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YUPPI DU
di Adriano Celentano
Soggetto: Alberto Silvestri
Sceneggiatura: Adriano Celentano, Miky Del Prete, Alberto Silvestri
Fotografia: Alfio Contini
Montaggio: Adriano Celentano
Musiche: Adriano Celentano
Scenografia: Giantito Burchiellaro
Costumi: Elena Mannini
Interpreti: Adriano Celentano, Claudia Mori, Charlotte Rampling, Lino Toffolo, Gino Santercole, Memmo Dittongo, Rosita Celentano, Sonia Viviani, Jon Lei, Carla Brait, Pippo Starnazza, Mariano Detto, Jo Neal, Ugo Frisoli, Domenico Seren Gay, Paolo Perini, Patrizia Pochintesta, Leona Laviscount, Luigi Radaelli, Carla Mancini, Jack La Cayenne
Produzione: Adriano Celentano per Clan Celentano
Distribuzione internazionale:
Distribuzione italiana: Alpherat
Nazionalità ed anno: Italia, 1975
Durata: 125'
Formato: 35mm, colore
Lingua: italiana
Sito ufficiale:
Cosa vuol dire ri-proporre un film di 33 anni fa ad un Festival? Fornire un pezzo di storia del più o meno recente passato di una tranche di storia del cinema. Ma se questa tranche "tratta" dell'opera seconda del molleggiato allora si può parlare di storia del cinema? Sì, anche se con qualche riserva dettata dalle stimmate del film stesso e dalla poetica similecologista che Celentano ha immesso nel film come prima pietra miliare della sua "rivolta" (più pensata che reale) verso un "mondo umano" sempre meno attento a ciò che circonda e sempre più preso dall'edonismo e dal non rispetto dall'ambiente nel quale vive...
Messa giù così sembrerebbe un'opera più che meritoria ma ci sentiamo di schierarci dalla parte di Citto Maselli quando, a suo tempo, tuonò contro l'esclusione del suo film (Il sospetto) a favore di Yuppi Du al Festival di Cannes del 1975. A parte che non crediamo che la presenza di Yuppi Du abbia provocato l'esclusione del film di Maselli, di fatto rimane che un film "festivaliero e di impegno" come quello dell'autore romano non fu selezionato mentre quello del molleggiato fece il suo ingresso trionfale a Cannes. Perché? Un episodio particolare, specie in tempo di post contestazione, che comunque non sollevò grande polverone polemico ma anzi fu accolto come un grande evento. Un evento da vedere e che avrebbe dovuto dare da pensare su come il genere umano fosse il vero male della natura.
In realtà il film è pura evasione fantasy da non prendere troppo sul serio (si correrebbe il rischio di travisare la vita) e di accettare per quello che è: un film "flottante" tra la commedia, il musical e l'impegno morale... Dove la storia è solo un pretesto per mettere in scena delle condizioni e delle situazioni al limite che sono limitanti dei sentimenti dell'uomo.
E in questo ci troviamo perfettamente d'accordo con ciò che scrive Morando Morandini nel suo Dizionario del Cinema: "Favola surreal-farsesca, alimentata dal Celentano-pensiero bamboleggiante, regressivo e furbastro con ingredienti di magia, confusa filosofia antiscioperistica, cattolicesimo "lumbard". Non mancano, specialmente nella 1ª parte, pregevoli numeri musicali. Bella fotografia di Alfio Contini. Nonostante tutto, il miglior film di Celentano regista e produttore."
Su quest'ultima frase siamo in perfetta sintonia con il Morandini (al quale rinnoviamo la nostra immensa stima) anche se vogliamo precisare come anche se Yuppi Du sia il miglior film di Celentano ciò non lo rende in assoluto un bel film, quindi dobbiamo precisare che la pellicola rimane implosa su se stessa senza dare grandi emozioni e grandi verità.
Ma questo lo sappiamo. Le verità assolute che Celentano ci vuole raccontare da qualche decennio a questa parte sono parole ambiziose e "quasi" arroganti che non hanno poi riscontro con il reale. Per carità sono "pensieri personali" ma quando si vogliono far passare come verità assolute allora ci si ribella perché pontificare su questo o quello non è certo il modo migliore per far capire cosa funziona e non. Quindi un certa "arroganza di arringa" verso i grandi temi della vita che qui trovano il loro incipit senza però quella forza visiva ed evocativa necessaria (raccontati in modo eccessivamente nazionalpopolare anche se surreale) per far diventare Yuppi Du quello che probabilmente sarebbe dovuto essere: un grande affresco sulla vita dell'essere umano e una protocondanna verso l'elusione del problema ecologico.
