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BERLINO56_ TRACCE BERLINESI
Grandi denunce politiche e sociali. L’universo femminile tra sofferenze e differenze. Tedeschi alla ribalta. Ma anche qualcosa di più sottile, invisibile alla retorica. Cerchiamo di indagare dove ci ha veramente portato, quest’anno, il festival di Berlino
Nessuno, proprio nessuno avrebbe scommesso su una debuttante di Sarajevo. Ma la presidente della giuria di quest’anno, miss Charlotte Rampling (nella foto), esile sogno socio-erotico della swinging London, ha osato, e molto. Non solo ha consegnato l’Orso d’oro nelle mani di Jasmila Zbanic per il suo commovente Grbavica, ma ha guidato tutte le scelte della giuria verso una serie di coerenze che raramente distinguono i grandissimi festival odierni.
Cerchiamo di non essere banali nel ripetere che Berlino è una rassegna da sempre attenta ai temi sociali e politici: nel caso della 56ma edizione si è potuta osservare una lungimiranza identificativa in quel che si possa definire come il nuovo equilibrio tra etica ed estetica, ovvero un linguaggio cinematografico non servile verso il proprio contenuto o viceversa.
Ogni singolo protagonista vincitore (ma anche molti altri tra i non celebrati sul palco del Berlinale Palast) aveva una storia da raccontare e un’originalità tutta speciale per farlo, anche nel silenzio e a prescindere dal fatto che questo incontri il gusto di chi scrive, legge, osserva.
Cosa non dimenticheremo dunque di questa edizione di Berlino?
Di certo non il piano sequenza sul finire di Offside di Jafar Panahi (Gran premio della Giuria) dove, in una soggettiva, alcune ragazze tifose della nazionale iraniana di calcio, urlanti ma chiuse all’interno di un pullman, osservano un piccolo televisore posto all’esterno e circondato da tifosi uomini, cioè liberi. In profondità il resto del mondo, l’Iran che festeggia per qualcosa di buono. Una sequenza su tre piani che racchiude tutta la storia e la politica di un Paese.
Tanto meno, la naturalezza della recitazione di Sandra Hueller (Orso d’argento come migliore attrice) che mostra sul suo corpo le ferite dell’estremo bigottismo accecante in Requiem, postosi come l’antitesi a L’esorcismo di Emily Rose.
E neanche gli sguardi attoniti di un’innocenza diversa – perché islamica – dei ragazzi brit-pakistani confusi per terroristi di Al Qaeda in The Road to Guantanamo dell’Orso d’argento alla regia Michael Winterbottom
Infine, fuori da premi o concorsi, non dimenticheremo la nobiltà registica di Robert Altman, superbo orchestratore di A Prairie Home Companion o dell’accoppiata vincente di un legal tradizionale come Find me Guilty formata da Sidney Lumet e Vin Diesel (ingiustamente dimenticato tra i premi), ma anche delle Onde Invisibili tailandesi che lasciano appena intravedere il dramma di un uomo quasi fantasma dalle fattezze di Asano Tadanobu o che nei gelidi sguardi di Isabelle Huppert vogliono spiegare (alla Chabrol) cosa significhi L'ebbrezza del potere. Non dimenticheremo neppure che Heath Ledger sa recitare bene la parte dell’eroinomane quanto quella del cowboy omosessuale e che un certo giovane regista tedesco (Roehler) avrebbe fatto meglio a tenere Le particelle elementari come una buona lettura serale piuttosto che farci un film, mediocre.
E in silenzio, come il Folletto sognatore Gael Garcia Bernal ha saputo crearsi un mondo parallelo attraverso La scienza del sonno del genio ad intermittenza Gondry, ci congediamo sull’edizione 2006 della Berlinale, abbastanza soddisfatti da sperare che la tendenza mostrata quest’anno possa mantenere quanto di buono ha offerto e migliorare laddove ha manifestato un po’ di debolezza.
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