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KITANO: UNA VITA PER L’ARTE (PER METTERLA DA PARTE)
Il regista giapponese presenta al Lido il nuovo film Akiresu to Kame, ritorno alle atmosfere "classiche" che lo hanno reso celebre
Kitano Takeshi a Venezia è di casa. Dopo il leone d'Oro di Hana-Bi, specialmente. È lui il primo ad ammetterlo: "Ormai fa parte dei miei programmi, una volta terminato il film. Ma sono i selezionatori a scegliermi, io non pago nessuno". Passano gli anni, il personaggio non cambia. Come la verve e le battute di repertorio, compresa la sana autocritica sulla naiveté dei propri dipinti, che costellano la stragrande maggioranza delle inquadrature di Akiresu to kame (Achilles and the Tortoise), sua ultima regia in concorso al Lido.
Un film che conclude la trilogia di Kitano sul fallimento artistico, e lo fa ricorrendo ad atmosfere e temi che hanno fatto la sua fortuna, dopo le non poche perplessità suscitate dai precedenti quanto strabordanti Takeshis' e Kantoku Banzai! Il che potrebbe sensibilizzare la giuria capitanata da Wim Wenders (con Kitano, nella foto). "È un film serio, a differenza degli altri", continua scherzosamente Kitano, "almeno stando a quello che mi dicono tutti. Ho avuto un'altra opportunità di usare tutti i quadri che ho dipinto negli ultimi anni e di cui non sapevo più cosa fare. Che non siano belli è assodato, ma costano meno di un Picasso o di un Matisse, e quindi posso risparmiare sul budget."
Matisse sembra ritornare, sottoforma di assonanza, anche nel nome del protagonista Machisu... "Sì, pensavo fosse più facile per il pubblico giapponese pronunciarlo, rispetto a un Picasso".
Non c'è yakuza in questo nuovo film (la mafia giapponese sembra essere stata definitivamente accantonata), ma non per questo c'è meno violenza: le morti si susseguono lungo tutta l'esistenza di Machisu, un'esistenza illustrata in maniera del tutto lineare, senza i flashbacks e flashforwards che di Kitano erano diventati marchio di fabbrica. "Sì, questa volta sono andato dall'inizio alla fine perché mi interessava seguire l'arco di vita del protagonista, il che comporta il prendere atto di una concezione lineare del tempo. Una cosa solitamente non presente negli altri miei film, dove non tengo assolutamente conto del tempo naturale."
Imparare l'arte per metterla da parte? Sembrerebbe che il film obbedisca ciecamente a questo vecchio adagio. Di fatto, la lunga corsa di Machisu verso la realizzazione di se stesso (questo il vero senso del titolo Achille e la tartaruga) è costellata di tragici eventi, sofferenze non ripagate, dolore a se stesso e a chi gli sta attorno. "Mi interessava rappresentare l'arte come una forma di droga, di dipendenza che porta alla morte. Per contrasto ho utilizzato nella messa in scena una predominante di giallo, che è possibile trovare in molti dei quadri, nelle fiamme dell'incendio finale, nel becco delle galline dipinte da Machisu." Già, le galline, che tornano spesso e per cui Machisu sembra avere una certa passione, specie da piccolo. Come mai? "Per il giallo del becco, appunto. Infatti sarebbero andati bene anche dei pappagallini. Ma forse erano troppo piccoli...."

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