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NÉ LUCI NÉ COLORI: È L’AMERICA VISTA DA AMIR NADERI
Il regista iraniano, da vent'anni negli Stati Uniti, racconta un inferno di soldi e dipendenze
"Il vero cinema indipendente americano è questo". Non c'è bisogno di giri di parole per presentare Vegas: Based on a True Story, l'ultimo film di Amir Naderi, prolifico regista iraniano che vive e lavora negli States dalla fine degli anni ottanta, per la prima volta in Concorso alla Mostra del Cinema. Girato in video e con un budget estremamente ridotto, il film può vantare un avventuroso percorso produttivo, come ci racconta lo stesso Naderi.
L'idea di girare un film ambientato a (Las) Vegas, a Naderi ronzava in testa da un bel po', ma lo scoglio insormontabile, come purtroppo accade spesso, risiedeva nella mancanza di soldi. Per due anni il regista ha bussato a molte porte, "ho provato a trovare finanziatori anche in Italia", sottolinea, ma nessuno sembrava disposto ad aiutarlo; anche perché, e non è un segreto per nessuno (ed è lui stesso a dirlo) i suoi film non sono mai incappati nel grande successo di pubblico. Caparbio come non mai, Naderi va a vivere a Vegas: sei mesi in un motel, che gli servono anche per conoscere meglio la realtà locale. "Nel periodo in cui ci ho vissuto, la città è cambiata molto. Vegas non è soltanto luci e colori, è anche la gente che vive e lavora lì, che era poi quello che mi interessava di più. Ho iniziato a giocare per sopravvivere, e ho fatto amicizia con alcuni gioco-dipendenti, che sono poi i veri finanziatori del film. Ogni sera" prosegue il regista "andavamo a giocare: se andava bene, il giorno dopo si poteva girare, altrimenti dicevo alla troupe [all'oscuro di tutto, n.d.r.] che il tempo non era buono e si andava tutti a casa...". Eppure la fiducia non è mai venuta a mancare:"Eravamo nel bel mezzo del deserto, e dicevo che avrei portato il film a Venezia. Ho promesso che se riuscirò a guadagnare qualcosa, restituirò tutto il denaro che mi è stato prestato: finora nessuno ha voluto indietro nulla".
Per Vegas: Based on a True Story, Naderi ha dovuto modificare il suo consueto approccio - marcatamente sperimentale - per adottarne uno più narrativo:"Il solito metodo di lavoro non funzionava. Con i dialoghi ho lasciato molto spazio all'improvvisazione, ma molte scene sono state girate anche trenta volte, e le prove sono durate a lungo". Inoltre, ha praticamente vissuto insieme agli attori per tre mesi interi:"Ho abbandonato la mia vita personale per vivere nella casa del film, l'ho arredata e pulita, mi sono presa cura del giardino. Dopo qualche settimana parlavo con i fiori..." spiega Nancy La Scala, l'attrice che interpreta il ruolo di Tracy, che spera di poter lavorare ancora con Naderi, pur non nascondendo la fatica e le difficoltà di quei tre lunghissimi mesi. A fargli eco è Mark Greenfield, suo marito nel film:"È stato tutto bello e terribile, un'esperienza preziosa. Amir prende tutto molto sul serio, sul set non tollera perdite di tempo e sa farsi odiare. Nancy una volta stava per tirargli una sedia...".
Per il ruolo del figlio, Naderi ha scelto Zach Thomas dopo aver visionato moltissimi ragazzi; la parte del bambino/ragazzo è sempre la più rilevante in tutti i suoi film, ed è lo stesso regista a spiegare il perché:"Il giovane, nei miei film, rappresenta la speranza nel futuro. Amo l'inferno, ho portato tutti i personaggi in un incubo, ma la speranza deve permanere. Con questo film ho voluto raccontare la realtà americana, lontana mille miglia dalle bugie di Hollywood".


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