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SUT (MILK)

di Semih Kaplanoglu

Sceneggiatura: Semih Kaplanoglu, Orcun Koksal
Fotografia: Ozgur Eken
Montaggio: Semih Kaplanoglu, Emre Yacsan
Scenografia: Naz Erayda
Interpreti: Melih Selcuk, Basak Koklukaya, Riza Akin, Saadet Isil Aksoy
Produzione: Kaplan Film
Distribuzione internazionale:
Nazionalità ed anno: Turchia/Francia/Germania, 2008
Durata: 102'
Formato: 35mm, colore
Lingua: Turco

SUT (MILK)
1 e mezzo

Cinema della profondità. Di campo. Kaplanoglu, è lampante fin da subito, cerca di rinunciare ai primi piani. Tende ad abbandonarsi agli spazi ampi, laggiù nella lontananza, cercando un lento e impossibile avvicinamento. E quando usa i primi piani i volti sembrano perdere di senso ed identità. In quel frangente interviene un accenno di dialogo. Minimo, reale, inutile. Pornografico. Si preferisce il silenzio, lo si apprezza perfino. I personaggi intanto si spiano usando quegli spazi allargati, simmetricamente definiti. Usano oggetti per nascondersi, per celarsi alla vista.
Scelgono di spiarsi e non vedersi per osservarsi meglio, come hanno già fatto con le parole. Cercano di essere reali, ma l'immagine rivela la loro artificialità. Si avverte la ricerca di luci, il lavorio del posizionamento della macchina da presa. Perfino le impronte lasciate nel terreno sassoso sembrano seguire un percorso già tracciato. Gli eventi, invece, quelli no. Stentano ad accadere. Si percepiscono, cercano di farsi. E quando accadono provano a significare altro. L'accensione di una sigaretta, un sidecar rovesciato vorrebbero avere altri significati, trascinarsi sensi. Vorrebbero. Si aggiunga il tentativo di non essere ed annullarsi e il gioco è fatto. Un'estetica senza significati in cerca di significato in fondo chissà se significa qualcosa. Tanto che il film, malgrado il suo cercare di perdersi all'interno, in un moto centripeto che cerca l'annullamento di ogni fattore, forse anche di se stesso, alla fine paradossalmente diviene centrifugo. E il vero significato del film si accumula nella sua sequenza iniziale e finale, lasciando un vuoto al centro. Una donna appesa a testa in giù, sopra un liquido fumante (latte?), dalla cui bocca esce un serpente nero. Un uomo con il casco da operaio la cui luce accesa puntata sullo schermo rende impossibile la visione. Immagini completamente slegate dalla narrazione che paradossalmente ne contengono l'intero senso. E chissà se era il senso cercato. Cinema dell'essenza? No, cinema dell'assenza. O, forse, assenza di cinema.

Yusuf, diplomato recentemente al liceo, è insicuro per quel che riguarda il suo futuro nella campagana di provincia. Scrivere poesie è la sua più grande passione ed alcune sono state pubblicate nei giornali letterari più conosciuti. Ma per adesso continua a lavorare nel villaggio di sua madre nel commercio del latte, quindi un lavoro che ha un futuro incerto.

Semih Kaplanoglu è nato nel 1963 a Izmir, in Turchia. Laureatosi alla facoltà di cinema della Dokuz Eylul University nel 1984 si è poi trasferito ad Istanbul dove ha collaborato per anni come copywriter per importanti compagnie come la Saatchi & Saatchi. Ha poi lavorato come assistente cameraman per alcuni documentari e ha scritto la serie televisiva Senhaz Tango, da lui anche diretta. Il suo esordio alla regia nel lungometraggio avviene nel 2001 con il film Herkes Kendi Evinde, che ha partecipato a numerosi festival internazionali. Con il successivo Meleğin Düşüşü (Fall of Angel) è stato premiato al Festival di Berlino cui segue nel 2007 Yumurta che ha vinto numerosi premi in festival internazionali. Oltre alla carriera da regista Kaplanoglu ha scritto numerosi articoli e saggi sulle arti plastiche e il cinema, ha tenuto una rubrica su un importante quotidiano turco ed ha fondato una sua casa di produzione, la Kaplan Film.

Filmografia:

1999 Senhaz Tango (TV)
2001 Herkes kendi evinde
2005 Melegin düsüsü
2007 Yumurta
2008 Sut

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