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NOI DUE SCONOSCIUTI
di Susanne Bier
Sceneggiatura: Allan Loeb
Fotografia: Tom Stern
Montaggio: Pernille Bech Christensen, Bruce Cannon
Musiche: Johan Söderqvist, Gustavo Santaolalla
Scenografia: Richard Sherman
Costumi: Karen L. Matthews
Interpreti: Halle Berry, Benicio Del Toro, David Duchovny, Alexis Llewellyn, Micah Berry, John Carroll Lynch, Alison Lohman, Robin Weigert, Omar Benson Miller
Produzione: Dreamworks Pictures, Paramount Pictures
Distribuzione: Teodora Film
Nazionalità ed anno: USA, 2007
Durata: 118'
Data di uscita: 12 giugno 2008
Titolo originale: Things we lost in the fire
Sito ufficiale
Il triangolo di affetti che Susanne Bier ha allestito oltreoceano è di quelli che si avvalgono di un cast senz'altro valido e di un debito dispendio di risorse ed energie. La regista danese, al suo primo passo fuor d'Europa, si conferma narratrice abile di tragedie in bottiglia, quelle gelosamente serbate tra le quattro mura claustrofobiche di una qualsiasi esistenza felice, riuscendo a farle implodere sotto gli occhi dello spettatore con la consueta grazia.
Brian Burke (David Duchovny) e la bella moglie Audrey (Halle Berry) vivono felici coi figli piccoli e la casetta da rivista d'arredamento. La routine non intacca l'amore: il destino crudele invece sì, atrocemente. Una morte da eroe è ciò che strappa via Brian dalla famiglia e la stessa Audrey dalla pace mentale. Quando per lei, rimasta improvvisamente sola, l'elaborazione del lutto dovrà passare necessariamente per l'accettazione di tutto ciò che ruotava attorno allo scomparso, lentamente si farà strada un nuovo inizio. E recuperare a un passo dal precipizio l'amico d'infanzia del marito, il tossicomane Jerry (Benicio Del Toro), nonostante i propri pregiudizi e l'antica avversione, costituirà il primo passo per la guarigione di entrambi dalle proprie dipendenze - abissalmente diverse tra loro, eppure affini. I protagonisti si confermano indubbiamente come attori capaci di sostenere ruoli drammatici senza sbavature né compiacimento, conferendo anzi credibilità e spessore laddove la costruzione del personaggio-archetipo dovesse risultare quantomeno già arcinota. L'autoironia latente nell'eroinomane interpretato da Del Toro, piacevolmente stropicciato come di consueto, fa da contraltare dolente alla fresca vedova col volto della Berry, ancora una volta convincentemente tormentata.
In un'opera che non è tipico frutto di una propria sceneggiatura, ma del lavoro dell'americano Allan Loeb, la Bier non rinuncia a marcare le proprie cifre stilistiche ad ogni inquadratura, vincolata al racconto ma mai realmente denaturata: seppure tematiche analoghe siano rinvenibili in quasi tutti i suoi precedenti lavori, non è nei contenuti che stavolta si rinviene il caratteristico tocco della regista, quanto piuttosto nell'estetica incentrata sul dettaglio, nel gioco degli sguardi, nei primissimi piani. La Dreamworks è dunque di buon grado scesa a compromessi con l'autrice di Efter brylluppet, che qui ha persino potuto pesantemente operare sullo script originale a livello di montaggio pur di portarlo ad un livello di sensibilità più vicino al proprio. Ma nella traduzione del "linguaggio Bier" dalla poetica scandinava alla massificazione made in USA qualcosa, pur non volendo, dev'essere andato perduto. Il rischio corso, inevitabile forse e non sempre scongiurato, è stato quello di perdere naturalezza acquistando in cambio la solita allure patinata che Hollywood, fagocitando talenti, non può non depositare qui e là - emblematica in merito la retorica visiva sulle crisi d'astinenza di Jerry, non sempre maneggiata dalla Bier col filtro da lei pubblicamente rivendicato: quello della nuda e cruda verosimiglianza. Tuttavia si consideri anche che, grazie all'indiscutibile effetto-vetrina che costantemente lo zio d'America dona a questa vecchia vecchia Europa, i consensi più che legittimi della regista sono destinati ad aumentare esponenzialmente. E poi, produce Sam Mendes. Chapeau.


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