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HELLBOY - THE GOLDEN ARMY
di Guillermo del Toro
Soggetto: Mike Mignola
Sceneggiatura: Guillermo del Toro
Fotografia: Guillermo Navarro
Montaggio: Bernat Vilaplana
Musiche: Danny Elfman
Scenografia: Stephen Scott
Costumi: Sammy Sheldon
Interpreti: Ron Perlman, Selma Blair, Doug Jones, Luke Goss, Anna Walton, Jeffrey Tambor, James Dodd, John Hurt
Produzione:Universal Pictures
Distribuzione: UIP
Nazionalità ed anno: Stati Uniti, 2008
Durata: 102'
Data di uscita: 16 luglio 2008
Titolo originale: id.
Sito ufficiale
Sito italiano
Esiste un clichè che si aggira per il cinema. È il clichè che vorrebbe che da una parte, da un versante della montagna, si inerpicasse il cinema d'autore, quello codificato con un linguaggio specifico e riconoscibile a seconda del regista, polisemico, racchiuso in un proprio ristretto universo di significanti e significati, pieno della sua profonda bellezza, così come anche decisamente pieno di sé.
E dall'altra, nella vasta e afosa pianura, si accalcasse il cinema mainstream, volgarmente banale, ripetitivo, tronfio di denaro, aggrappato disperatamente all'efficacia di uno script dal quale, unico elemento fra tanti, dipendono le sorti di quelle che spesso sono mere operazioni commerciali.
A parziale sconfessione del nostro clichè, vi sono tutta una serie di pellicole realizzate con un alto budget da autori riconosciuti come tali da pubblico e critica, magari seguendo alcune delle regole interpretative del blockbuster, ma continuando a giocare con le carte scoperte di chi non ha intenzione di limitarsi al puro intrattenimento, anzi, di chi forse dell'intrattenimento non è che gliene freghi poi più di tanto.
La via intrapresa da Del Toro con il suo Hellboy, di pari passo con lo Spiderman di Raimi, anche se con altri accenti e con altre declinazioni, è un'altra ancora. Al centro dell'interesse del regista/autore c'è proprio l'intrattenimento, la costruzione di un solido prodotto che serva a far passare la più classica delle serate pop al cinema. Ma c'è anche la convinzione che lo si possa fare basando il tutto non esclusivamente sullo script, su una sceneggiatura più o meno cool, più o meno efficace, e poco altro, ma costruendo alle spalle della prima patina di action immediatamente fruibile un'architettura che fissi le proprie basi e innalzi i propri archi ben al di là di dove solitamente si spinge questa particolare tipologia di cinema.
L'Hellboy di Del Toro è dunque innanzitutto il personaggio tridimensionale di un fumetto che ha fatto epoca, con tanto di assistenti stravaganti, corna limate, epidermide vermiglia e cubano tra i denti. Ma è anche il fulcro di un universo immaginifico che il regista costruisce dai tempi di Mimic e de La spina del diavolo, passando per Blade e per Il labirinto del fauno, caratterizzato dall'attenta amalgama tra fascinazione e sospensione interlocutoria, tra azione adrenalinica e spunti di riflessione meta-cinematografici.
L'operazione, non sempre riuscita, non sempre sgrossata con efficacia, è quella di unire il puro racconto di una storia che catturi con la ricerca dei moti più profondi che conducono l'animo dell'uomo a stupirsi, a commuoversi, a divertirsi e, in ultima istanza, al chiedersi del perchè delle cose. C'è tutto questo nell'Hellboy interpretato da quel grande artigiano di Perlman, nel suo sforzo pacificatore di elfi e umani, nel suo apparentemente cinico disinteresse per il mondo che lo circonda, nel suo metaforico (eppur concreto) incontro con la morte, vera chiave di volta della pellicola. E c'è tutto l'universo così come se lo immagina Del Toro, composto da creature immediatamente riconoscibili, che hanno nella bizzarra e inquietante collocazione degli occhi un vero e proprio marchio di fabbrica.
Al pari de Il labirinto del fauno, Hellboy non è una pellicola semplice, riuscita in tutti i propri momenti, in tutte le proprie sfaccettature, anzi. Ma è un film denso, tutt'altro che vuoto, un ulteriore affascinante passo nel mondo del regista messicano, in attesa, chissà, di una maturazione definitiva alle porte di Hobbiville...


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