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GOMORRA
di Matteo Garrone
Soggetto: Roberto Saviano, dal suo romanzo omonimo
Sceneggiatura: Maurizio Bracci, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio, Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Roberto Saviano
Fotografia: Marco Onorato
Montaggio: Marco Spoletini
Scenografia: Paolo Bonfini
Costumi: Alessandra Cardini
Musiche: Artisti Vari (la canzone dei titoli di coda è Herculanaeum dei Massive Attack)
Interpreti: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster
Produzione: Fandango, in collaborazione con Rai Cinema
Distribuzione: 01 Distribution
Nazionalità ed anno: Italia, 2008
Durata: 135'
Data di uscita: 16 maggio 2008
Titolo originale: id.
Sito ufficiale
Trailer
Note: vincitore del Gran Prix della giuria al 61. Festival di Cannes
Matteo Garrone estrapola e rimodella cinque linee narrative dal magma fluviale del romanzo di Roberto Saviano, che in modo affascinante quanto caotico aveva riportato su carta la struttura piramidale della camorra attingendo tanto dai vertici quanto dalle fondamenta. Atteso alla pari de Il divo di Sorrentino (con cui compete in concorso a Cannes), il film è la straordinaria conferma di un autore maturo e autosufficiente, in grado di dosare se stesso e di rielaborare la materia narrativa come richiedono le circostanze, e come solo i registi degni di questo nome sanno fare.
Il coraggio, e la capacità di osare oltre le logiche commerciali (comunque presenti nel progetto, fulmineo nello sfruttare il successo editoriale del libro di Saviano), permeano ogni minuto del film di Garrone. A cominciare dalle riprese sul campo, nel quartiere - bunker di Scampia: una scelta obbligata, una conferma del talento del regista romano nel far assurgere a protagonisti i luoghi, prima ancora delle persone. Non appare la camorra, chiunque o qualunque cosa sia, in Gomorra, né viene mai nominata. Nessuna traccia di boss o stanze dei bottoni: solo persone e luoghi, quelli che lo Stato colpevolmente dimentica e la camorra tiene in vita, nel degrado, nella fatiscenza, per poi annetterli a sé, unica speranza di sopravvivenza in un mondo talmente squallido e contaminato da apparire fantascientifico, come nei futuri post-atomici di Ciprì e Maresco ma privi di quella fotografia ricercata e di quel significante apocalittico, simulacri del nulla se non di ciò che essi stessi rappresentano.
Garrone rappresenta un mondo senza speranza lavorando efficacemente di sottrazione: altra scommessa vincente del film è quella di non puntare su una violenza esasperata che avrebbe inutilmente scimmiottato Scorsese e altri scomodi numi tutelari (ne ha fatto le spese a suo tempo Meirelles per Cidade de Deus, più volte tacciato dai detrattori di compiacimento della violenza). Le molte morti di Gomorra sono antispettacolari, secche, immediate, fuori campo, vuotate di senso dal contesto che le circonda: i killer di due ragazzini spacconi sono anziani sovrappeso che ristabiliscono un ordine vetusto e corrotto quanto loro, mentre chi cade non è mai colpevole delle proprie azioni bensì (come già ben descriveva il libro) del legame reale o presunto con chi ha davvero sgarrato: la madre "colpevole" interpretata in maniera sorprendente dalla cantante - icona Maria Nazionale lascia il segno, come molte risultano le scene indimenticabili (i bambini alla guida dei camion colmi di sostanze tossiche) e l'ironia che serpeggia nei volti segnati e nelle battute in dialetto, unica possibilità di salvezza per la stessa gente del posto (Pasquale, sarto sopraffino sconosciuto agli occhi del mondo, vede Scarlett Johansson in TV che indossa il vestito cucito con le sue mani).
Un film asciutto, riuscito, non facile, casuale nell'intreccio come il caos che ha provocato nell'hinterland napoletano - casertano una sterilità umana e ambientale priva di soluzioni. E che ha portato a quelle didascalie finali che, se da un lato tolgono immediatezza, risultano tristemente fondamentali perché il film possa essere compreso al pubblico internazionale, mai come stavolta chiamato a mettere in discussione i propri clichés di fronte a una realtà altrimenti impossibile da immaginare.



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