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ARRIVEDERCI AMORE, CIAO
di Michele Soavi
Soggetto: Lorenzo Favella e Michele Soavi, dal romanzo omonimo di Massimo Carlotto
Sceneggiatura: Michele Soavi, Franco Ferrini, Marco Colli, Gino Ventriglia
Fotografia: Gianni Mammolotti
Montaggio: Anna Napoli
Musiche: Andrea Guerra
Scenografia: Andrea Frisanti
Costumi: Maurizio Millenotti
Interpreti: Alessio Boni, Michele Placido, Isabella Ferrari, Alina Nedelea, Carlo Cecchi
Produzione: Conchita Airoldi e Dino Di Dionisio - StudioUrania, Rai Cinema e Wild Bunch
Distribuzione: Mikado
Durata: 107’
Nazionalità e anno: Francia/Italia, 2005
Data di uscita: 24 febbraio 2006
Sito ufficiale: www.mikado.it
3 e mezzo
Il Codice Penale prevede che, una volta scontata la pena, servano cinque anni di buona condotta affinché l’ex detenuto possa ottenere la riabilitazione. Nell’Italia corrotta e marcia dei giorni nostri, la riabilitazione del terrorista di sinistra Giorgio Pellegrini passa coerentemente attraverso la violenza e il tradimento di tutto ciò che un tempo gli apparteneva: amici, ideali, affetti. Una discesa agli inferi in cui Giorgio non si ferma davanti a niente: i soldi sono l’unico mezzo per accedere al proprio personale riscatto.
Da troppi anni il cinema italiano fa i conti con il peso lasciato in eredità dai suoi maestri: schiacciati dal ricordo di Fellini, Antonioni, Visconti e Pasolini, i giovani si ritrovano imposti un arduo modello da seguire pedissequamente e a prescindere, nel vano/vago tentativo di afferrare la realtà e analizzare il sociale perché “questo deve fare il cinema italiano”; dogma obsoleto, che di troppi fattori non tiene conto. Il cinema ben fatto, incluso quello italiano d’antan, non rinuncia alla storia, ma parte da essa per arrivare al quotidiano: partire da Termini Imerese (per citare un fatto di cronaca recente che non ha lasciato indifferenti centinaia di sceneggiatori) e imbastirvi programmaticamente una storia è il classico mettere il carro davanti ai buoi. Senza dimenticare che i numi tutelari di cui sopra hanno avuto tempo e modo di sviluppare una personale poetica, concretizzatasi in pieno solo al terzo o al quarto film (e, per favore, lasciamo stare quell’unicum che è Pier Paolo Pasolini).
Arrivederci amore, ciao è un film riuscito, al di là dei suoi (piccoli) difetti. Perché non ha pretese particolari, se non utilizzare al meglio clichés e archetipi del noir senza autorialità, ma con l’unica intenzione di creare un prodotto di genere. Da questo punto di vista, non si vedevano scene d’azione così serrate e una tale violenza (mostrata e suggerita) dai tempi di Fernando di Leo (impossibile non pensare a La mala ordina quando Alessio Boni è alle prese con una ruspa: ma tutto il film brulica di citazioni “sotterranee”). Certo, Soavi è un artigiano dalla mano poco leggera, e quando la tecnica prende il sopravvento torna a indimenticate cadute di gusto (come nella scena della mosca nel tribunale): ma stavolta è supportato da un’ottima sceneggiatura, dove la mano di Colli e Ventriglia adatta Carlotto con grande conoscenza del genere e abbondante black humour, anch’esso raro dalle nostre parti (“Ma perché non hai preso degli italiani per il colpo?” “Naaah, quelli vogliono i contributi.”). Alessio Boni è stupefacente per freddezza e presenza fisica, Placido come sempre tende a strafare, ma la sua caratterizzazione di agente Digos sardo è divertita e divertente. All’anteprima, gli scafati giornalisti romani hanno riso molto quando Alina Nedelea dice a Boni: “Giura, giurami che non sarai più comunista”, ignorando del tutto la preoccupante verosimiglianza di una simile battuta nel contesto piccolo borghese di provincia del NordEst, lontano anni luce da quello alto borghese dei salotti della Capitale.
Un film freddo, a tratti agghiacciante, ben curato nei dettagli, senza catarsi. E, come sempre avviene quando si lavora seriamente, tra le righe emerge il degrado morale e civile dell’Italia degli ultimi vent’anni. Non poco, di questi tempi: il desolante panorama nostrano ci porta ogni volta al plauso da capolavoro ogni qualvolta un onesto prodotto medio esce fuori dal niente.
Un film freddo, a tratti agghiacciante, ben curato nei dettagli, senza catarsi. E, come sempre avviene quando si lavora seriamente, tra le righe emerge il degrado morale e civile dell’Italia degli ultimi vent’anni. Non poco, di questi tempi: il desolante panorama nostrano ci porta ogni volta al plauso da capolavoro ogni qualvolta un onesto prodotto medio esce fuori dal niente.
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martin scortese ha scritto:
L'ottima recensione di Ceccarelli fa riflettere.
Arrivederci amore,ciao è un film molto bello. Ha un unico difetto: è stato girato in Italia.
Un paese che non ha rispetto per il genere e per il pubblico.
Oltre che poeti, santi e navigatori, siamo un popolo di autori.
Soffochiamo le palle del pubblico con film tanto artistici quanto mortali, e non li educhiamo alla fruizione del genere. E così, il film di Soavi sta andando molto male al botteghino... come del resto Piano 17. Due belle occasioni perdute. Complimenti.
Si dovrebbero fare più film intelligenti, e meno schifezze che neanche arrivano in sala perché girate all'unico scopo di far mangiare chi "tiene famiglia".
Mar, 07/03/2006 - 19:39



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