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INDIANA JONES E IL REGNO DEL TESCHIO DI CRISTALLO
di Steven Spielberg
Soggetto: George Lucas, Jeff Nathanson
Sceneggiatura: David Koepp
Fotografia: Janusz Kaminski
Montaggio: Michael Kahn
Scenografia: Guy Dyas
Costumi: Bernie Pollack, Mary Zophres
Musiche: John Williams
Interpreti: Harrison Ford, Shia LaBoeuf, Karen Allen, Cate Blanchett, Ray Winstone, Jim Broadbent, John Hurt
Produzione: Kerner Optical, Paramount Pictures, Lucasfilm, Amblin Entertainment, Santo Domingo Film & Music Video
Distribuzione: Universal
Nazionalità ed anno: USA, 2008
Durata: 124'
Data di uscita: 23 maggio 2008
Titolo originale: id.
Sito ufficiale
Sito italiano
Trailer
Soundtrack
1957, piena guerra fredda. Negli USA imperversano maccartismo e caccia alle streghe. Tanto Indiana che i sovietici sono alla ricerca di uno dei magici Teschi di Cristallo di Akator, mitico Eldorado dalle grandi ricchezze. I Sovietici, capitanati dalla risoluta agente Spalko, rapiscono Marion, antica fiamma di Indy, per ricattarlo e farsi aiutare nella ricerca. Fortuna che non è solo: oltre a un archeologo suo rivale doppiogiochista c'è al suo fianco il giovinastro Mutt, che sembra uscito da Il selvaggio di Benedek ma è più vicino a Indiana di quanto non si pensi...
Oltre vent'anni (reali e non) tra il terzo e il quarto film della serie hanno portato Lucas e Spielberg a un'operazione obbligata: coniugare di pari passo il sequel con il remake. Scelta azzeccata, se si pensa che in molti vedranno per la prima volta in sala le avventure dell'archeologo con frusta e cappello. Dopo un'eternità di annunci, rimandi e bocciature, ha prevalso lo script di David Koepp, sceneggiatore a tratti scolastico ma professionale e solido. E di guizzi fulminanti ce ne sono parecchi, in una struttura "già vista" che il film deve lasciare inalterata: la prima mezz'ora è il tipico prologo adrenalinico alla Indy, un excursus del nostro eroe in una nuova era, vent'anni dopo quella nazista che aveva contraddistinto le precedenti avventure con l'eccezione del prequel Indiana Jones e il tempio maledetto. Ed è un tripudio di ironia e intelligenza: il totalitarismo sovietico non è più solo un nemico da affrontare fuori e dentro lo schermo come negli anni 80, ma nelle sue scorribande in pieno deserto del Nevada appare impalpabile come lo spettro agitato in quegli anni dai maccartisti.
Non è l'unico riferimento all'immaginario collettivo: spicca (ovviamente) l'area 51 con i suoi misteri di natura ufologica (non estranei alla trama, ma ci fermiamo qui), e i test nucleari su territorio desertico statunitense, che vedono il malcapitato professor Jones ripararsi in un frigo per sfuggire a un'esplosione che disintegra una città di plastica, non dissimile a quelle reali dove gli abitanti venivano educati alla sopravvivenza con raccomandazioni del tipo "rannicchiatevi sotto il tavolo" (lo si vede bene in un piccolo gioiello di documentario targato 1982, The Atomic Café, non a caso citato da Spielberg in un'insegna).
Dopo, comincia l'avventura. Quella vera. Non tutto funziona, la tanta carne al fuoco rende il tutto difficile da bilanciare, qualche piccola caduta di ritmo c'è, ma Spielberg confeziona grande intrattenimento e, libero da letture, gira magistralmente le sequenze d'azione più spericolate e utilizza al meglio il cast. Di fatto, l'ultima mezz'ora è senza respiro; certo, le agnizioni finali sul privato di Indiana (volte a mettere la parola fine alla saga anche per non trascurabili motivi anagrafici del signor Ford), e i numerosi rimandi interni alla saga tolgono un po' di respiro e di autonomia al quarto Indiana Jones, decisamente più autoreferenziale di altri. Ma il finale è un'ironica quanto riuscita affermazione dell'irripetibilità dell'eroe a scapito della filiazione diretta: che Mutt/Shia LaBoeuf diventi o no un nuovo eroe, di Indiana ce ne sarà sempre uno solo. Le nuove generazioni possono aspettare, parola di Spielberg e Lucas.


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