premesse? Non tutto ciò che sulla carta funziona regge la prova su strada, si sa. Qui il mancato approfondimento di alcune dinamiche tra i personaggi, l'ingenuità dello sguardo sui nativi e qualche imprevedibile buco nella sceneggiatura - che fine ha fatto Santamaria, dopo il raid degli indios? La domanda ci attanaglia, e non è la sola - lasciano l'amaro in bocca agli estimatori dei precedenti lavori di Bechis e in generale a chi da quegli italiani alla Mostra avrebbe preteso qualcosina in più. Un film, comunque, nel suo complesso, di buon livello.

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