Nobili intenzioni che si scontrano con la poca dimestichezza che Celentano ha del mezzo cinematografico non fornendo neanche quell'allure necessaria a far apprezzare il film in altro modo.
Il nostro non vuole essere un pollice verso, ma certo neanche a favore. Diciamo che rimane parallelo alla terra. A quella Terra della quale parla Celentano e che tutti amiamo in modo più o meno corretto, ma che dovremmo rispettare di più...
Vogliamo chiudere con qualche stralcio di recensioni dell'epoca, per onore di cronaca...
(P.S. Non abbiamo dato nessun voto, come nostra consuetudine, perché non ci sembra corretto dare un giudizio numerico per un film assai datato, ma anche per esprimere il nostro dissenso alla riproposizione di tale film ad un Festival come questo di Venezia. Senza avere preconcetti di nessun genere verso il film, o verso film del genere in assoluto, non ci sembra una pellicola da pietra miliare del cinema. Cosa che sembra essere. Ma anche questo è solo un nostro pensiero, quindi opinabile e soggetto a giudizio altrui.)
"Che sorpresa. A dieci anni esatti dal suo primo film, Superrapina a Milano, Adriano Celentano torna alla regia con un'operina di grazia balzana che rivela un'intelligenza visiva, una modernità di stile, una freschezza di invenzioni sceniche, anche una dottrina tecnica, per certi aspetti quasi incredibili. Chi da gran tempo ha messo Celentano in vetta alla classifica dei cantanti italiani del dopoguerra se ne rallegra: questo successo conferma il talento d'uno dei nostri maggiori uomini di spettacolo. Quanti invece lo contestano, e s'azzardino a raccogliere la voce che per Yuppi du Celentano ha fatto soltanto da prestanome, dovranno lacerarsi nel sospetto: se una prova d'appello smentirà ogni calunnia, avranno il rimorso di rendere omaggio troppo in ritardo a un autore che ha portato aria nuova nel nostro cinema. Questo non vuol dire che tutto il film di Celentano sia farina del suo sacco. (...) Lasciamo perdere la novella, che ondeggia fra la polemica contro le donne e la condanna del culto del denaro: l'ideologia di Celentano, vagamente moralistica sullo sfondo di un perbenismo piccolo-borghese, non appoggia su pilastri tanto solidi quanto è robusta la sua evidenza spettacolare. Ciò che piace soprattutto è il modo del narrare. Per questo verso il film ha il dono di trasferire in termini di cinema, la vivacità nervosa, i guizzi, le scosse, il torcersi e il dimenarsi di Celentano canterino, traducendo in una composita architettura visiva la mobilità del suo tratto e certe forme di dissociazione razionale in cui si esprime, filtrata dalla moda pop, un'eccitata fantasia meridionale. (...)
Giovanni Grazzini, "Il Corriere della Sera", 8 marzo 1975
Adriano Celentano, divo della canzone, è da oggi un autore di cinema. Sono forse il primo a stupirsene, ma è così. È un autore "serio", da accogliere con soddisfazione, senza troppe riserve, Yuppi Du lo laurea, lo consacra. Non è un film perfetto, intendiamoci, ma è un film ricco, composito, estroso, con un senso felicissimo dello spettacolo, sia musicale sia teatrale; e con molte intuizioni cinematografiche, linguistiche, tecniche. (...)
(...) Cosa è Yuppi Du? Il primo musical della storia del cinema italiano? Anche, ma sarebbe troppo facile ridurlo a questo. Certo, qua e là si canta e si balla, ma di sfondo, quando all'improvviso l'azione finisce in palcoscenico o quando un personaggio vi si inserisce più logicamente con il canto che non con le parole; sono, però, solo momenti, passaggi; il musical, semmai (anzi la musica, quella pop), è l'anima segreta del film, il suo retroterra umano e culturale; da cui scaturiscono la lettera, il tono e il gusto del racconto e, subito dopo, i modi della sua "messa in scena". (...)
