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BLACK HOUSE
di Shin Terra
Sceneggiatura: Lee Young-Jong, Kim Sung-Ho, Ahn Jae-Hoon
Fotografia: Choi Joo-Young
Montaggio: Nam Na- Young
Scenografia: Cho Hwa-Sung
Costumi: Shin Seung-Hee
Musiche: Choi Seung-Hyun
Interpreti: Hwang Jung-min, Yu Sun, Kang Shin-il, Kim Seo-hyung
Produzione: CJ Entertainment
Distribuzione: Ripley's Film
Nazionalità ed anno: Corea del Sud, 2007
Durata: 104'
Data di uscita: 25 luglio 2008
Titolo originale: Geom Eun Jip
"Li chiamano psicopatici, ma sono una razza completamente diversa di persone. Qualcuno ha sostenuto che, a dispetto dei loro geni umani, sono di una specie completamente diversa. Alla fine di tutto, li si può incontrare ovunque, in piedi accanto a noi, nel loro inappuntabile abito scuro." Al suo primo giorno di lavoro Jun-oh, perito assicurativo, riceve una strana telefonata: "Possiamo essere pagati anche se si tratta di suicidio?"
È una donna, e contro ogni regolamento Jun-oh cerca di parlarle, convinto che voglia togliersi la vita. Alcuni giorni dopo, a casa di un cliente, si trova davanti all'apparente suicidio di un bambino, impiccato nella sua cameretta. Sicuro che il suo cliente abbia ucciso di proposito il figlio per incassare la polizza, tenta di annullare l'assicurazione e di mettere al corrente la madre del piccolo deceduto. Lo zelante assicuratore non ha nessuna idea di quello che ha fatto.
Black House è il set dell'orrore mentale e visivo, sconvolgente da non lasciare via di fuga alla riabilitazione della "razza - uomo". Quando l'intrusione nella vita degli altri, la manipolazione della mente, il non riconoscere il bene dal male varca i confini dell'umano, è terrore. Terrore che trova perfetta ambientazione nella "casa nera" del titolo: è qui, scendendo nel basamento, che si arriva alle pieghe nascoste e malate dell'intelletto. Nota di lode alla regia di Shin Terra, perfetta nel mantenere sempre alta la tensione. Abile nello sfruttare il thrilling dell'individuazione dell'assassino nella prima parte, e la claustrofobica limitazione dello spazio nel finale, aiutata anche da un'ottima fotografia (Choi Joo-Young).
Yu Sun, è sorprendente nel ruolo della psicopatica. Sguardo arcano, perso in un passato remoto ancestrale. Così come i suoi gesti, il suo viso ci portano lontano in una dimensione irrazionale.
Hwang Jung-min, uno dei migliori attori coreani, è un protagonista credibile e sensibile, anche quando cerca di assolvere il "mostro", come vorrebbe il buon senso pronto a cercare cause recondite per spiegare le perversioni maniacali. Ma qui il mostro rimane mostro fino alla fine; niente abusi sessuali, nessun complesso freudiano o mancanza d'amore che spieghino perché è diventato ciò che è. Fedele alla sconvolgente conclusione di Kishi, il mostro resta al centro del film completamente senza anima.
Certo sarebbe stato, molto probabilmente, l'ennesima buona opera dimenticata se non avesse riscosso un discreto successo di critica e pubblico all'ultimo Far East Film Festival (Udine) procurandosi l'uscita estiva riservata agli horror.


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