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IRON MAN – Colonna sonora originale

di Ramin Djawadi

Track listing:
1. Driving with the Top Down 3:10
2. "Iron Man (2008 Version)" - John O'Brien and Rick Boston 1:05
3. Merchant of Death 2:15
4. Trinkets to Kill a Prince 3:08
5. Mark I 3:54
6. Fireman 2:09
7. Vacation's Over 3:35
8. Golden Egg 4:13
9. "Damn Kid" - DJ Boborobo 1:13
10. Mark II 2:47
11. Extra Dry, Extra Olives 1:44
12. Iron Man 3:30
13. Gulmira 4:06
14. Are Those Bullet Holes? 2:00
15. Section 16 2:34
16. Iron Monger 4:45
17. Arc Reaktor 3:56
18. "Institutionalized" - Suicidal Tendencies 3:49
19. "Iron Man" - Jack Urbont 0:21

Durata totale
: 54:14
Etichetta: Lionsgate
Anno: 2008

IRON MAN – Colonna sonora originale
2 e mezzo

Dispiace dirlo, ma la soundtrack di Iron Man è forse il punto più debole di questa pellicola, inaspettatamente sorprendente sotto molti aspetti per i canoni delle pellicole supereroistiche. E non perchè sia mediocre a livello compositivo, o inappropriata. Il suo grosso problema è che di fronte ad un senso dell'immagine che tende ad espandersi verso ogni orizzonte possibile, orizzontalmente all'inizio, verticalmente poi, non riesce ad aggiungere nuovi sensi, ad espandersi nella sua ricerca anche con qualche guizzo di sperimentazione, ma semplicemente accompagna le immagini, si stende a tappeto come trampolino di lancio, pretesto per un volo molto più alto.
Ed ecco quindi che i classici del rock, con tendenze verso l'hard presenti nella pellicola, sono le presenze che meglio si ricordano: Back in black degli AC/DC che apre il film, l'Iron Man dei Sabbath, Institutionalized dei Suicidal Tendencies, eccetera eccetera. Tutti brani classici, che risvegliano emozioni già note e non presenti in questa soundtrack (ad esclusione dei Suicidal). Prendiamo invece il lavoro di composizione di Ramin Djawadi, compositore che vanta una lunga esperienza come assistente di nomi ben più noti. Il primo brano, Driving with the Top Down è perfino promettente nel suo accrescimento per accumulo, suoni elettronici in sottofondo, archi campionati che disegnano scale ascendenti, percussioni semplicemente articolate e nu-metallare, riff e schitarrate da heavy molto easy listening a sottolineare il climax. I ritmi si fanno via via più veloci, gli archi scorrono sempre più rapidi sulle corde, elettrorchestra del divertimento, una sorta di Chemical Brothers immaturi e non calati. La traccia successiva è la versione easy del tema, molto '60 e da aperitivo festaiolo elegante, ed è servita sul piatto da John O'Brien e Rick Boston, poi torna ai piatti Ramin Djawadi. E la formula si ripete: Merchant of Death con loop di bassi iniziali come base su cui s'innestano dapprima noises elettriche e poi campionamenti sempre più elettrodistorti, mentre in Trinkets to Kill a Prince si parte da momenti di passaggio placidi molto ambient per arrivare al tema principale.
La struttura è semplicissima, i passaggi graduali e preparatissimi. Non manca l'epica, presente in dosi massicce nel brano migliore del lavoro, Vacation's Over, l'unico che affronta territori un po' più vasti. Il resto è al puro servilismo dell'immagine. Che bastava a se stessa per volare.

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