(...) Le pagine migliori? Le nozze di lusso con l'intrusione in chiesa di quella singolare corte dei miracoli alla Bunuel in mezzo alla quale vive il protagonista, il racconto tutto Arrabal della violenza patita da una delle donne del gruppo, la morte dell'operaio nel cantiere, con echi di Brecht, il duetto d'amore fra il protagonista e la prima moglie sulla Torre de Mori in Piazza San Marco che si regge in equilibrio fra il musical americano del'60 e una sua segreta parodia latina; senza dimenticare quella cornice veneziana di sfondo, fatiscente, corrosa, vista insolitamente fra le erbe, i campi, i giardini, ora tutta dal vero (con gli occhi di Tinto Brass), ora con sapore malizioso di palcoscenico, "luogo deputato" per un balletto o una scena madre.
Difetti? Soprattutto là dove Celentano non ha voluto rinunciare al "suo" pubblico e ha pensato di catturarlo ancora con giochetti farseschi e vecchie battute televisive, e là dove prendendo troppo sul serio il romanticismo popolare della "sceneggiata", si è abbandonato, senza ironie, ai sentimentalismi del fumetto, e là ancora dove, per dire tanto, in tutti i campi, dice troppo e senza il dovuto controllo. (...)
Gian Luigi Rondi, "Il Tempo", 7 marzo 1975
Minaccia di diventare un caso questo secondo film di Celentano regista (il primo, Superrapina a Milano, fece fiasco dieci anni fa), preceduto dalle cronache di una lavorazione miliardaria, salutato da molti come un'autentica novità. A ben vedere, sul piano sostanziale, di novità ce n'è poca: siamo sempre nell'ambito di una poetica zavattiniana (...) e l'atmosfera magica che lo circonda è aria fritta tra le due guerre. Di suo Celentano ci ha aggiunto un'irritante misoginia, la confusa filosofia antiscioperistica già teorizzata nella canzone Chi non lavora non fa all'amore e un rozzo cattolicesimo che vorrebbe dare alla vicenda dimensioni edificanti (il protagonista ostenta in varie occasioni un bel paio di stimmate). (...)
Tullio Kezich, "Il Mille film. Dieci anni al cinema 1967-1977", Edizioni Il Formichiere
Il suicidio della moglie Silvia porta Felice Della Pietà a sposare Adelaide, soprattutto per dare una seconda madre a Monica, la figlia nata dalle prime nozze. Un giorno, tuttavia, il protagonista scopre che Silvia è viva e che ha architettato il finto suicidio per lasciare il marito nella miseria a Venezia e unirsi con un uomo di Milano che le ha offerto agi e ricchezza. Tornati insieme, Felice e Silvia ritrovano l'amore di un tempo, ma lei è ancora alla ricerca di denaro e lusso, per cui parte nuovamente per Milano portando con se Monica così da assicurarle un'educazione e una esistenza diversa.
Felice, abbandonato ovviamente anche da Adelaide, va a Milano e si fa "pagare a peso" la figlia. Però, tornando a Venezia con i 45milioni ricevuti, medita amaramente sulla possibilità dell'amore e non è certo che il denaro sia fonte di felicità. Soprattutto per lui...
Adriano Celentano nasce a Milano il 6 gennaio del 1938. Cantante, Attore, Compositore. Soprannominato "Il Molleggiato", è uno dei più importanti cantanti della pop music italiana, e apprezzato attore comico. Figlio di immigrati meridionali, mentre lavora come orologiaio, la sera ama rifugiarsi nei locali milanesi dove si suona jazz e si balla il rock. La sua canzone d'esordio, "Il tuo bacio è come il rock" nel 1958, lo impone come cantante urlatore. Nel 1962 fonda il "Clan Celentano", esibendosi anche all'estero.
Nel cinema entra già nel 1956, come attore, nel film "I frenetici", al quale seguono una serie di musicarelli. Il primo film importante come attore è "La dolce vita" dove impersona se stesso. Ma il vero successo come attore arriva nel 19698 con Serafino, diretto da Pietro Germi. Dopo film che coniugano qualità alle sue indubbie capacità comiche, si concede a film di facile consumo... Nel 1965 il suo esordio dietro alla MDP con Superrapina a Milano. Dopo 10 anni esatto arriva Yuppi Du. In seguito gira altri due film. L'ultimo è Joan Lui che segna anche il suo ritiro dal mondo di celluloide...È anche uno showman di successo.
Filmografia:
1965 Superrapina a Milano
1975 Yuppi Du
1978 Geppo il folle
1985 Joan Lui



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