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DANGKOU (PLASTIC CITY)

di Yu Lik-wai

Sceneggiatura: Yu Lik-wai e Fernando Bonassi
Fotografia: Yiu-Fa Lai
Montaggio: Wenders Li
Musiche:
Scenografia: Cassio Amarante
Costumi: Cristina Camargo
Interpreti: Joe Odagiri, Anthony Wong, Huang Yi, Jeff Chen
Produzione: Xstream Pictures
Distribuzione internazionale: Fortissimo Films
Nazionalità ed anno: Brasile / Cina / Hong Kong/ Giappone 2008
Durata: 118'
Formato: 35mm, colore
Lingua: portoghese, mandarino, inglese

DANGKOU (PLASTIC CITY)
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Sbeffeggiato financo dalla composta stampa del Lido (già in attesa del weekend che sancirà l'ennesimo de profundis del cinema italiano), va riconosciuto che Plastic City non fa molto per evitare il pubblico ludibrio. Il film di Yu Lik Wai parte bene, un quarto d'ora di convincente immersione in una San Paolo abissale e multietnica, sapiente quanto studiata ibridazione dell'action-movie hongkonghese con l'estetizzante trucidume trendy post-Meirelles (vedi Tropa de Elite).
Ibrido che non sconcerta, e si lascia perfino ammirare in virtù di una regia compiaciuta ma dinamica. Almeno finché non giunge l'ora di arrivare al dunque. E cominciano i dolori, perché al dunque non ci si arriva mai. E dal dunque al tedio il passo è brevissimo. La struttura, solo in apparenza serrata e obbediente ai clichés del gangster movie come del noir, affoga inesorabile in un'autorialità da viaggio lisergico. Nel frattempo, viene sviscerato fin troppo pretestuosamente il rapporto tra il padre Yuda (Anthony Wong, mito di Hong Kong) e il figlio adottivo Kirin, contrabbandieri surclassati da un connubio mafia - politica che decreta la fine dei loro affari. Tra divagazioni, vertiginose ellissi e ovvi tributi alle favelas per una buona esportazione, in due ore succede davvero poco; e quando la vicenda sembra prendere una invocata svolta - la scelta da parte di Yuda di rinunciare a tutto e abbandonare Kirin nella sua sterile lotta per la supremazia - occorre davvero munirsi di potenti psicotropi attivi per comprendere il linguaggio del regista. Che destruttura completamente l'impianto narrativo già di suo traballante, abbandonandosi a una deriva esistenziale fatta di trip coloratissimi, duelli iperrealistici e catarsi  pseudo- oniriche nella giungla brasiliana.
L'intervento finale di una tigre bianca parlante (specie rara) demolisce le residue pazienze finali e fa sorgere il rimpianto di non aver deciso per se stessi una analoga deriva nei pressi di Chioggia, lontani a sufficienza da una Mostra che continua a lasciare dietro di sé degli interrogativi: passi per Schroeder, ma era il caso di proporre in concorso Plastic City? Per qualche italiano in gara che ringrazierà, molti altri difficilmente condivideranno.

Kirin è un giovane gangster che con il padre adottivo Yuda gestisce il mercato nero di un quartiere di San Paolo abitato in prevalenza da emigrati cinesi e giapponesi. Mentre Kirin inaugura il quinto centro commerciale di loro proprietà, a pochi isolati il coetaneo Tetsuo capeggia una protesta contro la mafia cinese. Quando i due s'incontrano, invece di scontrarsi danno il via ad un complesso rapporto fatto anche di amicizia.

Regista e produttore, Yu Lik-wai è nato nel 1966 ad Hong Kong. Ha studiato in Belgio, alla INSAS (Istituto Nazionale Superiore di Arti dello Spettacolo) dove si è laureato con una laurea in cinematografia nel 1994. Collabora stabilmente, come direttore della fotografia, con il regista cinese Jia Zhangke, con il quale ha fondato una casa di produzione indipendente, la Xstream Pictures.

Filmografia:

1996 Neon Goddesses
1999 Tin seung yan gaan (aka Love Will Tear Us Apart)
2003 Ming ri tian ya (aka All Tomorrow's Parties)
2004 Digital Short Films by Three Filmmakers 2004 (episodio "Dance With Me to the End of Love")

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